«Non morire. Siamo in guerra con la morte e le sue cause. Siamo una comunità decentralizzata unita nello sconfiggere la morte e nel costruire prosperità». Così recitava il claim del sito di Bryan Johnson (www.dontdie.bryanjohnson.com), l’imprenditore statunitense, oggi 48enne, che voleva sconfiggere la morte e su cui era uscito, nel 2025, un documentario di Netflix intitolato Don’t Die (Non morire).

In questi giorni l’imprenditore – quasi una beffa del destino – si trova a fare i conti con una malattia autoimmune, come ha rivelato in un post sui social: una gastrite autoimmune, una patologia rara e incurabile, nel senso che non si risolve definitivamente, ma che ha – per fortuna – un decorso “benigno” e con cui si può convivere gestendone i sintomi. Così l’uomo che si sottoponeva a trattamenti estremi, in una rigida routine quotidiana, con l’uso di strumentazioni mediche molto sofisticate, trasfusioni, bagni freddi, un’alimentazione sorvegliatissima, si trova a dover fare i conti con il limite. Come, inevitabilmente, capita a tutti gli esseri umani. Il sogno prometeico dell’immortalità deve affrontare i fantasmi spiacevoli della vita.

La vicenda si presta a qualche riflessione. Ovviamente tutti desideriamo “stare bene”, curiamo la salute quanto è necessario per non trovarci in situazioni spiacevoli o persino pericolose. Però vediamo anche un diffuso “salutismo” che ha qualcosa di ossessivo, maniacale, che alla lunga genera ansia. E, ancor prima, un eccesso di concentrazione su se stessi, che rischia di far sparire dall’orizzonte altre cose importanti della vita. Il limite, l’imperfezione, ciò che non rientra in un modello dove si è solo “vincenti” ci fa paura. Non è un caso se ormai anche tanti libri, festival, rassegne intercettano e sviluppano questo complesso di temi che toccano, prima o poi, l’esistenza di tutti. Ma con cui facciamo anche molta fatica a fare i conti.

In altre epoche, quando le barriere contro il “limite” di ogni genere erano molto minori, l’unica via era alla fin fine la “rassegnazione”, l’accettare “come Dio ce la manda” come dice il detto popolare, che poteva però anche essere una forma di fatalismo. Oggi, con i progressi della tecnologia, della medicina, delle scienze, siamo caduti forse un po’ nell’illusione opposta: poter risolvere tutto. Giustamente, non ci rassegniamo più con tanta facilità, lottiamo per avere varie forme di benessere e per eliminare tante forme di limitazione. Fino ai sogni transumanistici e postumanistici dell’uomo “potenziato” dalla macchina. È il caso di Bryan Johnson. E forse anche di tanti, se avessero mezzi e facoltà per imitarlo.

Rimane però che i piccoli – o grandi – imprevisti della vita ci pongano di fronte al limite. «Tutto ciò che appare come “limite”», leggiamo in Magnifica humanitas, la prima enciclica di papa Leone pubblicata lo scorso 15 maggio, «incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità tende a essere letto come difetto da correggere». Ma è possibile una lettura diversa? Il Pontefice lo dice subito dopo: possiamo leggere il limite come difetto da correggere oppure come «luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione» (n. 118). Con sapienza, afferma ancora nello stesso passaggio, «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite». Si tratta di «saper riconoscere la nostra finitudine», prosegue ancora il Pontefice, di «abitare questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano», come anche propongono l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana. Sono riflessioni che ricordano molto Pascal, il filosofo che ha riflettuto su grandezza e finitezza dell’uomo, additando le ragioni che la ragione (oggi diremmo forse il razionalismo) non conosce.

Occorrerebbe leggere con attenzione i numeri che l’enciclica dedica al limite (nn. 118-122), che sono tra i passaggi più belli e umani del documento. Che ci ricorda che in fondo il sogno di superare ogni limite «potrebbe significare qualsiasi cosa, ma non più essere umani» (n. 120). Come a dire: passando per il limite l’umano può acquisire una saggezza nuova. Significativamente Magnifica humanitas menziona il “cuore” come luogo di questa sintesi che ci può portare a essere più umani. E, dunque, anche a essere una magnifica umanità. Anche nel limite.