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sabato 18 settembre 2021
 
Tra fiction e realtà
 

La storia vera di Walter Bonatti, nella vita e sul K2

10/09/2021  Chi era davvero Walter Bonatti e com'è andata nella realtà la spedizione del K2, la cui verità ha impiegato più di mezzo secolo a riemergere, dopo decenni di polemiche, cause e ricostruzioni di parte

Era il 1980, Rossana Podestà era un’attrice in crisi di identità dopo alcuni kolossal, cui erano seguite pellicole commerciali. Walter Bonatti era l’alpinista che fece parte della prima scalata al K2, accusato dal capo spedizione di aver tradito i compagni. In un’intervista, in cui le si chiedeva quale fosse l’uomo con cui avrebbe condiviso un’isola deserta, Podestà rispose senza conoscerlo: Walter Bonatti. L’alpinista prese carta e penna e le scrisse raccontandole le impervie “isole deserte” vere che aveva conosciuto e affrontato nelle sue esplorazioni sulle montagne più alte del mondo. Si incontrarono a Roma e per poco non mancarono l’appuntamento, Bonatti confuse l’Ara Coeli con l’altare della Patria: un paradosso per chi s’era orientato sui monti inesplorati che suscitò l’ilarità di chi lo attendeva.

Cominciò così, tra i due che avevano ciascuno un matrimonio naufragato alle spalle, una lunga storia d’amore, finita in un modo triste alla morte di lui. Dopo aver condiviso con Bonatti un lungo pezzo di vita e dopo averlo assistito durante la malattia, fino a nascondergli per amore la diagnosi infausta della fine imminente, nel timore che l’uomo delle imprese impossibili cercasse un modo di accelerarla, Rossana Podestà non ha potuto salutarlo. All’ultimo, raccontava qualche anno fa a Vanity Fair, non le è stato concesso di accedere alla terapia intensiva: il loro legame durato 30 anni non era benedetto né dalla Chiesa né dallo Stato e Walter Bonatti se n’è andato, il 13 settembre del 2011, Rossanda Podestà il 10 dicembre del 2013.

Del loro incontro parla la docu-fiction in onda il 12 settembre 2021, in prima serata, su Raiuno, ma quel legame è solo una parte di una storia umana e alpinistica complessa. Il nome di Walter Bonatti, passato alla storia per tante scalate importanti, resterà per sempre legato alla tormentata storia della conquista del K2, la seconda montagna più alta del mondo, 8.611 metri. Dei 14 Ottomila del mondo tutti in Himalaya, il K2, il cui nome significa seconda vetta del Karakorum, viene scalato per la prima volta fino in cima nel 1954 da due italiani, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, guidati a distanza da Ardito Desio, fermo al campo base, fondatore e direttore dell’istituto di Geologia di Milano, a sua volta esploratore. La spedizione al K2 è una sua idea fissa, nata dopo la prima guerra mondiale. In quella scalata ha una parte importantissima Walter Bonatti, il più giovane della spedizione, ma alpinista già esperto che nel 1951 aveva aperto poco più che ventenne con Ghigo la via che porta il loro nome nella parete est del Grand Capucin nel gruppo del Monte bianco. Gli ci vorrà, però, mezzo secolo per veder riconosciuto il proprio ruolo e ricomporre la lacerazione che il primo racconto dell’ascesa al K2 ha provocato nell’alpinismo italiano.

Sono gli anni delle spedizioni nazionali, della rivalità tra Paesi alla conquista delle montagne più alte al mondo, elemento di visibilità e di prestigio. Nel 1953 sono state conquistate la cima dell’Everest e del Nanga Parbat, Desio riesce a convincere il Governo De Gasperi a finanziare la spedizione nazionale al K2. Partono 13 uomini, proposti dal Cai, ma è Ardito Desio a decidere la rosa definitiva. Ha una concezione militare della spedizione, e sono in molti oggi a riconoscere che senza la sua durezza organizzativa non si sarebbe arrivati in cima. Achille Compagnoni, esperto, 40 anni, guida alpina, è il suo uomo di fiducia.

LA STORIA DELLA SPEDIZIONE

Si parte il 20 aprile 1954, da Ciampino. A 5.000 metri, dove si costruisce il campo base, gli italiani arrivano da Karakorum con l’aiuto di 500 portatori Baltì, il popolo che vive nell’ultimo insediamento umano prima dei ghiacci perenni del Baltoro, e che da oltre un secolo accompagna gli alpinisti trasportando l’attrezzatura ad alta quota. La spedizione è drammatica, il maltempo la rallenta, a campo 4 l’edema polmonare uccide Mario Puchoz, è un giovane fisicamente forte, tra i più in forma ai test medici preliminari ma la sfida è impervia, sono le prime spedizioni a quelle altezze e non si conoscono ancora tutte le reazioni del corpo all’alta quota in carenza di ossigeno.

Desio si ferma al quartier generale del campo base, gli altri suddivisi a coppie preparano la parete. La tormenta non si ferma. Il 14 luglio Desio affida a Compagnoni la responsabilità dell’ascesa alla vetta. Il 18 luglio si arriva alla Piramide nera, oltre lo sperone Abruzzi a quota 7.345, campo 7, di lì si parte per l'ultimo tratto. Il 29 luglio Lacedelli, Compagnoni, Bonatti e Gallotti pernottano al campo 8, sotto al campo 7 altri due uomini della spedizione e due portatori d’alta quota conservano le bombole di ossigeno, indispensabili a raggiungere la cima. Il tempo è pessimo, la stanchezza enorme. Gli ultimi 300 metri sono i più pericolosi, un crollo nel seracco sarebbe morte sicura. Il programma prevede che al mattino del 29 Lacedelli e Compagnoni salgano a montare l’ultimo campo e che Bonatti e Gallotti scendano a recuperare le bombole da portare ai compagni: significa un dislivello di 700 metri con poco meno di venti chili di carico ciascuno. Il 30 luglio finalmente il maltempo si placa, Bonatti e Gallotti scendono a recuperare le bombole aiutati da Abram e due portatori. Ma le condizioni sono difficili, solo Bonatti, Abram e Madhi sono in condizioni fisiche per risalire. Quando arrivano al punto concordato non trovano la tenda di Compagnoni e Lacedelli, il campo 9 è stato spostato più in alto per decisione di Compagnoni.

