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«Zeffirelli si presenta a Dio con la sua arte e la sua fiorentinità»

18/06/2019  Nel Duomo di Firenze, gremito, le esequie solenni del Maestro. Il cardinale Betori: «I riflessi della bellezza eterna che ha diffuso tra noi siano ora da lui contemplati in pienezza per l’eternità». Per il governo c’è il ministro Bonisoli. Gianni Letta: «Il suo genio è stato riconosciuto all’estero ma non in patria. Se n’è andato con questo cruccio»

Pippo, il figlio adottivo di Zeffirelli, durante i funerali (Ansa)
Pippo, il figlio adottivo di Zeffirelli, durante i funerali (Ansa)

È stato l’addio che avrebbe voluto. Nel Duomo di Firenze, la sua amata città. Sotto la cupola del Brunelleschi, icona del Rinascimento che ha ispirato molta della sua arte. I musicisti del Maggio Fiorentino. Il Coro di Santa Maria del Fiore diretto dal maestro Michele Manganelli che dopo il Requiem e i canti gregoriani intona Dolce sentire, tratto dal suo film Fratello sole, sorella luna. I carabinieri in alta uniforme che scortano il feretro. L’omaggio delle istituzioni. Gli applausi della gente. Sembra quasi una sceneggiatura delle sue. Da Palazzo Vecchio, dove era allestita la camera ardente, il feretro di Franco Zeffirelli è arrivato in corteo a San Firenze, sede della Fondazione fortemente voluta dal Maestro come omaggio alla città. Un minuto di silenzio. Ad attenderlo anche le gemelle Kessler: «Era un grande amico e un fratello, uomo generoso e sarcastico, ci chiamava le sue sorelline tedesche». Katia Ricciarelli ricorda l’esordio nel suo Otello al Metropolitan di New York: «Mi dava consigli, ha sempre preso la vita con ironia». Vittorio Sgarbi si intrattiene con i cronisti: «Dopo aver visto una mia apparizione da Gigi Marzullo mi telefonò e mi disse: “Devi sempre essere così, pacato, non devi urlare e agitarti come fai al Costanzo Show”».

Il feretro del grande regista varca la soglia del Duomo poco prima delle 11 e accende un applauso impetuoso. Nelle prime file, i figli adottivi Pippo e Luciano, da un lato. Le istituzioni, dall’altro: il sindaco Dario Nardella con la fascia tricolore, il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, il sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino Cristiano Chiarot, la prefetta Laura Lega, Joe Barone e Giancarlo Antognoni in rappresentanza della Fiorentina, squadra di cui Zeffirelli era tifoso sfegatato. Non c'è invece Silvio Berlusconi, con cui il Maestro condivideva una profonda amicizia e la militanza politica. C’è Gianni Letta, mentre a rappresentare il governo, assente il premier Conte, sono il ministro dei Beni e delle attività culturali Alberto Bonisoli e il sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi.

Il cardinale Betori: «Quando arrivai a Firenze come vescovo c’era lui ad aspettarmi»

La Messa solenne è officiata dall’arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori che nell’omelia parte proprio dalle parole del Maestro: «Ho paura di morire. Sono credente e prego molto, ma quando in giardino mi guardo intorno, dico ai miei figli: pensate, prima o poi non potrò più godere di questa meraviglia, non vedrò più questa bellezza». Betori ricorda che «non siamo fatti per la fugace comparsa di un tempo delimitato su questa terra. Il Padre ha per i suoi figli un progetto che va oltre questo tempo».

Confessa, il cardinale, di non poter «dimenticare che il giorno in cui giunsi vescovo in questa città trovai Franco Zeffirelli ad accogliermi ai piedi dell’immagine di Maria cara a tutti i fiorentini, quella della Ss.ma Annunziata. Per me fu un segno che Firenze mi avrebbe voluto bene, nella sua Madre e nei suoi figli, di cui quell’uomo, così illustre e famoso nel mondo, si faceva interprete».

