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mercoledì 20 ottobre 2021
 
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Il Papa a Baghdad: «Vivere le beatitudini per realizzare la pace»

06/03/2021  Francesco ha celebrato nella cattedrale di San Giuseppe, ricordando che sono i testimoni afflitti, affamati e assetati di giustizia, che sono i perseguitati ad aiutare Dio a compiere le sue promesse di bene per l'umanità. Le preghiere dei fedeli in arabo, aramaico, kurdo, turcomanno e inglese, la Messa in rito caldeo celebrata in gran parte in italiano confermano il mosaico di popoli e culture che si è stretto attorno a Bergoglio

Le preghiere dei fedeli in arabo, nel dialetto sourath-aramaico, in kurdo, in turcomanno e in inglese, la Messa in rito caldeo celebrata in gran parte in italiano dicono del mosaico di popoli e culture che si è stretto attorno a papa Francesco per l’Eucaristia officiata nella cattedrale di San Giuseppe, a Baghdad. Il Pontefice, che per via del covid, parla a meno delle 400 persone che la chiesa potrebbe contenere, commenta le letture e il Vangelo di Matteo, beati i poveri in spirito, letti in arabo. Parla di sapienza, testimonianza e promesse. Parla delle ingiustizie del mondo che fanno scartare i poveri e tenere in considerazione i ricchi, mentre il Libro della Sapienza ci ammonisce: «Gli ultimi meritano misericordia, ma i potenti saranno vagliati con rigore».

Una disuguaglianza, quella fra ricchi e poveri, che si è dilatata perché il mondo scarta chi ha di meno e privilegia chi ha di più, ma «per Dio no: chi ha più potere è sottoposto a un esame rigoroso, mentre gli ultimi sono i privilegiati di Dio».

È con le Beatitudini che Gesù, cioè la Sapienza in persona, pone con chiarezza questo ribaltamento delle cose. «I poveri, quelli che piangono, i perseguitati sono detti beati. Com’è possibile? Beati, per il mondo, sono i ricchi, i potenti, i famosi! Vale chi ha, chi può, chi conta! Per Dio no: non è più grande chi ha, ma chi è povero in spirito; non chi può tutto sugli altri, ma chi è mite con tutti; non chi è acclamato dalle folle, ma chi è misericordioso col fratello».

In apparenza sembra una proposta perdente, che rischia di farci mettere i piedi in testa. Ma, spiega il Papa, non è così. Chi segue quanto chiede Gesù non è perdente ma sapiente. «La proposta di Gesù è sapiente perché l’amore, che è il cuore delle Beatitudini, anche se pare debole agli occhi del mondo, in realtà vince. Sulla croce si è dimostrato più forte del peccato, nel sepolcro ha sconfitto la morte. È lo stesso amore che ha reso i martiri vittoriosi nella prova, e quanti ce ne sono stati nell’ultimo secolo, più che nei precedenti! L’amore è la nostra forza, la forza di tanti fratelli e sorelle che anche qui hanno subito pregiudizi e offese, maltrattamenti e persecuzioni per il nome di Gesù». La gloria del mondo passa, non così per l’amore. E dunque vivere le Beatitudini significa «rendere eterno quello che passa. È portare il Cielo in terra».

E per viverle non occorrono cose straordinarie, imprese che vanno al di là delle nostre forze. Serve invece la testimonianza quotidiana. «Per diventare beati non bisogna essere eroi ogni tanto, ma testimoni ogni giorno», dice Francesco. «La testimonianza è la via per incarnare la sapienza di Gesù. È così che si cambia il mondo: non con il potere o con la forza, ma con le Beatitudini», con l’amore, con la carità.

San Paolo descrive la carità «magnanima», un aggettivo che non ci si aspetta e che, nella Bibbia, qualifica la pazienza di Dio. «Lungo la storia l’uomo ha continuato a tradire l’alleanza con Lui, a cadere nei soliti peccati e il Signore, anziché stancarsi e andarsene, ogni volta è rimasto fedele, ha perdonato, ha ricominciato. La pazienza di ricominciare ogni volta è la prima qualità dell’amore, perché l’amore non si sdegna, ma riparte sempre. Non si intristisce, ma rilancia; non si scoraggia, ma resta creativo. Di fronte al male non si arrende, non si rassegna. Chi ama non si chiude in sé stesso quando le cose vanno male, ma risponde al male con il bene, ricordando la sapienza vittoriosa della croce. Il testimone di Dio fa così: non è passivo, fatalista, non vive in balìa delle circostanze, dell’istinto e dell’istante, ma è sempre speranzoso, perché fondato nell’amore che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”».

Il Papa chiede a ciascuno di interrogarsi su come vive le avversità. Se è tentato dalla fuga, dal voltare le spalle, dal non volerne più sapere. Oppure se reagisce arrabbiandosi, con la forza. Nel Getsemani, ricorda Francesco «molti si diedero alla fuga e Pietro prese la spada. Ma né la fuga né la spada risolsero qualcosa. Gesù, invece, cambiò la storia. Come? Con la forza umile dell’amore, con la sua testimonianza paziente. Così siamo chiamati a fare noi; così Dio realizza le sue promesse».

Ed ecco la terza parola, promessa. Perché la Sapienza di Gesù, che chiede la testimonianza, offre anche la ricompensa «contenuta nelle promesse divine. Vediamo infatti che a ogni Beatitudine segue una promessa: chi le vive avrà il regno dei cieli, sarà consolato, saziato, vedrà Dio… Le promesse di Dio assicurano una gioia senza eguali e non deludono». E si compiono attraverso le nostre debolezze: «Dio fa beati coloro che percorrono fino in fondo la via della loro povertà interiore. La strada è questa, non ce n’è un’altra. Guardiamo al patriarca Abramo. Dio gli promette una grande discendenza, ma lui e Sara sono anziani e senza figli. Proprio nella loro anzianità paziente e fiduciosa Dio opera meraviglie e dona loro un figlio. Guardiamo a Mosè: Dio gli promette che libererà il popolo dalla schiavitù e per questo gli chiede di parlare al faraone. Mosè fa presente di essere impacciato nel parlare; eppure Dio realizzerà la promessa attraverso le sue parole. Guardiamo alla Madonna, che proprio quando per la Legge non può avere figli viene chiamata a diventare madre. E guardiamo a Pietro: rinnega il Signore e Gesù chiama proprio lui a confermare i fratelli. Cari fratelli e sorelle, a volte possiamo sentirci incapaci, inutili. Non crediamoci, perché Dio vuole compiere prodigi proprio attraverso le nostre debolezze».

E con Lui siamo davvero beati anche se «siamo provati, cadiamo spesso, ma non dobbiamo dimenticare che, con Gesù, siamo beati. Quanto il mondo ci toglie non è nulla in confronto all’amore tenero e paziente con cui il Signore compie le sue promesse». E allora anche quando le nostre mani sembrano vuote, quando nel cuore serpeggia la sfiducia, «e non ti senti ripagato dalla vita», Dio è con noi. Le Beatitudini, conclude Francesco «sono per te, per te che sei afflitto, affamato e assetato di giustizia, perseguitato. Il Signore ti promette che il tuo nome è scritto nel suo cuore, nei Cieli! E io oggi Lo ringrazio con voi e per voi, perché qui, dove nell’antichità è sorta la sapienza, in questi tempi si sono levati tanti testimoni, spesso trascurati dalle cronache, ma preziosi agli occhi di Dio; testimoni che, vivendo le Beatitudini, aiutano Dio a realizzare le sue promesse di pace».

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