Per l’immaginario collettivo, Rino (al secolo Gennaro) Gattuso è ancora “Ringhio”, mediano di mischia, per rubare una metafora al rugby, pronto ad azzannare ogni pallone e a spremere ogni goccia di sudore: uno che si svegliava ogni mattina con la voglia di mordere le gambe a qualcuno come Snoopy, per il resto grande sognatore, nei rari sussulti di caninità. Forse esageravano, ma è vero che in campo non era uno che mollasse l'osso. 

Gattuso è stato, da giocatore, uno che ammetteva i propri limiti (pure troppo, perché chi non ne ha se la pietra di paragone è la punizione dal limite dell’area di Pirlo), che non si faceva mancare la franchezza, ma che lavorava sempre e molto al servizio della squadra, dentro e fuori dal campo.

Viene in mente un episodio lontano, Gattuso era ancora in maglia azzurra con l’Italia. A fine allenamento un compagno, difficile dire chi oggi a tanta distanza, tira per gioco una palla da metà campo e la mette in rete. Gattuso vede e gli urla: «Se lo rifai ti do 500 euro». Era palesemente la battuta di uno che voleva dire al compagno: «A quella distanza è solo fortuna, se anche ci riprovassi un milione di volte non ti entrerebbe più». Ma sui giornali il giorno dopo monta la panna: gli azzurri diventano quelli che non danno valore ai soldi, che finiscono l’allenamento scommettendo tra loro. Una forzatura che non rende l’accaduto, chi c’era sa.

Il giorno dopo Gattuso si prende da parte il responsabile, che conosce, e la sua voce arriva nitida almeno a chi passa lì accanto: «Ascoltami bene, io non sono nato ricco, li ho visti i miei genitori faticare, sono nato in mezzo ai pescatori, lo so quanto valgono 500 euro, anche se io sono un privilegiato, non mi sta bene che mi si faccia fare la figura di quello disposto a buttarli via. Era una battuta, volevo solo dirgli che aveva avuto fortuna».

Le parole non sono esatte, perché ricordate a memoria, ma il senso è quello: probabile che al posto di fortuna nel contesto Ringhio avesse usato un sinonimo più colorito, ma rende l’idea di lui, del suo modo franco di intendere la vita, pane al pane vino al vino, zero doppiezze, e tutto sommato del fatto che aveva una ratio l’aver usato a tempo debito come titolo di un’autobiografia il proverbio calabrese: Se uno nasce quadrato non muore tondo.

Sarebbe sbagliato oggi identificare il giocatore di allora con il tecnico di oggi, che a 47 anni fa l’allenatore da 12, tra Italia ed estero, con vicende alterne, e molto diverse tra loro anche a causa di complessità non tutte legate al campo (Sion, Palermo, Ofi Creta, Pisa, Milan U19 e prima squadra, Napoli, Valencia, Marsiglia, Hajduk Spalato. Coppa Italia con il Napoli 2019/20 unico titolo).  Nel lavoro ha cambiato spesso aria e panchina, il contrario di quanto fatto in amore, avendo condiviso tutta la vita con la stessa donna, Monica, la ragazza conosciuta a Glasgow dov'era andato a giocare da giovane quando l'estero era meno di moda: si sono sposati nel 2004 e hanno due figli.

Certo quelle sue doti da motivatore, già presenti nella leadership in campo, avranno avuto un peso nella scelta della Federazione, in un momento in cui c’è da ricucire, pare, l’attaccamento alla maglia azzurra diventato ultimamente un po' lasco; come forse potrà tornare utile, a un’Italia un po’ di disorientata, lo spirito di coesione che può innescare uno così, che ha passato la carriera a remare perché altri finalizzassero il gioco, per dirla con Ligabue.

È chiaro, però, che non di sola grinta vive una Nazionale di calcio che ha, non da oggi, una rosa risicata, che nel breve periodo neanche un San Gennaro potrà risolvere miracolosamente: i limiti tattici e di amalgama si possono anche aggiustare in poco tempo, quelli tecnici e di bacino di pesca no.

Toccherà rimboccarsi le maniche e capire se una miccia di passione accesa possa bastare a innescare prestazioni oltre i limiti. Nello sport talora accade: guai a sottovalutare a certi livelli l’aspetto mentale. Basterà ad agguantare una qualificazione mondiale che nasce in salita, per arrivare alla quale servirà vincere tutte le partite con tanti gol, per non finire condannati in partenza alla prova della differenza reti?

È una domanda che avrà risposta solo dal campo, sul quale contano le prestazioni qui e ora più che il blasone che porta in dote una Nazionale da quattro titoli mondiali, il più recente dei quali, Gattuso in campo, 19 anni fa. Forse potrà aiutare avere la pazienza di spalare palloni una partita alla volta, per non disperdere energie nervose e per non trasformare la qualificazione in un ansiogeno Santo Graal.

Quel che conta sarà anche non dimenticare, al tempo dei bilanci, che Gattuso prende ora in ultima frazione il testimone di una staffetta che parte indietro. Ci vuole anche coraggio a mettersi in gioco così, anche se si è senza contratto, anche se è di quelli che si esaltano quando vedono azzurro. Lo ha detto Gattuso per primo al presidente federale che la sfida sarà impervia prima di accettare: questione di sano realismo, non solo di mani avanti. 

Ma quando mai s’è visto Rino Gattuso tirarsi indietro, a costo di ammaccarsi un po'. L'appuntamento con il campo è per il 5 settembre, prima prova del nove contro l'Estonia a Bergamo. E sarà già un esercizio senza rete.