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Sorpresa e gratitudine. Soprattutto per l’attenzione che il presidente della Repubblica riserva a chi sta dietro le sbarre. Suor Emma Zordan, della Congregazione delle Adoratrici del Sangue di Cristo, da anni impegnata nel volontariato a Rebibbia è stata nominata Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana «per l’impegno profuso nel migliorare le condizioni di vita e le possibilità di reinserimento dei detenuti», recita la nota del Quirinale.
«Quando ha ricevuto la telefonata mi sono un po’ emozionata. Non me lo aspettavo», racconta la religiosa. «Mi hanno chiesto se ero suor Emma e quando mi hanno detto che era da parte del Presidente della Repubblica per il lavoro che da dodici anni svolgo in carcere sono rimasta sorpresa e meravigliata».
Suor Emma, 84 anni, tutti i sabati prende la macchina, da Latina, e raggiunge la casa circondariale romana. Ringrazia il Presidente «che non manca di far sentire la sua voce in difesa di questi nostri fratelli ristretti puntando l’attenzione sulle condizioni in cui vivono e richiamando i responsabili delle istituzioni al rispetto dell’articolo 27 della Costituzione che stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione e all’inserimento della persona detenuta nel sociale»
E invece?
«Purtroppo, invece, le pene vengono sempre più esasperate e le condizioni carcerarie diventano sempre più precarie. Questo è contro la dignità della persona che va sempre rispettata fin dalla nascita».
Come ha preso questo riconoscimento?
«Con gratitudine anche da parte dei miei fratelli ristretti che mi hanno consentito, in tutti questi anni, di diventare una persona più umana, attenta e sensibile verso le tante fragilità. Ho imparato molto da loro e, molto più che dare, ho ricevuto, soprattutto in termini di solidarietà. La loro resilienza, il loro rispetto mi hanno insegnato tanto. Non ho avuto mai una parola che mi potesse offendere, mai. Anzi, da parte loro c’è un rispetto grandissimo. Per questo sono davvero grata al Presidente perché, con questo riconoscimento, ha dimostrato ancora una volta che ha a cuore la realtà carceraria. Anche i detenuti apprezzano questa attenzione e capiscono che fa il possibile per loro».
Come ha cominciato a fare la volontaria?
«È stata un’occasione. Dodici anni fa mi invitarono a una presentazione e andai. Certamente l’impatto col carcere non è stato molto semplice. Anche io avevo dei pregiudizi. Non conoscevo il carcere e, come tanti altri, avevo questo stigma. Pensavo che tanto delinquenti entrano e delinquenti escono e, come molti, mi accodavo al “si buttino le chiavi e che marciscano”. Quando sono entrata mi aspettavo di vedere dei lupi in gabbia. E, invece, non è stato così. Ho cominciato, per tanto tempo, solo ad ascoltarli. E ho trovato tanta umanità. Poi mi sono detta che tutta questa bellezza di una persona che ha sbagliato, ma che cerca di cambiare doveva essere messa su carta. E così è iniziato il mio lavoro di scrittura creativa. Abbiamo messo su carta questa bellezza, perché io la ritengo tale, e sono nati dei bei libri per far conoscere questa realtà. E anche per sensibilizzare le persone all’accoglienza, a non considerare i detenuti come irrimediabili, ma uomini e donne che cambiano in bene».
Cosa cambierà adesso?
«Cercherò di usare questa onorificenza per fare del bene. Nel carcere, per esempio, questo laboratorio di scrittura creativa ha prodotto dieci libri. L’ultimo legato alla persona, in cui si spiega che non si giustifica l’errore, ma la persona resta tale e va rispettata nella sua dignità. Si parla delle sofferenze, che sono tante, e si ricorda che non si può togliere, oltre alla libertà, anche la dignità personale. Non so per quale ragione da tre anni non riesco a presentare questo libro in carcere. Bene, spero che adesso la situazione possa cambiare».
Con la circolare del ministero che limita le attività culturali in carcere la situazione è peggiorata?
«Il carcere è una tomba. Non esiste niente. Le attività trattamentali sono pochissime e quindi questi nostri fratelli, quando escono, mancano di tutto. Non ci sono dei corsi professionalizzanti. Cercano di andare a scuola, ma mancano attività che li abilitino al lavoro. E, quando finiscono la pena, fuori hanno una difficoltà grandissima. Non ci meravigliamo dunque se tornano a delinquere, perché stanno in mezzo alla strada. Molti hanno perduto la famiglia, molti non trovano nessun tipo di lavoro. Il carcere oggi non aiuta. Lo Stato sta fallendo in questo. Lo dico senza timore».
Cosa prova quando va in carcere?
«È come se andassi a casa mia perché trovo un’accoglienza e un rispetto enormi. Trovo la sofferenza ed empatizzo con questa. Mi piace condividerla. Mi metto in ascolto attorno al tavolo perché credo che la prima terapia sia proprio quella di sentirsi ascoltati, capiti, apprezzati, incoraggiati, riconosciuti come persone. Questo è quello che il carcere dovrebbe fare. Invece sono quasi dimenticati, per mesi non incontrano uno psicologo, per esempio. Tirano avanti nella solitudine e nella disperazione. Non è quello che la Costituzione ci dice di fare».





