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Quando la sofferenza fa maturare il dialogo tra religioni

19/06/2016  Da 34 anni, l'organizzazione fondata da Giovanna Cavazzoni, a casa o negli hospice assiste malati terminali di ogni fede e cultura. Il confronto tra cristiani, ebrei, musulmani e induisti.

In un viaggio lungo 34 anni, Vidas ha assistito gratuitamente oltre 30mila malati terminali a domicilio e nell’hospice, a Milano, Monza e in altri Comuni lombardi. Tanti i riti, le usanze, le fedi e le nazionalità incontrate in questo cammino. «La concretezza della sofferenza – spiega Giada Lonati, la direttrice socio-sanitaria della onlus – è anche un’esperienza di dialogo interreligioso. L’universalità dell’uomo che soffre accomuna persone giunte alla fine della vita». Sono le domande esistenziali, ma anche le paure e i dubbi.

«Incontriamo persone – continua Lonati – che si chiedono: “Perché Dio mi ha fatto questo?”, “Me lo merito di morire?”. Riescono maggiormente a stare di fronte alla morte coloro che hanno fatto un percorso spirituale, non necessariamente religioso, in cui hanno imparato a riconoscersi nell’altro, magari accompagnando a loro volta altri alla fine della vita». Spesso la morte è un tema che tendiamo a rimuovere nelle conversazioni e nel pensiero, ma al contrario è “naturale” imparare a starci di fronte e ad affrontarlo.

Vidas è stata fondata nel 1982 da Giovanna Cavazzoni, morta lo scorso 20 maggio. Parlava dell’associazione come di una «visione del mondo», ma tenere la mano di un’amica terminale fu l’esperienza decisiva: «Studiavo canto – raccontava – lei era una corista della Scala malata di cancro, abitava in un quartiere povero e sbriciolato dalle bombe, che offendeva il mio senso di giustizia. Standole vicino, capii che i malati terminali hanno molteplici e diversi bisogni, anzitutto di qualcuno che stringa loro la mano e li ascolti». «Vidas – ripeteva – a renderla in immagine, sarebbe un lungo abbraccio». Nel 2015 Famiglia Cristiana l'aveva indicata come "italiano dell'anno".
 
A 34 anni di distanza, tanti abbracci di religioni diverse hanno interrogato profondamente l’associazione. Spiega Giada Lonati: «Il rispetto di ogni persona, unica nella sua diversità, ci ha resi più ricchi. Abbiamo da poco fatto dei lavori di ristrutturazione della camera mortuaria: nella sala dove avviene la vestizione post mortem, abbiamo previsto un tombino per permettere ai parenti dei malati musulmani che assistiamo, sempre più numerosi, di poter svolgere il rituale del lavaggio della salma con grandi quantità di acqua, così come prescrive la fede islamica. Non si poteva completare un percorso di assistenza in vita senza dare spazio al supporto del culto».

Quando invece hanno ricoverato un giovane musulmano durante il mese del digiuno sacro, il Ramadan, medici e infermieri si sono organizzati per somministrare le terapie e gli alimenti nelle ore notturne. «Avevamo modificato il trattamento – ricorda la direttrice – in modo che lui potesse al tempo stesso rispettare il credo religioso ed essere accudito. Sono attenzioni importanti per il malato, la famiglia, ma anche per noi: se penso che “l’altro sono io”, allora faccio per lui ciò che vorrei che fosse fatto a me. Un’infermiera una volta mi ha insegnato: “Anziché chiederci che cosa vediamo noi quando entriamo in una camera, domandiamoci cosa vedono i nostri malati”».

Quel ragazzo era un ospite della Casa della carità voluta dal cardinal Martini come lascito alla città di Milano. Il suo fondatore, don Virginio Colmegna, spiega: «Le differenze non vanno negate. Come ha detto Papa Francesco, nel dialogo interreligioso non serve una fratellanza finta da laboratorio, ma una condizione di apertura alla diversità. Il futuro sta nella convivenza rispettosa delle diversità, non nell’omologazione a un pensiero unico teoricamente neutrale. Diventa perciò imprescindibile il riconoscimento del diritto fondamentale alla libertà religiosa, in tutte le sue dimensioni. È quello che Vidas fa con l’attenzione alle pratiche religiose dei malati di altre fedi».

Colmegna lo ha detto di recente al convegno “Le radici della paura. L’altro, il prossimo, il nemico”, organizzato da Vidas per riflettere sul dialogo interreligioso nella città.
Con lui hanno interloquito Giuseppe Laras, presidente emerito dell’Assemblea Rabbinica Italiana, Asfa Mahmoud, direttore della Casa della Cultura islamica di Milano, e Svamini Hamsananda Giri. Quest’ultima, vicepresidente dell’Unione Induista Italiana, ha detto: «La paura accompagna la persona da quando nasce alla morte. La chiave per vincerla è riconoscere che chi è solo non prova gioia, non serve correre per affermare l’io individualista, ma piuttosto costruire un’identità collettiva».

Moderando l’incontro, Ferruccio De Bortoli, l’ex direttore del Corriere della Sera che è succeduto a Giovanna Cavazzoni alla presidenza di Vidas, ha ricordato il ruolo degli uomini di fede nella città: «La paura dell’altro, anche se entro le misere spoglie di un migrante in cerca di una speranza di vita, è sentimento che sempre più si propaga, nella vecchia Europa come in altri mondi. Se agli Stati e alle comunità sovranazionali spetta fornire risposte politiche adeguate, le confessioni religiose possono suscitare con i propri fedeli una reazione che contrapponga alla paura il dialogo, la comprensione, la solidarietà».

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