Quando Giovanni Brusca è stato arrestato, nel 1996, Gian Carlo Caselli era procuratore di Palermo, ma già prima, nel contrasto del terrorismo rosso degli anni Settanta e Ottanta a Torino, aveva conosciuto la difficoltà per lo Stato e l'importanza di scardinare il patto tra le organizzazioni e i loro adepti.

Dottor Caselli, a proposito di collaborazione con la giustizia, ci sono analogie tra terrorismo e mafia?

«Terrorismo e mafia sono fenomeni stellarmente diversi, ma sul piano del contrasto pongono più o meno gli stessi problemi. In particolare, essendo l’uno e l’altra organizzazioni costruite sul segreto, per avere qualche probabilità di successo questi segreti bisogna conoscerli, qualcuno te li deve raccontare. Può farlo solo chi, essendo stato terrorista o mafioso e quindi dentro l’organizzazione, commettendo in suo nome delitti su delitti, quei segreti li conosce. Rivelandoli, fornisce all’inquirente un grimaldello che gli consente di penetrare nell’organizzazione con buone prospettive d disarticolarla. Altrimenti si gira intorno, riuscendo al massimo a scheggiare qualcosa in superficie. Parafrasando quel che Falcone diceva con riferimento al 416 bis, senza pentiti pensare di sconfiggere la mafia (o il terrorismo) è come illudersi di poter fermare un carrarmato con una cerbottana».

Si usa nel linguaggio corrente la parola "pentito" quanto rischia di fuorviare?

«Non c’è dubbio che la parola “pentito” sia inadeguata. Quando il fenomeno cominciò a profilarsi. I magistrati cercarono di imporre un termine più corretto, ma invano. La parola "pentito", ancorché afferente a un foro interno, (al giudizio interiore del singolo, ndr.) estraneo al processo, per esigenze di comunicazione ebbe il sopravvento, anche rispetto a “collaboratore “ , parola più appropriata sul piano investigativo- giudiziario. Fra pentiti di terrorismo e pentiti di mafia c'è però una grande differenza. I terroristi si pentono, tutti, prima dell’emanazione di una legge in loro favore. Quando Patrizio Peci il 1° Aprile 1980 si pente, dando il via a una vera e propria slavina di pentiti che causerà il tracollo delle Br, dichiara fin dall’inizio di voler collaborare perché non crede più nella lotta armata, perché vuole impedire che vi siano altri morti, perché vuole rifarsi una vita, perché il generale dalla Chiesa (col quale aveva avuto rapporti come confidente autorizzati dall’autorità giudiziaria) gli aveva parlato della possibilità di una legge di favore. In altre parole i terroristi si pentono perché sono “scoppiati” dal punto di vista psicologico e politico. I mafiosi invece si pentono in base a un calcolo di convenienza. Dopo le stragi del 1992 la forte reazione dello stato convince molti mafiosi a “cambiare bandiera”, abbandonando una mafia che stava perdendo. Senza dimenticare l’insegnamento di Falcone: ci si pente contro la mafia soltanto quando si ha fiducia nello Stato, perché il pentito di mafia consegna se stesso e i famigliari disposti a seguirlo alla protezione dello stato. E la Storia della mafia è anche storia infinita di rappresaglie contro i pentiti e i loro familiari».

Si è discusso a lungo di impatti etici: la collaborazione di Santino Di Matteo fu pagata a carissimo prezzo dal suo bambino. Che riflessione si può fare?

«Può accadere (come nel caso del pentito Brusca) di avere a che fare con un criminale colpevole di aver commesso un’infinità di fatti orrendi, fino al sequestro per 779 giorni e poi l’omicidio con scioglimento nell’acido del piccolo Giuseppe Di Matteo, colpevole soltanto di essere figlio di suo padre, il primo pentito della strage di Capaci cui aveva materialmente partecipato. In questi casi soccorre l’etica del risultato. Quella che all’epoca del terrorismo ebbe ad insegnarmi il mio capo, Mario Carassi, quando la Cassazione assegnò a Torino il processo per l’omicidio del procuratore generale di Genova Coco e della sua scorta. Era la prima volta che le Br uccidevano deliberatamente. Il fascicolo finì sul mio tavolo per connessione con altri che già avevo. Il mio capo Mario Carassi mi chiamò e mi disse: "Caselli, questo processo lo farai tu perché di Br dovresti ormai capirne qualcosa, ma non lo farai da solo. Le Br hanno cominciato a uccidere; se sei da solo e ti ammazzano finisce tutto. Invece se siete in tre e ne ammazzano uno gli altri possono andare avanti". Ecco appunto l’etica del risultato: non accontentarsi di un approccio burocratico ma tendere a un risultato utile nel rispetto delle regole. Nacque così il primo pool di Giudici istruttori (Caselli, Luciano Violante, Mario Griffey) cui si ispirò anche Nino Caponnetto (che lo racconta nella sua autobiografia) per il pool di Palermo».

Lo chiedo a un giudice che so cristiano: la parola "pentito" potrebbe evocare una sfera morale, ma il diritto chiede altre cose. Che differenza c'è?

«Quanto al giudice “cristiano” , bisogna evitare la contaminazione tra fede e professione. Sono elementi che devono restare distinti, altrimenti si corre il rischio di un contocircuito, che per un magistrato comporterebbe la sostituzione del codice col Vangelo. Occorre distinguere, ma distinzione significa giusta distanza, non separazione. Vuol dire che il lavoro giudiziario resta autonomo, perché è ovvio che nel Vangelo non si possono trovare soluzioni tecniche. Ma la legge deve essere al servizio dell’uomo e non contro l’uomo, in nome di una giustizia che rifiuta ogni logica vendicativa e consente di interpretare e svolgere il ruolo di magistrato impegnandosi il più possibile per gli altri».

Le vittime patiscono la liberazione di Brusca, si chiedono: che cos'è giustizia?

«Per il magistrato cristiano antiterrorismo o antimafia il precetto evangelico “Fame e sete di giustizia” significa anche dare alla giustizia la forza di vincere il male col bene. Prima c’era la legge del taglione, restituire al male ricevuto altrettanto male. Ora l’indicazione è vincere il male col bene. Attenzione: questo non significa affatto sminuire il male. Il male resta male, quindi nessun buonismo, perdonismo, giustificazionismo. Sarebbe vanificare la giustizia. Il problema è provare, per quanto difficile sia, ad inventare forme di risposta capaci di ricomporre una fraternità ferita, divisa da inimicizie profonde. Allora ecco il tema della giustizia non “burocratica”, sensibile cioè alle esigenze e alle specificità delle persone, non solo le vittime ma anche coloro che hanno sbagliato. In questa attenzione alle esigenze delle persone coinvolte volta a volta in problemi giudiziari, sta il senso di una “giustizia giusta”: che provveda sì a far espiare la pena e “risarcire” la vittima, ma evitando nel contempo (con logiche – per così dire - di “misericordia laica”, compatibili con l’ordinamento giuridico) che ci si accanisca sul colpevole fino a schiacciarlo e impedirgli di cambiare, quando sia disposto a farlo».