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Da 17 anni Angelo Stella era il nume tutelare della Casa di Alessandro Manzoni, in Via del Morone 1 a Milano. La vita, prima di portarselo via, velocemente a 85 anni, nella notte tra il 14 e il 15 dicembre, gli ha dato il tempo di fare gli onori di casa accogliendo il Presidente della Repubblica, nel maggio scorso in occasione del 150° anniversario della scomparsa dell’autore dei Promessi sposi, cui aveva dedicato prima una vita di studi e poi una grande passione.
Come accademico della Crusca si era scelto il nome di “Abscondito”, nascosto, defilato e il suo motto accademico diceva: «nell’erba del campo/la spiga vitale nascose». Entrambi dicevano moltissimo di lui a chi lo conosceva: corrispondevano al suo fare pacato, al suo parlare ironico e appropriato senza mai alzare la voce. Dicevano anche dell’onestà intellettuale, che, dopo una lezione saltata, alla successiva lo portò nell’aula universitaria con un sorriso disarmante e disarmato ad accompagnare uno: «Scusate, mi son dimenticato». Laddove altri avrebbero accampato chissà quali altolocati e altisonanti impegni accademici, che magari davvero quella volta si erano accavallati anche a lui.
Nell’erba del campo della provincia lombarda da cui proveniva aveva radicato una delle sue passioni intellettuali: lo studio dei dialetti, delle loro espressioni vivacissime. Già trent’anni fa osservava con rammarico che stava diventando difficile assegnare tesi sul Tessa o sul Porta, poeti dialettali lombardi, perché quelle lingue, vitali quasi solo a voce, si andavano lavando via dalla memoria dei giovani. Ancora di recente ne parlava, più che con la nostalgia del tempo andato con la consapevolezza di una ricchezza e di un sapere in via di dispersione.
Alessandro Manzoni, di cui sapeva tutto e che frequentava con consuetudine che si direbbe quotidiana, era il centro dei suoi interessi accademici, anche se non un interesse esclusivo: nella Casa del Manzoni, conservata intatta, si muoveva con il passo felpato e disinvolto di chi abita stanze diventate proprie, ma anche con il rispetto e la deferenza che un antico romano avrebbe riservato a lari e penati.
In quella casa accoglieva studi accademici di grande rigore ma anche moderne avventure manzoniane in cui credeva: avventure “esotiche”, persino un po’ “eretiche” se gli sembravano all’altezza o almeno un po' originali; allo stesso modo sfrattava romanzi che provavano a sfruttare il traino dell’anniversario carichi soltanto di battage pubblicitario.
Collegiale del Borromeo - fondato nel 1561 da Carlo Borromeo parente del Cardinal Federigo di manzoniana memoria manco a dirlo - , struttura a poche decine di metri dalla quale continuava ad abitare, a Pavia con la moglie Annamaria, già direttrice della biblioteca universitaria, compagna di una vita nel senso più profondo, Stella era stato allievo di Maria Corti all’ateneo pavese, dove poi per oltre trent'anni ha ricoperto la cattedra di Storia della lingua italiana.
All’altezza della maestra nel sapere, era diversissimo da lei, piccola donna di carattere, energica e a tratti imperiosa con cui aveva partecipato alla straordinaria avventura del Fondo manoscritti, nel temperamento: calma e bonomia erano in lui tratti distintivi, insieme alla garbata ironia che gli faceva apprezzare con la passione per lo sport- si definiva della "stirpe dei gobbi", alludendo al tifo juventino - i gran lombardi che lo sapevano raccontare giocando con le metafore e con le parole: Gianni Brera e Gianni Clerici su tutti.
A un’iniziativa recente aveva tenuto molto: l’apposizione il 31 gennaio 2023 della targa in ricordo del vergognoso processo agli untori che ha ispirato La Storia della colonna infame nel Tribunale di Milano, su cui si legge: «Milano erigeva nel 1630 e conservava fino al 1778 un monumento di esecrazione e d'infamia verso un umile cittadino di nome Gian Giacomo Mora». Desiderava che quell’infamia non fosse dimenticata.
In occasione del 150° della scomparsa di Alessandro Manzoni aveva regalato a Famiglia Cristiana una bellissima intervista-ritratto di don Lisander che ripubblichiamo qui di seguito in memoria di entrambi.
L'Intervista: "Alessandro Manzoni, un cristiano nel dubbio dei lumi
Alessandro Manzoni, chi era costui? «Questo sconosciuto», sorride Angelo Stella, presidente del Centro Nazionale degli studi Manzoniani, “custode” della casa, dell’anima e della memoria di don Lisander.
Tra queste mura, in centro a Milano, Manzoni è vissuto dal 1814 alla morte, che lo ha colto nella camera conservata intatta, visibile ma chiusa da un rispettoso cordone di protezione, il 22 maggio 1873, dopo una lunga agonia seguita a una caduta, il 6 gennaio, sulle scale di San Fedele, la sua parrocchia. «A differenza di altri autori, Manzoni non ha mai scritto mémoire, l’uomo va ricostruito attraverso i suoi silenzi, tra le righe, nelle poche tracce disperse che lascia di sé, a cominciare da quell’autoritratto scritto a 17 anni, in cui si legge: “Poco noto ad altrui, poco a me stesso, gli uomini e gli anni mi diran chi sono”». In due versi, “... lingua or spedita or tarda e non mai vile, che il ver favella apertamente o tace”, si avverte un dettaglio di un limite che lo accompagnerà per la vita: con l’imperativo morale al “vero”, affiora nel tarda l’intacco nel parlare: «Manzoni scrive a Tommaseo per ringraziarlo dell’invio di un saggio del Dizionario dei sinonimi che sta componendo dal 1830 è uscirà nel 1833: ne discute, ma, sottolinea, da “balbettone”. Quando lo avvertono della nomina a senatore del Regno di Sardegna che sta per essere Regno d’Italia, un’Italia ormai unita, confessa che non gli sembra decoroso andare a pronunciare con un balbettio il giuramento “io lo lo lo giu-giuro...”»: tracce che ci rendono un Manzoni ironico e autoironico, come quando invitando un amico a far vendemmia la definisce “scionfatrice”», con la postilla, per l’altro amico, dello “scionfass”, del gonfiarsi, a pancia piena.
