PHOTO
Adolescenti e cultura delle armi: da un lato si invoca il metal detector nelle scuole e l’abbassamento dell’età per essere imputabili, dall’altra si incentiva l’ingresso alla principale fiera delle armi, con la gratuità per i minori di 12 anni. Fiera che, almeno secondo quanto afferma Il Fatto Quotidiano, è diventata anche meta di visite didattiche da parte di alcune scolaresche. E questo alla vigilia di un francobollo celebrativo dei 500 anni della Beretta, la più famosa e antica azienda italiana produttrice di armi, con emissione fissata per il 9 aprile. Beretta, che ovviamente è tra i principali espositori dell’EOS Show (European Outdoor Show), nome sibillino e generico per indicare il principale evento nazionale dedicato a caccia, armi, tiro sportivo e outdoor. Dopo le precedenti edizioni di Brescia, Vicenza e Verona, la manifestazione – bersagliata da polemiche – si è trasferita quest’anno a Parma dal 28 al 30 marzo, a ridosso della Pasqua e del suo messaggio di pace.


Se, dopo una lunga trattativa promossa dall’associazionismo pacifista, il regolamento generale esclude dalla fiera le armi a uso militare e non ammette espositori provenienti da Paesi sottoposti a embargo delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea in materia di armi, rimane il problema dell’accesso dei minorenni, con biglietti ridotti e addirittura gratuiti per gli under 12, e con la possibilità di cimentarsi anche nell’uso dimostrativo delle armi. Una fiera che annuncia con toni trionfalistici il numero di ingressi (40.000) e dei colpi sparati: ben 60.000.
La società civile non è rimasta a guardare. L’associazione Docenti per Gaza ha espresso pubblicamente una forte preoccupazione e opposizione a questo evento, «che a nostro avviso – si legge in una nota – contribuisce a quel processo di normalizzazione della guerra in atto in vari settori della società. Creare un’atmosfera di familiarità con le armi, le munizioni, l’abbigliamento militare e quant’altro, soprattutto per i minori, è particolarmente agghiacciante nel contesto attuale di conflitto globale, con il più alto numero di Paesi in guerra dopo la Seconda guerra mondiale».
Anche la Casa della Pace di Parma e altre undici associazioni e realtà locali – ANPI sezione di Parma, ANPI provinciale, ANPPIA, Casa delle Donne, CIAC, Coordinamento per la democrazia costituzionale, Donne in Nero, Libera Parma, Associazione Medical Care Development Peace, Montanara laboratorio democratico, Associazione Papa Giovanni XXIII, Parma Città Pubblica e Parma per Cuba – hanno inviato una “lettera aperta agli organi di informazione e alla cittadinanza” con una serie di destinatari come: Presidente Ente Fiere di Parma, Franco Mosconi
Sindaco di Parma, Michele Guerra
Presidente della Provincia di Parma, Alessandro Fadda
Presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale
Lettera dove la frase più emblematica è la seguente: «Non le sembra che questo nostro tempo sia già fin troppo dominato dalle armi?»


Non sono mancate proteste più eclatanti, come quelle di Extinction Rebellion, che ha lanciato una serie di mobilitazioni cittadine contro l’European Outdoor Show. Il gruppo è entrato all’evento disturbandone lo svolgimento, ha appeso un banner fuori dalla sede della fiera e ha partecipato a una biciclettata cittadina con lo scopo di rallentare il flusso di visitatori. «Siamo qui perché è inaccettabile che in una città che si racconta come luogo di cultura per i giovani ci siano venditori di morte. È inaccettabile avere la fiera delle armi qui in città. Le armi servono per uccidere», ha dichiarato Carlotta Sarina, in arte LOTTA, artista e attivista. «La caccia normalizza la violenza nella vita quotidiana. La morte non è uno sport, è violenza».
Può sembrare poco influente sul clima di guerra che sta scuotendo il mondo e il ricorso crescente alla violenza i come risposta al disagio delle nuove generazioni, la protesta contro una fiera che promuove l’uso, diciamo così, ludico e sportivo delle armi. Ma il gesto di stringere un’arma, l’adrenalina che scatena, il senso di potere che genera, possono facilmente, soprattutto in una fase critica come quella dell’adolescenza, essere associati all’idea che per risolvere frustrazioni, conflitti, insofferenza sia sufficiente eliminare con un “colpo” chi si identifica come la fonte del proprio dolore. Rendendo così più deboli e inefficaci sia interventi educativi, di prevenzione, sia l’inasprirsi della repressione.



