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Uteri in affitto donne, non incubatrici

11/02/2016  Maternità surrogata. Deve essere chiaro una volta per tutte: le donne non sono macchine da riproduzione e i bambini non sono merce su ordinazione

Si chiama “maternità surrogata” oppure “gestazione d’appoggio”. O anche, più prosaicamente, “utero in affi€tto”. È la pratica che induce una coppia a depositare i propri embrioni, fecondati in provetta, nel corpo di una donna estranea la quale, in cambio di denaro nei casi più comuni, di rado anche gratuitamente, come può succedere se è una parente stretta, accetta di portare a termine la gravidanza per poi consegnare il neonato ai committenti.
Contro questa pratica del €figlio su ordinazione, il 2 febbraio scorso si è espressa l’Assemblea nazionale di Parigi che ha approvato il documento Stop alla maternità surrogata. È un primo passo, poi il documento passerà per il voto al Parlamento dell’Unione europea.
La maternità surrogata è legale in India, Georgia, Russia, Tailandia e in alcuni Stati americani. E anche nel Regno Unito e in Canada, ma con qualche limitazione; per esempio, la madre surrogata non può ricevere somme di denaro più alte delle “spese ragionevoli” connesse alla gravidanza. In Italia è vietata, pur con alcune deroghe, dalla Legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita, che sanziona le cliniche e i medici che la praticano sul nostro territorio, ma non dice niente sulle coppie che ricorrono alla madre in affi€tto all’estero. Una volta ottenuto il bambino, le coppie presentano il certi€cato di nascita al consolato italiano del posto e chiedono che esso sia inviato per la trascrizione al loro Comune di residenza. La novità è che adesso queste norme sono in discussione in Parlamento, con proposte di modi€che e aggiornamenti.
Negli anni, si sono veri€ficati casi dolorosi, soprattutto negli Stati Uniti, dove alcune madri surrogate, una volta dato alla luce il bambino, hanno preteso di tenerselo, e si capisce: tra la madre e il figlio portato per nove mesi, si è stabilito un legame biologico così forte da non poter essere spezzato alla nascita.
Perché deve essere chiaro una volta per tutte: le donne non sono macchine da riproduzione e i bambini non sono merce su ordinazione.

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