Con l’agilità di un gatto Matteo Berrettini, 23 anni, ha scalato in un anno oltre cinquanta posizioni di classifica mondiale del tennis, non una cosa semplice: il circuito è un luogo, formato mondo, con una concorrenza agguerritissima, un frullatore di fusi orari e con in cima, ai primi tre posti Rafael Nadal (33), Novak Djokovic, 32 anni e Roger Federer (38), tre vecchietti che non ne vogliono sapere di mollare l’osso. Complice la sconfitta del suo diretto avversario, il francese Monfils, in quella corsa, Berrettini diventa il terzo italiano della storia, dopo Panatta e Barazzutti, a conquistare il diritto di cimentarsi negli Atp Finals, il master che chiude la stagione e riservato ai migliori otto tennisti al mondo.

Già, perché Berrettini non ha solo scalato 50 posizioni ma è entrato nel Gotha dei primi dieci tennisti della classifica mondiale del tennis in singolare, il luogo dove osano i migliori. A giudicare dalla stagione appena trascorsa il margine di miglioramento è alto, lo si è capito da come ha preso la sconfitta da Roger Federer a Wimbledon, una lezione di quelle che possono uccidere la fiducia di chi sta crescendo e invece è stata usata da Berrettini per crescere ancora, per far tesoro dell’esperienza e andare a sfidare Nadal in semifinale agli Us Open, perdendo in tre set, ma portandolo al tie break nel primo. Invece di macerarsi, ha messo esperienza in cascina per maturare i risultati che ora lo fiondano tra i grandi.

Berrettini è un tennista italiano insolito, strutturato fisicamente, molto alto, con un servizio assai potente e un gioco di volo di tutto rispetto in cui deve solo prendere un po’ di confidenza. Alle doti fisiche – innegabili - unisce una caratteristica mentale molto interessante: è uno che non ha timori reverenziali nel giocarsi tutti i punti importanti.

A 23 anni, al primo anno nei primi 50, deve ovviamente farsi le ossa in termini di esperienza, ma ha buone spalle in senso fisico e metaforico: la prestanza fisica lo aiuta a coniugare potenza e agilità, qualità rara in quelli che come lui svettano oltre il metro e novanta, e grazie alla solidità mentale, anche nelle prime uscite nei tornei dello slam dove la tensione sale, raramente finisce preda del cosiddetto braccino.

A dispetto del soprannome da ragazzino, “la radio”, per tutti i punti che commentava distraendosi, ha imparato a dominare l’emotività in campo, dando di sé un’immagine calma e sportiva – capita che vada a vedere il segno, se sospetta un errore nella chiamata arbitrale a suo favore - ponendo le basi per un modello di tennista italiano a lungo desiderato e mai visto fin qui. Anche perché, pur non disdegnando la terra rossa, storicamente apprezzata dagli italiani, dà il meglio di sé sul cemento e, se prende un po’ di coraggio al volo, anche sull’erba si potrebbe divertire. Lo stesso suo maestro, Vincenzo Santopadre, che lo coltiva da 10 anni come un fratello maggiore, si dice stupito: era convinto che sarebbe arrivato in alto, ma non se lo aspettava così presto.