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Sud Sudan, i medici italiani ora curano i feriti

14/01/2014  Dalla capitale Juba, il provinciale dei comboniani racconta i giorni terribili del giovane Paese africano. Intanto, i medici e gli operatori delle Ong italiane lavorano febbrilmente per fronteggiare l’emergenza.

Padre Daniele Moschetti, provinciale dei comboniani in Sud Sudan (Foto Scalettari). Nell'immagine di copertina: un gruppo di soldati dell'esercito regolare (Foto Reuters).
Padre Daniele Moschetti, provinciale dei comboniani in Sud Sudan (Foto Scalettari). Nell'immagine di copertina: un gruppo di soldati dell'esercito regolare (Foto Reuters).

«In Sud Sudan, un sogno si sta infrangendo». Dalle parole di padre Daniele Moschetti, provinciale dei missionari comboniani, si capisce che la guerra civile iniziata il 15 dicembre rischia di travolgere il più giovane Stato al mondo, staccatosi dal Sudan nel luglio 2011 dopo un referendum plebiscitario (98% di voti favorevoli).

L’Onu parla di almeno 1.000 morti (4 mila secondo altre fonti) e oltre 200 mila sfollati interni, mentre altri 10 mila hanno passato la frontiera con l’Uganda, il Kenia e l’Etiopia. Da giorni, proprio nella capitale etiope Addis Abeba, sono in corso tentativi di avviare colloqui di pace. Per il provinciale dei comboniani, «sono abbastanza bloccati, servirebbe invece un immediato cessate il fuoco».

Nel frattempo, il presidente del Sudan Omar al-Bashir si è recato a Juba, ufficialmente per trovare una via di uscita (anche se alcuni lo accusano di parteggiare per i ribelli). Secondo Padre Daniele Moschetti, «la frattura etnica è sempre più chiara, per ora riguarda soprattutto le due etnie maggioritarie ma potrebbe estendersi anche alle altre minoranze». Si fronteggiano i dinka (3 milioni, con un grande peso politico, militare, governativo e sociale) del presidente Salva Kiir e i nuer (1 milione) del suo ex-vicepresidente Riek Machar.

Il conflitto si è ora allargato a 7 dei 10 stati del Sud Sudan: «Nei giorni scorsi – racconta padre Daniele –  ci sono stati spari e uccisioni anche qui nella capitale Juba. Un generale nuer ha lasciato l’esercito regolare, insieme al suo battaglione, per unirsi ai ribelli». Ma gli scontri più cruenti sono nei tre stati petroliferi del Nord e dell’Est (Unity, Alto Nilo, Jonglei), al momento quasi interamente nelle mani di Machar.

Paolo Setti Carraro, chirurgo nell’ospedale di Lui per “Medici con l’Africa-Cuamm”, racconta: «Un gruppo di soldati governativi ha cercato di forzare il cancello dell’ospedale per uccidere i feriti della parte avversa. Siamo riusciti a impedirlo parlando con il comandante locale delle milizie, convincendolo che l’ospedale è un luogo inviolabile».

Il dottor Enzo Pisani, medico del Cuamm. E' rimasto a operare all'ospedale di Yrol (Foto Scalettari)..
Il dottor Enzo Pisani, medico del Cuamm. E' rimasto a operare all'ospedale di Yrol (Foto Scalettari)..

"Le persone rifugiate non hanno alloggio, hanno pochissimo cibo, sono ospitate sotto gli alberi"

La sua Ong, con sei operatori italiani, è una delle poche rimaste in Sud Sudan nonostante la crisi e gestisce due ospedali in cui, accanto all’attività ordinaria, ora si curano i feriti di entrambe le parti.

L’altro ospedale è a Yrol, al confine con la provincia di Bor, teatro degli scontri più violenti, dove l’associazione è accanto ai 20 mila sfollati che hanno raggiunto Minkamen, l’approdo est del Nilo. Spiega il dottor Enzo Pisani: «Bor dista poche miglia, ma l’attraversamento del fiume si esegue in 4-5 ore per via di numerosi isolotti. Le persone rifugiate non hanno alloggio, hanno pochissimo cibo, sono ospitate sotto gli alberi. Hanno chiesto coperte, zanzariere, cibo, farmaci e strumenti per igienizzare l’acqua; stanno cominciando a scarseggiare di farmaci».

Intersos, che continua la distribuzione di beni di prima necessità a Juba, ha dovuto invece chiudere il centro di Bor, quando è stato saccheggiato da persone armate, che hanno sequestrato i veicoli e il carburante. Amref continua i suoi due progetti (una scuola secondaria femminile e un centro di formazione sanitaria) nell’area di Maridi nello Stato del Western Equatoria: qui, dove le etnie maggioritarie non sono né i nuer, né i dinka, attualmente non c’è conflitto.

Anche l’Unhcr ha ridotto le sue attività in alcune regioni a causa degli scontri. Tuttavia, in stretto contatto con la Missione Onu in Sud Sudan (Unmiss), interviene nelle caserme delle Nazioni Unite dove si sono rifugiati oltre 75 mila sfollati. A Juba, dove le temperature superano i 40 gradi, i campi profughi sono due e ospitano i nuer, che temono il ripetersi della caccia casa per casa delle settimane scorse. In altre zone del Paese, dove le posizioni di forza sono invertite, ospitano i dinka.

Infine, padre Moschetti ricorda il grande lavoro che sta svolgendo la Chiesa cattolica, che in Sud Sudan ha grande autorevolezza per il ruolo avuto nel raggiungere l’indipendenza: «Insieme alla Chiese evangeliche, stiamo lavorando per la pace e la riconciliazione interetnica, in particolare con gruppi di giovani e di donne. Nei campi degli sfollati, accanto agli aiuti materiali, celebriamo la Messa e preghiere ecumeniche. Il 9 gennaio era l’anniversario dei tre anni del referendum che ha sancito l’indipendenza: tutte le parrocchie di Juba hanno partecipato a una lunga veglia di adorazione eucaristica e a una processione terminata in una Messa per la Pace in cattedrale».

Per chi vuole sostenere l'intervento di Medici con l'Africa-Cuamm in Sud Sudan:
Causale Emergenza Sud Sudan c/c postale 17101353
intestato a Medici con l'Africa Cuamm
IBAN: IT 91H0501812101000000 107890
per bonifico bancario presso Banca Popolare Etica, PD.

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