Benché lo stato di famiglia legale, esposto in via Morone 1 a Milano, lo dica figlio di Pietro Manzoni e di Giulia Beccaria, primogenita del marchese autore del trattato Dei delitti e delle pene, nella cerchia dei nobili milanesi era noto che il padre naturale di Alessandro fosse in realtà Giovanni, il più giovane dei fratelli Verri, con cui Giulia intratteneva relazione, mentre veniva data in sposa al molto più anziano marito: «Sembra quasi un disegno provvidenziale», osserva Stella, «che le due grandi famiglie dell’illuminismo lombardo generino insieme un figlio e che figlio».
Alessandro, nato il 7 marzo 1785, viene affidato prima alla balia e poi ai collegi. «Il matrimonio di Giulia con Pietro finisce consensualmente quando Alessandro ha 7 anni. La madre lascia Milano e poi si trasferisce a Parigi con Carlo Imbonati: non la rivedrà che a vent’anni, invitato a raggiungerli dal compagno di Giulia, che non farà in tempo a conoscere da vivo. Alla madre dedica i versi In morte di Carlo Imbonati: non rimangono lettere di Alessandro a questa sua madre, prima troppo lontana, poi troppo vicina. Le dame milanesi parlano del ventenne Manzoni con critiche a volte pungenti, lo vedono troppo attratto dal fascino femminile, da "l’erbe de l’orto epicureo"». Giulia capisce subito che al figlio lei deve affiancare una compagna: madre e figlio tornano a Milano nel 1807 con l’idea di chiedere la mano della sorella di un amico, che però nel frattempo si è sposata a Genova. Sul lago di Como scoprono Enrichetta Blondel, in una lettera all’amico Fauriel Manzoni la elogia, sottolineando che è discreta, affettuosa e anche protestante. Non ci sono, neppure tra Alessandro ed Enrichetta delle lettere: si sposano subito, con rito protestante (solo dopo la conversione con rito cattolico): lei non ha ancora 17 anni, lui quasi 23. Mi sono fatto l’idea che tra loro sia stato un amore pudicamente passionale: Alessandro, aiutato da lei quasi sorella delle sue figlie bambine, diventa un padre affettuoso e giocherellone che con i figli bambini recupera la fanciullezza che non vissuto».
Solo due dei dieci figli gli sopravvivranno. «Perde tre figlie a 26 anni, una a 28; in una lettera al Fauriel accenna alla morte di Clara, “perduta dopo una lunga sofferenza poco prima di compiere due anni”. A Natale del 1833 muore Enrichetta, Manzoni accennerà al proprio lutto in una lettera a un medico di Pavia rimasto vedovo. Prova a dedicarle un inno, rimasto abbozzato, che viene abbandonato con una citazione virgiliana che allude all’impossibilità per il padre Dedalo di raffigurare la morte del figlio Icaro: Cecidere manus, caddero le mani, poi non ne parla più».
Da Teresa Borri, vedova Stampa, la seconda moglie sposata il 2 gennaio 1837, «matrimonio combinato chi dice da Tommaso Grossi chi dal prevosto di San Fedele, forse Alessandro all’inizio è un po’ soggiogato, ma dal carteggio con questa donna, che non piace alle nobildonne amiche di don Lisander, quando lui è in Toscana nel 1852 e poi nel 1856, si avverte un legame maturo e molto intenso, di rasserenata sicurezza. I carteggi manzoniani illustrano i rapporti con i letterati, con i famigliari, trattano di letteratura, lingua, politica, ma di campo, di alberi da frutta, di viti: ne emerge la intensa e solidale amicizia con Tommaso Grossi e con Luigi Rossari, nella cerchia amicale individuato come “noi”».
La stessa conversione, troppo a lungo relegata all’aneddoto della grazia chiesta nella chiesa di San Rocco a Parigi per Enrichetta persa tra la folla tumultuante, il 2 aprile 1810, giorno delle nozze religiose di Napoleone con Maria Luisa d’Austria è chiusa nel mistero: «L’accenno più profondo alla ‘conversione’ è nell’inno sacro Ognissanti, in parte segnalato da Louise Colet, ma conosciuto, e riconosciuto nella sua sublime poesia, solo postumo. Un fiore che sboccia sui monti e muore non visto spargendo il suo profumo ai deserti del cielo, è immagine e simbolo della santità solitaria; la santità dei convertiti è un fiume fangoso che scorre sottoterra e all’improvviso sgorga limpido. Quella di Manzoni è una conversione molto interiore, di chi ha avuto la grazia, ma vissuta, lo si deve rilevare, con il dubbio del cristiano: di chi ha sempre bisogno di riflettere e sconfiggere il dubbio quotidiano».
Chi entra nella casa di via Morone 1, legge incise le parole di Niccolò Tommaseo, del gennaio 1825: «gli italiani visiteranno questa Casa come un luogo sacro», ne esce persuaso che Alessandro Manzoni ha auspicato il lieto fine come uomo che ha ideologicamente e umanamente molto sofferto. E forse proprio per questo si è provato a indagare, e lo ha fatto così magistralmente, il guazzabuglio del cuore umano.





