Agosto. Le città si svuotano, iniziano le ferie, sembrano partire tutti. Basta aprire Instagram: spiagge, tramonti, aperitivi, viaggi, gruppi di amici… D'estate, più che mai, siamo esposti alla felicità degli altri, o almeno al modo in cui viene raccontata. Ma cosa succede quando, mentre tutto intorno sembra suggerirci che dovremmo essere felici, noi stiamo male? Quando le ferie non portano il sollievo che aspettavamo, il caldo ci mette alla prova e vengono meno le abitudini che scandiscono le nostre giornate?

Il rapporto tra caldo e salute mentale esiste, ma è più complesso di quanto possa sembrare. «Dobbiamo evitare l'equazione semplicistica “fa caldo, quindi viene l'ansia”», spiega Leonardo Mendolicchio, psichiatra e psicoterapeuta. «Le temperature elevate rappresentano uno stress per l'organismo, che può avere conseguenze anche sul nostro equilibrio psichico». Siamo abituati a pensare a quanto la mente possa influenzare il corpo, molto meno al processo inverso. «Continuiamo culturalmente ad attribuire una sorta di primato alla psiche: immaginiamo che sia il pensiero a comandare il corpo, quasi sempre dall'alto verso il basso. In realtà la comunicazione procede continuamente anche nella direzione opposta. Il corpo parla alla psiche molto più di quanto siamo abituati a riconoscere». Il caldo, in questo senso, ce lo ricorda «in maniera quasi brutale»: dormire male, essere disidratati e fisicamente esausti, avere una frequenza cardiaca più alta o respirare diversamente possono modificare anche la nostra capacità di regolare emozioni e pensieri, «non perché all’improvviso siamo diventati psicologicamente più fragili, ma perché siamo un unico sistema».

QUANDO IL CALDO AUMENTA L’ANSIA

Per chi soffre di ansia o attacchi di panico, il caldo può diventare particolarmente difficile da gestire. Battito accelerato, sudorazione, debolezza, capogiri, sensazione di affanno: sintomi che possono comparire quando le temperature salgono, ma che conosce bene anche chi convive con questi disturbi. E non è sempre facile capire dove finisca il caldo e dove cominci l’ansia. A volte quelle sensazioni vengono interpretate come il segnale che qualcosa non va: è quella che in psicologia viene definita “interpretazione catastrofica delle sensazioni corporee”. Un capogiro può farci temere di svenire, il cuore che accelera può farci pensare che stia succedendo qualcosa, la sensazione di respirare peggio può farci temere di non riuscire più a farlo. «L'interpretazione aumenta l'ansia, l'ansia aumenta l'attivazione fisica e si crea un circuito di amplificazione», spiega Mendolicchio. «È un esempio perfetto di quanto sia artificiale separare corpo e mente: un fenomeno inizialmente corporeo può trasformarsi in pochi secondi in un'esperienza psicologica potentissima».

LA DEPRESSIONE PUÒ ESSERE ANCHE ESTIVA

Il caldo, però, è soltanto uno degli elementi da considerare. «L'estate non è semplicemente l'inverno con trenta gradi in più. Cambia il nostro intero ecosistema biologico e sociale», osserva Mendolicchio. A modificarsi è anche il rapporto tra luce e buio, fondamentale per la regolazione del nostro orologio biologico: l'aumento delle ore di luce, soprattutto la sera, può interferire con i ritmi circadiani e avere conseguenze anche sull'umore. Siamo abituati ad associare la depressione stagionale ai mesi più freddi e bui dell'anno, ma esiste anche una forma estiva, molto meno frequente. «Non è un'invenzione giornalistica», precisa lo psichiatra: da anni gli studi descrivono persone nelle quali gli episodi depressivi ricorrono proprio nei mesi primaverili ed estivi. Diverso è il cosiddetto “summer blues”, un'espressione colloquiale utilizzata per indicare un periodo di tristezza, irritabilità o disagio durante l'estate. La distinzione è importante. «Per parlare di un vero disturbo non basta naturalmente essere tristi durante una settimana di agosto». Bisogna considerare la durata e l'intensità dei sintomi e soprattutto quanto incidono sulla vita della persona: sul sonno, sull'appetito, sul lavoro, sulle relazioni, sulla capacità di provare piacere e di fare progetti. Nel caso di un disturbo depressivo con andamento stagionale, inoltre, deve esserci una ricorrenza riconoscibile nel corso degli anni.

PERCHÉ LE ABITUDINI CI AIUTANO A STARE BENE

Poi ci sono le abitudini. D’estate i colleghi partono, molte attività si fermano e alcune delle persone che vediamo abitualmente non ci sono. «Noi tendiamo a considerare le routine qualcosa di noioso. Dal punto di vista neuropsicologico, invece, le routine sono grandi regolatori dell'esistenza. Ci dicono quando svegliarci, cosa fare, chi incontrare e persino, in una certa misura, chi siamo». Per chi soffre d'ansia poter contare su questi punti fermi è importante, perché spesso è proprio l'incertezza a essere difficile da tollerare: «Improvvisamente una parte di questa impalcatura viene smontata. Diciamo alla persona: “Finalmente puoi rilassarti”, proprio mentre le abbiamo tolto molte delle strutture che la aiutavano inconsapevolmente a regolarsi».

