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Una casa per uscire dalla solitudine

26/12/2019  A Gorgonzola, alle porte di Milano, "Casa di Andrea" accoglie uomini in difficoltà. E il responsabile, Franco Invernizzi, fa da padre a tutti. Qui sopra: Franco Invernizzi attorniato da uomini e ragazzi (foto di Fabrizio Annibali)

Kaire! La scritta campeggia all’ingresso di una delle comunità “Casa di Andrea” a Gorgonzola, alle porte di Milano. «Significa gioisci, rallegrati: sono le prime parole che Dio rivolge all’uomo nei Vangeli. Il greco kaire è stato tradotto in italiano come ave». Kaire come annuncio, quindi, ma anche come occasione. «Vuol dire “tirati su, perché non sei solo!” Per gli uomini che accogliamo Kaire è un’occasione di riscatto», dice Franco Invernizzi, 61 anni, referente di “Casa di Andrea” (come l’Andrea dalla canzone di De André, ndr), un “sistema” di accoglienza della Fondazione Somaschi composto da una sede principale − la villetta Kaire, appunto − e altri appartamenti per la semiautonomia.

Braccia aperte per tutti

C’è chi arriva dal dormitorio, chi dalla strada, chi da situzione di fragilità. Persone che hanno perso l’autonomia per problemi socio-economici, uomini provenienti da condizioni di sfruttamento, senza fissa dimora. Alcuni passano solo per fare una doccia, stare un po’ tranquilli e riposarsi al caldo. Altri risiedono per mesi, altri ancora per anni.

Franco accoglie tutti a braccia aperte. Lo fa da quasi 30 anni, come un padre, e gli ospiti sono la sua famiglia. «Fin dalle scuole superiori ho sentito di volermi spendere per gli altri. Ho cominciato come volontario, mentre lavoravo come contabile, poi il mio impegno è diventato anche il mio lavoro», ricorda.

A segnare la svolta nel 1986 è il convegno diocesano “Farsi prossimo” voluto dal cardinale Carlo Maria Martini, che lo aveva preparato con la Lettera pastorale sul tema della carità: «In parrocchia per due anni ci siamo dedicati alla lettura dei problemi del territorio, registrando un grande bisogno di accoglienza», precisa ancora Franco.

Un gruppo di amici della parrocchia Madonna dell’aiuto di Gorgonzola si rimbocca le maniche e nel 1999 la comunità di accoglienza prende forma. Sono anni segnati dal dramma della tossicodipendenza, che falcidia anche tanti coetanei di Franco: «I servizi che si occupano di uomini non sono mai stati molti, mentre le situazioni di disagio sono sempre state parecchie».

Il valore della prossimità

Per dare stabilità all’esperienza, nel 2009 la comunità assume l’attuale denominazione di “Casa di Andrea”, entrando a far parte dei progetti della Fondazione Somaschi, mentre Franco comincia a lavorare a tempo pieno, condividendo la quotidianità con la comunità.

Oggi varcare la porta di Kaire significa innanzitutto entrare in una casa accogliente. Alle pareti le foto dei più di 640 uomini che dal 1992 sono passati di qui. Sui tavoli fiori, piante e cianfrusaglie, come in tutti gli appartamenti. «Offriamo un supporto materiale, certamente, ma soprattutto prossimità: il calore dello stare insieme e la sicurezza di poter affrontare le difficoltà della vita con qualche strumento in più, a partire dal confronto con adulti di riferimento», spiega Franco.

Per tutti, l’obiettivo è un cammino verso l’autonomia, con sfumature diverse a seconda delle storie personali. «Per operatori e volontari si tratta di un’esperienza estremamente profonda e coinvolgente, che fa riflettere sul senso della vita e degli affetti. Accostarsi al dolore, alla fragilità, alla fatica di tenere fede all’impegno, porta a interrogarsi su se stessi fino a dirsi che − davanti alle situazioni più compromesse − non siamo in grado di fare altro se non stare vicino, fino alla fine, alle persone», confida Franco.

“Casa di Andrea” attualmente ospita 32 uomini, di cui sei abitano a Kaire. Lavarsi, vestirsi, mangiare, prendere la medicine: la cura di sé comincia dalle piccole attenzioni. «Cerchiamo di stimolare una coabitazione solidale: ognuno ha la sua stanza ma degli spazi comuni ce ne occupiamo insieme», spiegano gli operatori. Niente a che vedere con l’assistenzialismo, insomma. Franco punta su un «welfare generativo»: «La casa mette in atto dinamiche di umanizzazione, riconoscimento, responsabilizzazione: per chi ha vissuto per strada ricominciare ad avere un letto e un comodino, o accorgersi che qualcuno ha preparato le lasagne da mangiare assieme la domenica, è un grande cambiamento, un’occasione per prendersi cura di sé, essere protagonisti della propria vita».

San Girolamo come modello

Nell’ufficio di Franco − che tutti chiamano Frank − è un continuo via vai. Un ragazzo ha appena trovato lavoro e corre a dare la buona notizia, un uomo sulla sessantina lamenta un forte mal di schiena e non vorrebbe andare a lavorare.

Franco ha tempo per tutti e per tutti è un imprescindibile punto di riferimento: ascolta e poi si complimenta o rincuora. E così fanno gli altri due educatori e i cinque volontari. Poche parole, tanto esempio. «Sto qui dalle 9 del mattino alle 10 di sera tutti i giorni, domenica compresa, vado a casa mia solo per dormire», racconta Franco.

A Kaire spesso la sera si ascolta musica, si guarda un film, si sta insieme. Una volta al mese poi, si legge il Vangelo assieme al parroco don Paolo Zago, condividendo le proprie risonanze. A volte il confronto è disarmante: «La vita di strada è dura e chi resiste affina una sensibilità unica: le risposte preconfezionate con i nostri ospiti non vanno bene. Quello che possiamo fare è cercare di offrire un’occasione per recuperare fiducia in sé stessi, nelle relazioni».

Naturalmente non sempre tutto fila liscio come l’olio. Ci sono momenti di stanchezza, intolleranza, fatica a capirsi. Ma il presenza e la vicinanza di tanti volontari e amici aiuta.

“Casa di Andrea” è ben inserita nel territorio e si fa anche promotrice di «occasioni per tutti». Come è successo il 25 dicembre, ad esempio, quando Franco e gli uomini della casa hanno organizzato un pranzo di Natale allargato a chiunque volesse stare in compagnia.

«Accoglienza e gratuità significa anche riconoscere che se la nostra vita “va bene” non è perché abbiamo avuto meriti particolari», ammette Franco, che s’ispira a san Girolamo Emiliani, fondatore della congregazione dei padri Somaschi, che Pio XI  definì «patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata» perché nel Cinquecento accoglieva chiunque avesse bisogno.

San Girolamo non prese i voti ma condivise la vita con i poveri e fece sempre famiglia con gli orfani. Un laico con una vocazione altissima. Insomma, proprio come Franco.

 
 
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