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lunedì 15 aprile 2024
 
L'intervista
 
Credere

Victor Manuel Fernández: «Preferisco la paternità del parroco al potere del vescovo»

03/07/2023  Victor Manuel Fernández, teologo molto vicino a papa Francesco, è stato nominato dal Pontefice Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Commissione Teologica Internazionale. Uomo di relazioni e vicinanza alla sua gente, già vescovo di La Plata (Argentina), è un apprezzato autore spirituale. Credere l'aveva incontrato nel 2020: riproponiamo l'intervista integrale.

È teologo e biblista. Autore di oltre 300 libri, monsignor Victor Manuel Fernández di sé stesso dice di avere un «cuore di poeta e d’insegnante». In pratica, un mix tra lirica e realismo. È molto attivo sia su Twitter che su Facebook. Vive il suo episcopato come un servizio impegnativo, è persona di pochi amici ma molto buoni. Sostenuto dall’allora cardinale Bergoglio superò la diffidenza di quanti non lo volevano a capo dell’Università cattolica argentina. Considerato il “teologo di papa Francesco”, dal 2018 è arcivescovo della importante diocesi argentina di La Plata.

Come Bergoglio, anche lei è argentino ma con un pizzico di sangue italiano. Ce ne vuole parlare?

«Sì, sono nato ad Alcira Gigena, un paese di 5 mila abitanti della provincia di Córdoba, nell’interno dell’Argentina. Mio padre, Emilio, era uomo molto colto, poeta, suonava il sassofono e il contrabbasso, e preparava un’ottima cucina spagnola. Mia madre, Yolanda Martinelli, era una donna molto semplice, che lavorava in campagna e cucinava eccellenti piatti italiani. Sono cresciuto ben nutrito e con una sana combinazione di poesia e realismo. Alcira Gigena era stata fondata da immigrati piemontesi, eccetto i miei nonni materni (Martinelli-Ficosecco), che provenivano da Macerata. Ci conoscevamo tutti».

Quando ha sentito nascere la vocazione religiosa?

«Già da ragazzo mi piaceva moltissimo meditare la Parola di Dio. Il parroco mi aveva prestato la chiave della chiesa e andavo tutte le sere a leggere il Vangelo del giorno per pregare. Per questo stesso motivo, dopo la mia ordinazione, sono andato a Roma a studiare Sacra Scrittura. La mia vocazione è nata a poco a poco, tramite diversi segni. Ciò che più mi ispirava era un particolare del mio parroco: quando sapeva che c’era una persona malata in paese, non si dava pace finché non gli permettevano di visitarla. Tale attenzione gratuita, per persone che magari sarebbero morte presto e che certo non potevano ricompensarlo per il suo gesto, mi commuoveva. Ero incerto, però, e non riuscivo a prendere una decisione sulla mia vita. Un giorno sono andato nel cortile di casa, in mezzo alle galline, mi sono seduto su un tronco e ho chiesto a Dio di darmi una risposta. Aprii la Bibbia e la prima cosa che vidi fu la parola: “Seguimi”. Da allora non ho più avuto dubbi».

E che cosa ci dice della sua vocazione alla scrittura?

«Durante l’adolescenza avevo l’abitudine di andare a far visita a una anziana donna cieca, che viveva sola e non aveva familiari. Quando le leggevo qualcosa, mi piaceva vedere le reazioni sul suo volto. Così ho capito il valore della parola. Mia preoccupazione fondamentale nello scrivere era ed è tuttora provocare negli altri qualcosa che aiuti loro a vivere. Nel corso del tempo ho scritto opere di teatro per bambini, poesie, studi di esegesi biblica e di teologia. Ma i miei libri più conosciuti sono riflessioni spirituali che risalgono per lo più a quando ero parroco e tanta gente mi cercava per chiedermi consiglio. Pochi sanno che un libro di spiritualità fatto con serietà ha un linguaggio semplice ed esistenziale, ma questo non significa che sia qualcosa di light: perché anzi presuppone molta riflessione, preghiera e la capacità di valutare esperienze, di capire ciò che vive la gente, di entrare in dialogo con le scienze umane…».

A proposito di relazioni umane, quale posto occupano gli amici nella sua vita?

«In verità negli ultimi vent’anni il mio ministero è diventato così esigente che non mi resta tempo per frequentare molti amici, eccetto due o tre. Però mi sono sufficienti per mantenere il mio realismo, giacché, come sappiamo, gli amici veri sono sinceri e ti dicono tutto quanto pensano e sentono. Ciò aiuta a tenere i piedi per terra».

Parliamo di papa Francesco. Lei è considerato uno dei suoi “teologi di riferimento”. In quali occasioni il suo rapporto con Bergoglio è stato particolarmente importante?

