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L’avevamo pensato e scritto, in tempi non sospetti, quando Sergio Mattarella è stato eletto per la prima volta presidente della Repubblica, il 31 gennaio 2015: il suo conoscere a fondo le regole della Repubblica, grazie ai suoi trascorsi di giudice costituzionale e di professore di Diritto parlamentare, sarebbe diventato importante, in momenti di confusione. Lo è stato in diverse occasioni. Torna a esserlo ogni volta che il dibattito politico, avvicinandosi a tornate elettorali, si accende e prova ad attribuire a ogni refolo di vento una lettura di parte.
Conoscere a fondo il perimetro delle regole del gioco istituzionale, significa sapere con esattezza quale sia il punto in cui si può interpretare il ruolo ricoperto senza venir meno alle proprie prerogative e insieme senza sconfinare nella sfera di competenza di altri organi o poteri, tenendosi al riparo dagli attacchi pretestuosi e dai tentativi di strumentalizzazione e insieme a ribadire l’importanza della separazione, dell’equilibrio, del reciproco bilanciarsi di poteri e organi di garanzia.
Probabile che questo rischio di strumentalizzazioni sia stato avvertito particolarmente, in tempi in cui anche lo stesso atto di promulgazione di una legge è spesso caricato, secondo le idee degli uni o degli altri, di significati impropri, dando adito a opposte insinuazioni di collateralismo politico o a tentativi di annessione, che rischiano di tirare per la giacca il presidente e di snaturarne il ruolo di garanzia, o per dirla con il costituzionalista Ernesto Bettinelli di “estrema” garanzia, a rappresentare l’unità nazionale, che la costituzione assegna al Capo dello Stato. Eppure, scriveva Bettinelli, già in una lezione di una quindicina di anni fa, esposto a: «Ricorrenti tentazioni», se non a «tentativi» di ridurre il Presidente della Repubblica «negli angusti spazi della polemica e diatriba politica quotidiana, per identificarlo, a seconda delle congiunture, come soggetto antagonista dell’azione di governo o come suo (silente) sostenitore».
Tentazioni non nuove dunque, ma di tale frequenza in questo periodo, da suggerire al presidente Mattarella la necessità di rinfrescare la memoria a politici e giornalisti, con una piccola lezione di Diritto costituzionale, condotta con parole così chiare e piane da renderla alla portata di qualsiasi comune cittadino: «Vorrei cogliere l'occasione, approfittandone e rivolgendomi ai tanti presenti», ha detto il Presidente rivolgendosi ai rappresentanti della alcuni dirigenti di Casagit, la cassa di assistenza sanitaria integrativa di categoria, che, «nella veste insopprimibile di giornalisti e quindi tramite tra istituzioni e i nostri concittadini, per far notare che frequentemente il Presidente della Repubblica viene invocato con difformi, diverse motivazioni».
«C'è chi», ha spiegato, «gli si rivolge chiedendo con veemenza: “il Presidente della Repubblica non firmi questa legge perché non può condividerla, perché gravemente sbagliata”, oppure: “il Presidente Repubblica ha firmato quella legge e quindi l’ha condivisa, l’ha approvata, l’ha fatta propria”. Il Presidente della Repubblica non firma le leggi, ne firma la promulgazione, che è cosa ben diversa. È quell’atto indispensabile per la pubblicazione ed entrata in vigore delle leggi, con cui il Presidente della Repubblica attesta che le Camere hanno entrambe approvato una nuova legge, nel medesimo testo, e che questo testo non presenta profili di evidente incostituzionalità. Se andasse al di là di questo limite che gli assegna la Costituzione e dicesse, per esempio: “non promulgo questa legge perché c'è forse qualche dubbio di costituzionalità che potrebbe racchiudere e raffigurarvisi”, si arrogherebbe indebitamente il compito che è rimesso alla Corte costituzionale. O se, addirittura, dicesse: “non firmo questa legge perché non la condivido, perché, a mio avviso è sbagliata”, farebbe ben altro, andrebbe al di là di qualunque limite posto dalla Costituzione nel rapporto tra i poteri dello Stato e tra gli organi costituzionali. Quando il Presidente della Repubblica promulga una legge, non fa propria la legge, non la condivide, fa semplicemente il suo dovere, che è quello che ho descritto».
«Qualche volta ho come l'impressione che qualcuno pensi ancora allo Statuto Albertino in cui, come è noto, la funzione legislativa veniva affidata congiuntamente alle due Camere e al re. Quando le Camere approvavano la legge, il re prima di promulgarle doveva apporre la sua sanzione, cioè la sua condivisione nel merito, perché aveva anche attribuito il potere legislativo. Fortunatamente non è più così. Il Presidente della Repubblica non è un sovrano, fortunatamente, e quindi non ha questo potere. Ha soltanto quello che ho descritto. Anzi nei suoi compiti c’è, tra quelli fondamentali, quello di fare in modo che ciascuno rispetti la Costituzione. A partire da sé stesso, naturalmente, e che ciascuno la rispetti nel colloquio e nel confronto tra gli organi costituzionali».
E ancora: «Sarebbe grave se uno di questi, e tra questi anche il Presidente della Repubblica, pretendesse di attribuirsi compiti che la Costituzione assegna ad altri poteri dello Stato. E questa è una indicazione di democrazia che si inserisce in quell’armonico disegno che la nostra Costituzione indica e presenta, in maniera sinceramente ammirevole per coloro che la scrissero, che ebbero la forza - in condizioni difficili e anche dialetticamente molto accese - di definirla e approvarla. Anche questo rientra nella libertà, nel rispetto della libertà di tutti coloro a cui la Costituzione assegna un compito, che nessun altro può sottrarre per farlo proprio».
Difficile non riconoscere nell’aggettivo ammirevole un’indicazione di metodo, in tempi di dibattito pubblico più simile allo scontro manicheo quando non insultante dei social, dove il rispetto non è affatto scontato, che al delicato lavoro di mediazione servito a scrivere le regole della Repubblica.
A proposito di compiti e di salvaguardia di compiti, parlando a giornalisti il Presidente ha anche ribadito il valore della libertà di stampa, che ha definito: «Fondamentale per la nostra democrazia, come per qualunque democrazia. Che vede nella nostra Costituzione una tutela netta, chiara, indiscutibile, a fronte della quale vi è una assunzione di responsabilità da parte dei giornalisti: la lealtà, l’indipendenza dell'informazione, la libertà di critica nel rispetto della personalità altrui, il rispetto dei fatti».
«Un elemento indispensabile della nostra democrazia (…), che sta a cuore alle istituzioni, chiamate a tutelarla, ciascuna nelle proprie competenze e nei propri ambiti e, naturalmente, nelle proprie responsabilità». Parole, anche queste, impossibili da equivocare, difficili da strumentalizzare.




