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Sud Sudan, un milione di profughi

23/02/2014  Mentre le trattive di pace sono pressoché in stallo, il Paese – già poverissimo – vive una drammatica emergenza umanitaria.

Il 23 gennaio, ad Addis Abeba, è stato firmato il cessate il fuoco in Sud Sudan, tra i rappresentanti del presidente Salva Kiir e del suo rivale storico, l’ex vicepresidente Riek Machar. Si è trattato di un primo accordo. Altri ulteriori colloqui sono ripresi nella capitale etiope il 7 febbraio. Nel frattempo, l’Igad, l’organizzazione degli Stati del Corno d’Africa che sta mediando tra le parti, ha deciso l’invio di militari dal Sudan, Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya e Uganda per verificare la tenuta della tregua.

Ma non sono passati che pochi giorni, e il 18 febbraio le truppe fedeli all'ex vicepresidente Riek Machar hanno attaccato Malakal, capoluogo dello stato di Upper Nile.

Nel Paese, la situazione è in parte migliorata, ma si continuano a registrare sporadici combattimenti, soprattutto negli Stati dell’Alto Nilo e di Jonglei. Ovviamente, entrambe le parti si accusano a vicenda di violare la tregua e di crimini contro i civili. Per esempio, dopo la riconquista di Malakal, un portavoce di Machar ha accusato i governativi, di etnia dinka, di aver commesso atrocità contro i civili appartenenti agli altri gruppi etnici (nuer, shilluk e dinka bor), cercandoli casa per casa. Mentre altre fonti hanno riportato di miliziani antigovernativi che sono entrati negli ospedali per uccidere i feriti.

Da ambo le parti, i Vescovi cattolici e l’Unicef hanno segnalato l’utilizzo di bambini soldato ed Elisabetta D’Agostino del Comitato Collaborazione Medica dice: «Fino a una settimana fa, sulla strada tra Mingkaman e Juba, si incontravano camion pieni di ragazzi appena reclutati, diretti verso la capitale per un breve addestramento e poi spediti a Bor, a rafforzare le truppe governative. Dai camion li abbiamo sentiti cantare, festosi… entrare nel loro ruolo».

La situazione era precipitata il 15 dicembre, quando il generale Kiir aveva incarcerato 11 politici accusati, insieme a Machar, di golpe e di tradimento contro lo Stato. La lotta politica era presto diventata uno scontro etnico tra i dinka di Kiir e i nuer del rivale. Il 30 gennaio, 7 di loro sono stati scarcerati e trasferiti a Nairobi, sotto la custodia del presidente keniano Kenyatta. Machar, alla macchia dallo scorso dicembre, ha parlato di «una buona notizia».

Non si sa quanti morti abbia causato oltre un mese di combattimenti, sicuramente alcune migliaia; Enrica Valentini, direttrice del Catholic Radio Network, che raggruppa le radio cattoliche, spiega: «Non tutte le zone sono accessibili al governo o ad altre istituzioni, quindi una stima attendibile delle vittime rimane praticamente impossibile. Chi raggiunge gli ospedali e muore lì viene registrato, ma quanti perdono la vita in aree rurali o poco accessibili sono praticamente abbandonati a se stessi».

Uno dei campi profughi Unicef nati in queste settimane in Sud Sudan (Questa e la foto di copertina sono Unicef/Crowe).
Uno dei campi profughi Unicef nati in queste settimane in Sud Sudan (Questa e la foto di copertina sono Unicef/Crowe).

Padre Daniele Moschetti: "Alcune zone sono rase al suolo e bisognerà ricominciare completamente da zero".

Quello che è certo – spiega padre Daniele Moschetti, provinciale dei missionari comboniani – «è che, tra saccheggi e razzie, alcune zone sono rase al suolo e bisognerà ricominciare completamente da zero. Ai morti, si aggiungono poi i segni che l’odio e la violenza di queste settimane stanno scavando tra i diversi gruppi».

Le zone più distrutte sono i tre Stati petroliferi (Unity, Alto Nilo, Jonglei), dove prima della guerra si estraevano 350.000 barili al giorno (il 98% delle entrate nell’Unity), con le concessioni principali a un consorzio a capitale cinese, malese e indiano. Ora la produzione è scesa a 50.000 barili al giorno. Su queste zone, passate di mano in mano tra governativi e ribelli in più occasioni, non mancano gli interessi esteri: il Sudan, che può contare su un oleodotto che sbocca nel mar Rosso, e l’Uganda, con il progetto di un nuovo oleodotto fino a Mombasa, in Kenya. Proprio l’aviazione e l’esercito ugandese sono scesi in campo a fianco del generale Kiir.

Sempre Padre Moschetti sottolinea la gravità di chi ha perso tutto: «Gli sfollati sono ormai oltre 800 mila, più di 100 mila hanno passato la frontiera con l’Uganda, l’Etiopia, il Kenya e il Sudan. Noi rimaniamo accanto al popolo; a Leer, 4 suore e 5 preti comboniani hanno appena evacuato la missione, fuggendo nella foresta».

In tutto il Sud Sudan, le Chiese cristiane e alcune ong sono in prima linea nel soccorrere i civili, accampati tra gli alberi, rifugiati in parrocchie, nei campi dell’Unmiss (la missione Onu per il Sud Sudan), negli orfanotrofi o nei villaggi dove non ci sono scontri. I comboniani, in Sud Sudan fin dalla loro fondazione nel 1867, hanno missioni sia tra i nuer, sia tra i dinka, e hanno appena lanciato «un appello a pregare per la pace e a contribuire con donazioni per far fronte all’emergenza umanitaria immediata e alla ricostruzione sul lungo periodo».

Missionari Comboniani Per contribuire, scrivere a ssmccj@gmail.com; tel. 051432013. www.combonisouthsudan.org.

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