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giovedì 21 ottobre 2021
 
Lotta al Califfato
 

Un re top gun contro l’Isis

06/02/2015  L’immagine del sovrano della Giordania in tuta da pilota è l’emblema di una guerra parallela a quella che si combatte sul terreno. E non meno decisiva.

E’ una guerra di simboli quella che si combatte tra il re Abdullah di Giordania e i carnefici dell’Isis. Un conflitto in cui si affiancano due linee di lettura, politica e comunicativa, la seconda spesso a sopravanzare la prima. Il video degli uomini del Califfato del pilota giordano arso vivo ha innescato una battaglia di immagini e metafore. Mentre i jet dell’aviazione giordana bombardavano le postazioni dell’Isis, su Facebook la corte ashemita diffondeva una immagine del sovrano in postura e abito da top gun, muscoli e sguardo fiero. Il re guerriero, il difensore del popolo. Vesti moderne e sapori arcaici. Una foto da commander in chief che ai nostri occhi di europei che hanno laicizzato il potere può apparire ingenua, artefatta, quasi una caricatura. Come certi kolossal biblici made in Hollywood che mostrano un Mosé generale più che profeta.

Non si comprende fino in fondo la vera partita in gioco, se non si intercetta anche questo filo simbolico. Se non ci si chiede perché Abdullah, a capo di un Paese diviso in tribù, abbia ordinato ai suoi caccia, reduci dai bombardamenti sui territori del califfato, di sorvolare Ayy-AlKarek, il villaggio del pilota Muath Kasasbeh. E perché poco prima avesse chiamato il padre, Safi-Youssef, per dirgli che “la nazione intera è con te”. Quel che dicono i muscoli esibiti dal sovrano, precipitosamente tornato da una visita a Washington per riprendere in mano gli umori di un popolo, è che in ogni guerra – soprattutto quella che diffonde proclami ed esecuzioni sul web - il fronte più delicato e volatile è quello dell’immaginario, e si nutre di simboli arcaici, primordiali, gli stessi da secoli.

L’immagine del re guerriero, per quanto ingenua, serve a cucire consenso e sanare dubbi. Quelli legati a una trattativa comunque avviata con gli uomini della bandiera nera, pur in assenza di alcuna merce di scambio. Quelli di una opinione pubblica araba che considera il re troppo filoamericano. La foto da top gun serve a salvare il sovrano dalla spallata che il califfato voleva imporgli. Ma “mostrare i muscoli” vuol dire in qualche modo scendere sullo stesso terreno di scontro imposto dagli avversari. A simboli si risponde con simboli. A immagini truci con foto tagliate a matita grossa. Una guerra nella guerra. Altrettanto decisiva.

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