Il sole sta per tramontare, a 8.100 scendono il freddo e il buio. Abram rischia di congelarsi e scende a campo 8, Bonatti e Madhi, si trovano soli e sotto choc. Vedono una luce troppo in alto, comunicano im qualche modo gridando con i compagni: Lacedelli e Compagnoni chiedono di lasciare lì le bombole e ridiscendere, ma Madhi è al limite, non ce la fa. Bonatti ha la prontezza di scavare una buca nel ghiaccio, lì dentro passano la notte, a -40° al riparo da un’altra bufera, lottando per non dormire. Significherebbe morire, di freddo. Il cielo rischiarato del mattino li trova vivi, anche se Madhi ha un principio di congelamento, scendere faticosamente al campo 8 non gli salverà le dita dei piedi. Bonatti riporta in superficie le bombole coperte dalla neve e scende. Compagnoni e Lacedelli scendono al campo prendono le bombole e aiutati dall’ossigeno conquistano la vetta.

 

Una scalata, due "verità"

  

Al ritorno in Italia, pochi mesi dopo la spedizione esce La conquista del K2 di Ardito Desio, il libro che documenta la spedizione, la fonte è la versione di Compagnoni. Vi si dice che il campo 9 era al punto concordato, che le bombole portate da Bonatti si erano esaurite due ore prima e che la vetta era stata raggiunta senza ossigeno. È la verità ufficiale, gli altri per contratto per tre anni non possono parlare. Sei anni dopo un altro libro, Le mie montagne, firmato da Walter Bonatti racconta un’altra versione, cui l’ambiente non è disposto a credere. Ha rischiato la vita sul K2, ma nessuno è disposto a riconoscerglielo. Succede di peggio: lo accusano di aver tentato di precedere Compagnoni e Lacedelli su K2, di aver abbandonato Madhi in difficoltà, di aver usato per sé le bombole facendo rischiato la vita ai compagni. Oggi si sa che non avrebbe potuto farlo, neanche volendo, Bonatti non aveva con sé la maschera per l’ossigeno. La storia finisce in Tribunale, Bonatti querela e vince la causa. Ma Desio e Compagnoni non tornano indietro e il Cai per molto tempo non è disposto a rivedere la versione ufficiale. Bonatti resta solo e va avanti contro tutti. Bisogna arrivare al 1994 quando due foto inedite rivelano che Lacedelli e Compagnoni sono arrivati in cima con le bombole. Il Cai ammette che la verità ufficiale ha incongruenze, anche se invita Bonatti a non infierire.

Oltre mezzo secolo per restituire a Bonatti l'onore infangato

Solo nel 2008 i tempi sono maturi perché una commissione di saggi nominata dal Cai, che a quel punto vuole vederci chiaro e dare una risposta definitiva, ricostruisce l’intera vicenda e dà a Bonatti quel che è di Bonatti: il riconoscimento dell’attendibilità. Desio era morto nel 2001, senza accettare di incontrare Bonatti. Compagnoni morto nel 2009 ha confermato la propria versione fino alla fine. Lacedelli avrebbe ammesso in un’intervista prima della morte che il campo 9 era stato spostato. Walter Bonatti ha concluso la sua lunga e ricca carriera alpinistica a 35 anni, in cima al Cervino. La storia dell’alpinismo lo annovera a pieno titolo tra i conquistatori del K2 e attribuisce quanto accaduto al campo 9 al timore dei due più esperti di essere scavalcati di un giovane fisicamente fortissimo come quella notte di bivacco nel ghiaccio ha dimostrato. La versione di Compagnoni, secondo Luigi Landi, uno dei tre saggi, tra i più importanti storici della montagna, scomparso nel 2015, sarebbe crollata anche di fronte ad argomenti logici, non solo riguardo al “furto” di ossigeno da parte di Bonatti, inutilizzabile in assenza di maschera che Bonatti non aveva come anche il Tribunale ha stabilito, ma non poteva reggere neppure la tesi delle bombole difettose, accreditata da un’inchiesta di Mick Conefrey, della Bbc, a causa delle quali i due sarebbero arrivati in cima senza ossigeno: «Non è verosimile», spiegò Landi in una delle sue ultime interviste alla Tv Svizzera, «quanto si sostiene nella relazione di Compagnoni, secondo cui lui e Lacedelli avrebbero sentito mancare l’ossigeno nello stesso momento per esaurimento delle bombole, perché non è possibile che due bombole indipendenti si esauriscano nello stesso istante, perché ogni persona respira in modo diverso». Anche i tempi non tornano: «I due avrebbero impiegato infatti dieci ore a percorre 280 metri di dislivello con ossigeno nella prima parte della scalata alla vetta, per poi impiegarne solo due a completare la salita, altri 200 metri, senza ossigeno, quando nell’ultimo tratto l’aria è ancora più rarefatta. Ma a che pro a quel punto portare fin su il 18-19 chili ciascuno di bombole, se fossero state davvero ormai inutilizzabili? Inverosimile, a maggior ragione in un’epoca in cui gli alpinisti non svolgevano preparazione specifica per scalare senza ossigeno a quelle altezze».

 
 
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