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Se non entrano dalla porta, cioè attraverso una legge del Parlamento espressione della volontà popolare, c’è sempre la finestra, cioè la decisione di un tribunale che non ha precedenti nel nostro Paese e fa a pugni anche con la Costituzione. Stiamo parlando delle adozioni per le coppie gay.
I giudici del Tribunale per i minori di Roma hanno deciso che una bimba che vive insieme a una coppia di donne, regolarmente sposate all'estero e residenti a Roma dal 2003, potrà essere adottata dalla compagna della madre non biologica. Si tratta del primo caso in Italia di «stepchild adoption» (cioè l’adozione del figlio naturale o legittimo del partner, se non esista un altro genitore che lo ha riconosciuto). La bimba è stata concepita con procreazione assistita in un Paese europeo e oggi ha cinque anni.
«Questa», ha commentato la coppia, «è una vittoria dei bambini e di tutti quei minori che si trovano nella stessa situazione della nostra bimba. Speriamo che questa sentenza possa aiutarli; suggeriamo alle tante altre coppie omogenitoriali di uscire allo scoperto». Ecco, il punto è esattamente questo.
Una decisione del genere non è una vittoria per nessuno: né per questa bambina, né tantomeno per i minori in genere. E stupisce e amareggia molto il fatto che queste battaglie sui cosiddetti “diritti civili” si giochino sempre sulla pelle dei minori, quasi fossero dei trofei da esibire e non vittime inconsapevoli dei desideri egoistici degli adulti che nelle aule dei tribunali italiani trovano sempre un'accoglienza favorevole.
La sentenza del tribunale di Roma è inoltre l’ennesima, pericolosa invasione di campo nei confronti della politica. In Italia, infatti, non esiste nessuna legge che consenta l’adozione da parte di persone dello stesso sesso e sarebbe comunque il Parlamento, non i giudici, a dover decidere in merito. Questa decisione, infatti, oltre a proseguire nell'opera di smantellamento della famiglia naturale fondata sul matrimonio, così come è prevista e tutelata dalla nostra Costituzione, legittima per via giudiziaria una serie di situazioni vietate dalla legge italiana: le adozioni gay in primis ma anche la pratica del mercato degli uteri in affitto e della fecondazione eterologa all’estero.
I giudici del Tribunale per i minori di Roma hanno deciso che una bimba che vive insieme a una coppia di donne, regolarmente sposate all'estero e residenti a Roma dal 2003, potrà essere adottata dalla compagna della madre non biologica. Si tratta del primo caso in Italia di «stepchild adoption» (cioè l’adozione del figlio naturale o legittimo del partner, se non esista un altro genitore che lo ha riconosciuto). La bimba è stata concepita con procreazione assistita in un Paese europeo e oggi ha cinque anni.
«Questa», ha commentato la coppia, «è una vittoria dei bambini e di tutti quei minori che si trovano nella stessa situazione della nostra bimba. Speriamo che questa sentenza possa aiutarli; suggeriamo alle tante altre coppie omogenitoriali di uscire allo scoperto». Ecco, il punto è esattamente questo.
Una decisione del genere non è una vittoria per nessuno: né per questa bambina, né tantomeno per i minori in genere. E stupisce e amareggia molto il fatto che queste battaglie sui cosiddetti “diritti civili” si giochino sempre sulla pelle dei minori, quasi fossero dei trofei da esibire e non vittime inconsapevoli dei desideri egoistici degli adulti che nelle aule dei tribunali italiani trovano sempre un'accoglienza favorevole.
La sentenza del tribunale di Roma è inoltre l’ennesima, pericolosa invasione di campo nei confronti della politica. In Italia, infatti, non esiste nessuna legge che consenta l’adozione da parte di persone dello stesso sesso e sarebbe comunque il Parlamento, non i giudici, a dover decidere in merito. Questa decisione, infatti, oltre a proseguire nell'opera di smantellamento della famiglia naturale fondata sul matrimonio, così come è prevista e tutelata dalla nostra Costituzione, legittima per via giudiziaria una serie di situazioni vietate dalla legge italiana: le adozioni gay in primis ma anche la pratica del mercato degli uteri in affitto e della fecondazione eterologa all’estero.



