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giovedì 25 aprile 2024
 
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Torino, la Chiesa si riorganizza: il futuro passa da diaconi, famiglie e laici

16/10/2022  Presentate le linee-guida del prossimo anno pastorale in cui il nuovo arcivescovo, monsignor Roberto Repole, e i suoi collaboratori, intendono porre le basi di un cammino tutto da scrivere. E' in atto una metamorfosi del credere, è stato detto, continuare a lamentarsi per le Messe sempre meno frequentate e le scarse vocazioni è sterile: meglio cercare i germogli nuovi, che pure esistono. I laici, ad esempio, possono essere sempre più coinvolti nei campi della catechesi, della formazione (oratori) e della carità

Sopra, in alto e in copertina: alcune immagini dell'ordinazione episcopale e dell'ingresso in diocesi di monsignor Roberto Repole, 55 anni, nuovo arcivescovo di Torino, il 7 maggio 2022. Foto di Paolo Siccardi/Walkabout.
Sopra, in alto e in copertina: alcune immagini dell'ordinazione episcopale e dell'ingresso in diocesi di monsignor Roberto Repole, 55 anni, nuovo arcivescovo di Torino, il 7 maggio 2022. Foto di Paolo Siccardi/Walkabout.

Diaconi, famiglie e laici in genere: da loro passa il futuro della Chiesa. Ripensare la presenza sul territorio, testimoniare il Vangelo senza restare ancorati a modelli del passato. È questa la sfida che monsignor Roberto Repole, da pochi mesi alla guida dell'arcidiocesi di Torino, lancia a se stesso e alle comunità del territorio. Di questa sfida si è parlato sabato 15 ottobre, alla presenza di oltre 400 sacerdoti, in un incontro organizzato nel Centro Congressi del Santo Volto, sede della curia torinese. L’appuntamento è stato l’occasione per presentare il nuovo anno pastorale e, appunto, per porre le basi di un cammino tutto da scrivere.

Già nel giugno scorso, a poche settimane dal proprio insediamento (l’ordinazione episcopale si è svolta il 7 maggio), monsignor Repole aveva sollevato il tema del rinnovamento, in una lettera inviata al clero subalpino. «È sotto gli occhi di tutti» aveva scritto il presule, «il fatto che il numero dei preti è in calo ormai da decenni e che la loro età media è piuttosto elevata. È meno evidente ai più, anche se non meno significativo, il fatto che anche il numero dei cristiani che vivono una qualche reale appartenenza alla Chiesa è di molto inferiore rispetto al passato. Insomma, si tratta di guardare con lucidità la realtà e prendere sempre più profondamente coscienza che la nostra società non è più “normalmente cristiana”. Eppure, noi siamo ancora strutturati – a partire dalle nostre parrocchie – nell’implicito che tutti siano cristiani».

A partire da queste evidenze, l'arcidiocesi torinese, come molte altre in Italia, si mette in discussione e in ascolto. Da dove partire? «Bisogna vivere il Vangelo, sapendo di essere uomini e donne di questo tempo e di questa società, ma anche capaci di resistere agli elementi antievangelici» risponde l’arcivescovo. «Inoltre dobbiamo riorganizzarci, perché le comunità cristiane siano vive e vitali, testimoniando che il Vangelo è attuale anche oggi. Non ci saranno tutti, ma quelli che ci sono possono essere convinti e gioiosi di appartenere a Cristo».

Sul piano pratico, il lavoro è appena all’inizio e l’incontro del 15 ottobre non è stato che la prima tappa, quella inaugurale. La sfida, per usare una metafora evangelica, sta nel «vedere i nuovi germogli» e magari avere il coraggio di «tagliare qualche ramo secco». Secondo monsignor Repole, alcuni di questi nuovi germogli sono già ben visibili: «Penso, ad esempio, al ruolo dei laici adulti in quelle comunità dove non c’è più un prete a tempo pieno: queste persone preziose hanno preso in mano la catechesi o l’oratorio o l’impegno caritativo, che rende le comunità ancora vive e attente ai poveri del mondo. Si tratta di cogliere tutti questi tesori, che rischiamo di non vedere se ci concentriamo a immaginare la Chiesa soltanto com’è stata nel passato». Diaconi, famiglie e laici in genere, quindi, saranno al centro. «Si potranno anche immaginare nuovi ministeri laicali, però, un passo alla volta…».

Intanto si è appena aperto l’anno pastorale 2022-2023. Ed è un tempo difficile: le fragilità economiche, le tensioni sociali, la tragedia della guerra alle porte d’Europa. «Potremo stare vicino alla gente in due modi» osserva l’arcivescovo: «rafforzando e confermando la dimensione caritativa, che da sempre ci pone al fianco di chi affronta i disagi del vivere. Va sottolineato che nella nostra Chiesa questo aspetto non manca. Anzi, chiediamoci se la società civile potrebbe reggere senza l’impegno di tanti cristiani che mettono a disposizione energie, denaro e tempo per aiutare i più poveri. E poi, in seconda battuta, sapremo offrire speranza se concentreremo il nostro sguardo su Cristo, il salvatore, l’atteso. Le nostre società annegano nella nebbia quando non hanno prospettive, non hanno idealità. A noi cristiani spetta il compito di tener desta la fede in Gesù e dire che, al di là di tutto, è veramente Lui che ci salva».

 
 
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