E mentre le città si svuotano, si restringe anche la vita sociale. Per qualcuno l'estate può diventare così un periodo di grande solitudine, proprio nella stagione che più di tutte associamo allo stare insieme. «Può instaurarsi un circuito molto semplice: sto male, quindi declino un invito; uscendo meno comincio a sentirmi più isolato; più mi isolo, più uscire diventa impegnativo; alla fine anche una semplice cena sembra richiedere un'enorme quantità di energia», spiega Mendolicchio. Un meccanismo che riguarda sia la depressione sia i disturbi d'ansia. Il consiglio, allora, è di non aspettare necessariamente di «avere voglia» per mantenere qualche contatto con il mondo: una passeggiata, un caffè con una persona, una telefonata. «Non serve fare Ferragosto a Ibiza per considerarsi socialmente vivi».

L’OBBLIGO DI ESSERE FELICI

Anche perché sull'estate pesano molte aspettative. «L'estate è diventata la stagione nella quale sembra quasi obbligatorio essere felici», osserva lo psichiatra. «Devi essere abbronzato, innamorato, circondato da amici, possibilmente davanti a un mare trasparente e con un aperitivo fotogenico in mano». E se in quel momento stiamo male, alla sofferenza si aggiunge anche la sensazione di essere fuori posto: «Non soffri soltanto per il tuo dolore: cominci a soffrire anche per il fatto di non essere come pensi che dovresti essere. È una seconda sofferenza, spesso fatta di vergogna e senso di colpa: “Ho finalmente le ferie, perché non sono felice?”, “Ho tutto, perché sto male?”». Ma «le emozioni non rispettano il calendario», ricorda Mendolicchio. «Il cervello non riceve una circolare il primo agosto che gli comunica l'inizio ufficiale della felicità».

Sappiamo che sui social vediamo soltanto una parte della vita degli altri. Eppure, saperlo non sempre basta. «Il confronto sociale non è soltanto un processo razionale. È molto antico e molto rapido: osserviamo gli altri e implicitamente misuriamo noi stessi», continua lo psichiatra. Se in quel momento siamo soli sul divano di casa, «il confronto non avviene tra due vite reali. Avviene tra la nostra vita intera, comprese le sue zone d'ombra, e il trailer della vita degli altri». Nei momenti in cui ci sentiamo più vulnerabili, ridurre consapevolmente il tempo trascorso sui social può essere «una scelta di igiene mentale, non una fuga dalla realtà».

C'è poi una domanda che forse dovremmo smettere di farci: “Sto sprecando l'estate?”. Non riuscire a partire, non uscire quanto vorremmo o non vivere questi mesi come li avevamo immaginati non significa necessariamente averli persi. «A volte il tentativo disperato di essere felici diventa una delle ragioni per cui stiamo peggio», dice Mendolicchio. «Stare bene non significa necessariamente felicità. Talvolta significa semplicemente riuscire ad ascoltare ciò di cui abbiamo bisogno. Anche il limite può essere una forma di cura».

QUANDO È IL MOMENTO DI CHIEDERE AIUTO

Come capire, allora, quando si tratta di un malessere passeggero e quando è il caso di chiedere aiuto? «Una giornata di irritabilità dopo una notte trascorsa a trentadue gradi non è depressione. Ma se per settimane perdiamo interesse per ciò che normalmente ci interessa, ci isoliamo, dormiamo molto poco o eccessivamente, cambiano significativamente appetito e peso, aumenta l'ansia fino a evitare luoghi e situazioni, diminuisce la capacità di lavorare o prenderci cura di noi, allora dobbiamo prestarvi attenzione». Lo stesso vale se tornano a manifestarsi i sintomi di un disturbo già diagnosticato. «Non dobbiamo aspettare di “stare abbastanza male”. La psichiatria e la psicologia funzionano meglio quando intercettano un problema all'inizio, non quando devono raccoglierne i cocci». La comparsa di pensieri di morte o suicidari, una grave compromissione della vita quotidiana, stati di forte agitazione o importanti alterazioni del comportamento richiedono invece una valutazione tempestiva.

L'estate, insomma, non è necessariamente per tutti la stagione più bella dell'anno. «La salute mentale comincia forse proprio quando smettiamo di pretendere che tutti reagiscano allo stesso modo», conclude Mendolicchio. E questi mesi possono ricordarci anche qualcosa che tendiamo spesso a dimenticare: «Non siamo una mente trasportata in giro da un corpo. Siamo un corpo che pensa, sente, ricorda, desidera, soffre».