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martedì 21 settembre 2021
 
Il caso
 

Taranto: «L'ex Ilva cambi o chiuda»

24/03/2021  La città è stanca dell'inquinamento e il sindaco chiede una vera transizione ecologica. "Se non riesce la trasformazione qui, il recovery non è una cosa seria"

«Taranto oggi è un paradigma. Se non facciamo i conti con questa città la transizione ecologica non è credibile e useremo male i soldi del recovery plan». Lo dice con garbo, ma con fermezza, il sindaco Rinaldo Melucci. Negli anni il “mostro d’acciaio” si è portato via salute, vite umane e speranza. Un dramma come quello che porta all’attenzione la serie in tre puntate “Svegliati amore mio”. Ma con una soluzione, se qualcuno saprà ascoltare.

In attesa dell’udienza al Consiglio di Stato che dovrebbe confermare o respingere l’ordinanza del sindaco che impone la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva, il cuore pulsante dell’azienda, il primo cittadino di Taranto spiega che «non stiamo parlando di smantellare la fabbrica. Quello che vogliamo è lo spegnimento della maggior fonte inquinante, quell’area a caldo dove arriva il carbone e si fondono una serie di minerali in un altoforno che ha una tecnologia vecchia di più di un secolo», la contestuale «installazione di tecnologie nuove come quella dei forni elettrici o simili che abbattano le emissioni delll’80/90 per cento».

Ma si sta andando in questa direzione?

«Al momento no, anzi il contrario. Invitalia, con il commissario Arcuri, ha firmato un accordo a dicembre, in gran fretta e in hran segreto. Abbiamo chiesto un accesso agli atti, ma il ministero di allora ce lo ha negato. Quello che abbiamo saputo è che è un accordo tra due parti dove lo Stato entra con capitali pubblici all’interno della governance dello stabilimento, ma senza mutare l’assetto industriale».

Perché?

«Perché si pensa soltanto a massimizzare l’occupazione, 10.700 persone a regime. Ma non è stata interpellata la comunità. Le emissioni raggiungono mezzo milione di persone se consideriamo soltanto la provincia di Taranto. Bisogna decarbonizzare. Questo comporterà sicuramente degli esuberi nell’ordine di 3/4mila persone che dovremmo ricollocare. Ma io devo pensare alla salute dei cittadini, che viene prima di tutto il resto».

Eppure Salvini dice che Taranto dovrebbe produrre acciaio per tutta Italia. Che ne pensa?

«Assolutamente no. Non possiamo essere il cortile dove si fanno gli affari sporchi del Paese perché alcune manifatture importanti del nord devono avere un bilancio favorevole. A noi manca, come nei Paesi seri, un piano nazionale dell’acciaio. In questo piano è evidente che Taranto possa giocare un ruolo da protagonista. Ma non possiamo produrre tutto quell’acciaio con queste emissioni. Possiamo ripartire il rischio e il carico su diversi territori. Naturalmente in modo ecosostenibile. Ormai l’acciaio nel resto del mondo - tranne India e Cina, che credo siano mercati del lavoro che non vogliamo prendere a paragone – si produce con forni elettrici o con l’alimentazione a gas o con dei mix tecnologici che, da studi effettuati, abbattono quasi per intero le emissioni. Quella è una prospettiva seria: contemperare il diritto alla salute con una quota relativa di rischio».

E quindi come agire?

«Non partiamo da zero. Già da tre anni abbiamo iniziato un percorso con un piano di transizione economica, ecologica ed energetica molto strutturato che si aggancia anche a un piano strategico regionale. Abbiamo previsto una serie di iniziative che generano ricadute economiche in altri settori sostenibili. Abbiamo una tradizione radicata attorno alla filiera del mare, alla enogastronomia, abbiamo un grande porto, il turismo, un distretto dell’aerospazio. Non siamo contrari alle industria, ma bisogna vedere di quale tipo stiamo parlando. Con Arcelor Mittal siamo partiti con il piede sbagliato, loro hanno desertificato il nostro indotto, non ci sono ricadute sulle nostre imprese, il personale è maltrattato, vessato, mancano le manutenzioni nello stabilimento, non c’è un dialogo con la comunità. Non vediamo nessun fattore positivo. Il nostro interlocutore deve essere il Governo, dobbiamo sederci al tavolo, come ci ricorda spesso anche il nostro arcivescovo, perché alle parole seguano i fatt. Servono qualche miliardo di investimenti del recovery, la chiusura dell’area a caldo, circa tremila esuberi da ricollocare in attività sociali, di pubblica utilità di concerto con la regione Puglia e gli altri enti e lo sviluppo di altre attività sganciate dalla siderurgia. La città non può dipendere da un’unica industria».

Che ha anche una estensione territoriale enorme.

«Questo è l’altro problema. Insieme con la prossimità all’area urbana. Quando, oltre 50 anni fa, si è realizzato lo stabilimento non c’erano le conoscenze scientifiche di oggi e si pensava addirittura che una ciminiera desse prestigio alla città quanto più fosse collocata al centro. Oggi sappiamo che non è così. È chiaro che un’Ilva più moderna, più piccola, più sicura come la chiediamo noi dovrebbe innanzitutto arretrare dal quartiere Tamburi e dalle banchine del porto che sono state fagocitate. C’è un tema fisico, infrastrutturale attorno all’ex-Ilva. Non sono un tecnico, ma i miei esperti mi dicono che costruire i forni elettrici, passare a un altro tipo di alimentazione, significa anche avere l’opportunità di autodigerire la fabbrica perché pezzi interi di carpenteria che possono essere smantellati per farla arretrare si possono come rottami di ferro nella produzione dell’acciaio. Sarebbe un perfetto progetto di economia circolare. Questo si inserisce perfettamente nella strategia del  Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma ancora non siamo stati chiamati a partecipare. Finché non vediamo progressi in questo senso resteremo sulla difensiva». 

 
 
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