Franco Zeffirelli, aggiunge Betori, «porta con sé davanti al Signore la sua vita di uomo di cultura, di artista» e ricorda che «nell’espressione culturale e artistica la Chiesa riconosce una modalità alta della vocazione dell’uomo alla trascendenza e quindi un’esperienza che si intreccia con il cammino della fede». Poi cita Paolo VI, con il quale il Maestro più volte si confrontò mentre preparava il suo Gesù di Nazareth: «La Chiesa è grata agli artisti per come attraverso le loro opere l’uomo venga richiamato ai suoi interrogativi più profondi e indirizzato verso un oltre che lo svincoli dalle miserie del consumismo e dell’utilitarismo». Ma al Signore Gesù lassù, ricorda ancora il cardinale, Zeffirelli «consegna anche la sua radicata fiorentinità. Solo chi è o diventa davvero fiorentino può comprendere la grazia e il tormento di essere impregnato della storia grande e del carattere complesso di questa città che oggi, accogliendolo per l’ultimo suo saluto nella sua cattedrale, gli manifesta gratitudine, orgogliosa di lui».

Betori affida «alla paternità di Dio il nostro fratello Franco, perché i riflessi della bellezza eterna che egli ha diffuso tra noi siano ora da lui contemplati in pienezza per l’eternità».

Gianni Letta con il sindaco di Firenze, Dario Nardella (Ansa)
Gianni Letta con il sindaco di Firenze, Dario Nardella (Ansa)

Gianni Letta: «Il suo genio non fu riconosciuto in patria»

  

Il Coro intona l'Ave Verum Corpus prima della comunione. Austerità e solennità. Sul feretro di Zeffirelli c’è solo una rosa. Al posto dei fiori aveva chiesto di destinare le offerte alla sua fondazione. Prende la parola il sindaco Nardella: «Un geniaccio che ha portato Firenze nel mondo e il mondo a Firenze». Poi si rivolge ai figli Pippo e Luciano: «Avete perso Franco ma avete trovato una famiglia in questa città».

C’è spazio anche per un fuoriprogramma. Gianni Letta, presidente onorario della Fondazione intitolata al Maestro, guadagna il pulpito e quasi si scusa mentre prende la parola: «Il suo genio, la sua bravura, il suo talento», dice a braccio, «sono stati riconosciuti e celebrati in tutto il mondo e l’Italia ha voluto dare atto a Franco Zeffirelli di aver rappresentato il suo tempo e la sua epoca con i valori eterni del genio e della creatività italiana, soprattutto rinascimentale e fiorentina». Poi aggiunge: «Chi lo conosceva e gli ha voluto bene sapeva che si portava dentro un cruccio, non sempre espresso per pudore: non riusciva a capire come in tutto il mondo fosse celebrato come il simbolo del genio italiano e nella sua patria non tutti avessero la forza di riconoscerlo come tale. Forse perché aveva un carattere divisivo e diceva quello che pensava, come sempre dovrebbero fare tutti i cittadini e soprattutto gli artisti».

La preghiera finale. L’eterno riposo. La benedizione solenne della salma con l'acqua santa e l'incenso. Un lungo applauso saluta il feretro di Zeffirelli mentre lascia il Duomo, dove i funerali sono un’eccezione che si fa solo per i grandi: Giorgio La Pira nel 1977 e Mario Luzi nel 2005. Qualcuno, in piazza, grida «Grazie maestro». Tutti scattano foto e molti si commuovono. Un addio molto italiano a un grande italiano. Franco Zeffirelli, dopo la cremazione, riposerà nella cappella delle Porte Sante a San Miniato al Monte, come voleva. Lì riposano anche la madre, l'amata tata Edvige, la compagna di scuola dell'istituto d'arte Anna Anni, che è stata costumista e sua grande amica.

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