«Sicuramente quando mi nominarono rettore dell’Universidad Católica Argentina: dato che si tratta di un’università pontificia la mia designazione richiedeva la ratifica di Roma. Arrivò 17 mesi dopo, perché alcune persone avevano presentato delle accuse su miei presunti errori dottrinali. All’epoca Bergoglio, che era arcivescovo di Buenos Aires, mi ha sempre sostenuto. Durante quella vicenda, una volta mi disse: “Alza la testa e non lasciare che ti tolgano la tua dignità”. Questa frase mi ha segnato per il resto della mia vita. Un altro momento davvero importante con lui è stata la Conferenza di Aparecida in Brasile, nel 2007. Una volta terminata l’assemblea, tornammo insieme in aereo in Argentina. Furono diverse ore di conversazione e quanto ci scambiammo è stato determinante per me».

Per ciò che riguarda la riflessione teologica, a suo giudizio, quali sono i nodi centrali del magistero di papa Francesco?

«L’intima connessione che deve esserci tra impegno sociale ed esperienza spirituale, lo stretto rapporto che deve darsi tra riflessione teologica e vita della gente, la valorizzazione di ciò che lo Spirito Santo opera nel popolo semplice, l’apertura al dialogo con quelli che la pensano diversamente per accogliere la loro parte di verità, la centralità della carità nella vita morale, la preoccupazione di tornare sempre al nucleo centrale del Vangelo senza perdersi tanto in ciò che è secondario, la convinzione che tutto è in connessione».

Anche l’Argentina è stata investita dalla pandemia. Che cosa succederà domani? Nella liturgia e nella pastorale ritorneremo alla stessa vita di prima?

«Alcuni dicono che questa pandemia segnerà uno spartiacque per l’umanità. Io non ne sono sicuro. La paura sarebbe stata l’occasione, ad esempio, perché i Paesi unissero gli sforzi nella ricerca e arrivassero insieme a produrre un vaccino. Non è avvenuto. Non diventeremo più solidali domani se non iniziamo subito, ora, a esercitare nuove forme e nuovi atteggiamenti di solidarietà. Gli anziani morti asfissiati per mancanza di respiratori sono vittime dello smantellamento dei sistemi sanitari pubblici, sacrificati sull’altare dell’aggiustamento economico strutturale. Dopo la pandemia, allora ci sarà un mondo più umano, un’economia diversa e tutto sarà orientato al bene comune? No, non necessariamente. Anzi, è possibile che, se siamo stati soltanto obbligati a soffocare le nostre ansie di comprare e consumare, ne verremo fuori disperati, solo con la voglia di ricuperare tutto ciò che non abbiamo potuto comprare durante la quarantena. Tuttavia, anche in Argentina, vedo tanti segni positivi, molta gente che fa del bene. Cerchiamo allora di essere migliori adesso: solo così dalla pandemia ne usciremo diversi».

Questi mesi di lockdown sono stati il trionfo del “virtuale”, di internet, dei social media. Lei che relazione ha con questi nuovi media?

«Mi è sempre piaciuto comunicare attraverso i mass media. Quando ero parroco nella regione di Córdoba, avevo un programma in radio tutti i venerdì sera. Si chiamava Condividere l’anima. C’era musica, facevo brevi riflessioni e molta gente interveniva con delle chiamate. In realtà quasi nessuno telefonava per porre dubbi teologici o spirituali. La maggioranza chiamava per chiedere preghiere di fronte a qualche difficoltà. Da alcuni anni metto frequentemente riflessioni su Facebook e Twitter. Durante la quarantena sono state tantissime le riunioni via Zoom, però devo dire che sono stufo, così come anche delle Messe trasmesse senza fedeli. La Messa è sacramento, richiede presenza, uno spazio adeguato, movimento, incontro. Seguirla via internet è una anomalia pur se in un contesto inevitabile».

Come vive personalmente il potere che le dà l’episcopato?

«La Plata è capitale di una provincia molto importante. Ciò comporta che io debba stare in contatto permanente con governanti, politici, sindacalisti. Cerco di usare questo ruolo per aiutare a risolvere i problemi della gente. L’episcopato però comporta anche molta burocrazia. Finché sei parroco è diverso: hai il contatto diretto con le persone, la gente ricorda con affetto che sei il prete che li ha sposati, che ha battezzato i loro figli, che è andato a trovare la nonna malata. Il vescovo dedica la maggior parte del tempo ad altre cose, che talvolta sono autentici grattacapi. Perfino i preti ti guardano più come un capo che come un padre. Trovo che sia molto più gratificante la paternità del parroco che il potere del vescovo».

Traduzione di Teofilo Pérez Rojo ssp

 

Pubblicazione originale: 04/06/2020

(Immagine in alto: Victor Manuel Fernández, l'abbraccio con papa Francesco. Foto ANSA)

 
 
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