PHOTO
Per molti bolognesi era rimasto “il sindaco”, oltre che “il Guazza”. Per tutti, anche per i suoi avversari, un uomo che aveva voluto bene alla sua città, pienamente ricambiato.
E’ morto ieri pomeriggio, a 73 anni, l’ex sindaco di Bologna Giorgio Guazzaloca, dopo una lunga malattia con la quale aveva combattuto ancora quando occupava il posto di primo cittadino. Solo gli amici e i conoscenti più stretti sapevano del suo ricovero in ospedale. Guazzaloca aveva fatto della discrezione la cifra della sua esistenza fin da quando, nel 1999, aveva vinto le elezioni comunali sconfiggendo la candidata degli allora Ds, Silvia Barolini.
In questo modo, espugnando la roccaforte rossa contrariamente a ogni previsione, era diventato il primo e unico sindaco “non comunista” di Bologna dal dopoguerra, conquistando la “città più rossa dell’occidente”, da sempre vetrina del partito.
Nella realtà, con raffinata lungimiranza, Guazzaloca aveva inventato “il civismo”. Aveva scelto di candidarsi in una lista civica, sostenendo che il bene della città “non era di destra e nemmeno di sinistra”. Ovviamente era stato appoggiato dal centro destra, ma non avrebbe vinto se non avessero votato per lui, che odiava la spocchia degli intellettuali di sinistra, anche tanti operai e artigiani.
Una specie di miracolo, considerando che durante la campagna elettorale tv e giornali lo avevano snobbato e alcuni volti noti dei talk avevano anche ricordato con disprezzo il fatto che si fosse fatto le ossa lavorando nella macelleria di famiglia. Alle elezioni successive dovettero scomodare un asso da novanta come Cofferati per batterlo e lavare l’onta. Ma forse il suo tempo era già finito.
Guazzaloca comunque era tutt’altro che un esordiente. Era stato presidente dell’Associazione commercianti e della Camera di Commercio. Uomo sensibile ed equilibrato, aveva mantenuto il suo proverbiale “basso profilo” anche dopo la strepitosa vittoria, nonostante lo ricercassero giornali e tv di tutto il mondo quasi fosse diventato una star. Aveva nel dna la politica del fare. “Le cose prima si fanno e poi si dicono”, amava ripetere.
Il fenomeno Guazzaloca avrebbe potuto travolgerlo. Tutti allora parlavano di “guazzalochismo”: il New York Times la definì “an historic defeat for the Left”, ovvero una sconfitta storica per la sinistra.
E invece rimase coi piedi per terra ed entrò a Palazzo d’Accursio quasi in sordina, mantenendo la dirigenza che già c’era, nemmeno sfiorato dall’idea di operare vendicative epurazioni. Tutti lo ricordano col suo panama chiaro, seduto ai tavolini di piazza Maggiore, sempre disponibile a parlare con tutti fuori dalle formalità. Continuava ad andare al bar con Dalla e con Bulgarelli e a giocare a tresette al circolo ferrovieri. Una volta andò anche al festival dell’Unità, ma citava Montanelli e stimava moltissimo il cardinale Giacomo Biffi, di cui divenne amico.
"Guazzaloca è stato un uomo di grande passione, intelligenza e con uno straordinario senso ironico. Sempre interessato al confronto, abbiamo molte volte discusso di tanti temi. Le mie condoglianze alla sua famiglia che abbraccio con un sentimento di profonda vicinanza". Questo il ricordo dell'ex presidente del Consiglio e della Commissione Europea, Romano Prodi. Ma Guazzaloca si considerava soprattutto un bolognese “doc” ed era fiero del suo proverbiale senso dell’ironia tutto petroniano. In una delle ultime interviste al Resto del Carlino, commentando i toni del dibattito politico, non aveva rinunciato alla battuta. “La politica spettacolo è a un punto tale che, se Gianni Morandi si candidasse sindaco, vincerebbe a mani basse”, aveva dichiarato, “ma nessun altro potrebbe andare all’Arena di Verona a cantare al posto suo”.




