La proposta l’ha lanciata il presidente dell’Ancc-Coop, l’Associazione nazionale cooperative di consumatori, Ernesto Dalle Rive: dopo 15 anni di liberalizzazioni, torniamo a chiudere i supermercati la domenica. Per due ragioni economiche: la prima è che i consumi ristagnano non perché ci sia scarsità di occasioni di acquisto, ma perché la gente ha pochi soldi da spendere. La seconda è che si fa sempre più fatica a trovare persone, in particolare giovani, disposte a lavorare a turni di sette giorni su sette, quindi domeniche comprese. Il dibattito tra gli imprenditori è aperto. In proposito, abbiamo sentito Giorgio Santambrogio, amministratore delegato del Gruppo VéGé, realtà associativa con oltre 3.600 punti vendita, che comprende marchi come Bennet, Decó, IperTosano e Migross, nonché vicepresidente vicario di Federdistribuzione. «La strada percorribile, al momento, è quella di impegnarci per chiudere tutti in occasione delle festività laiche e religiose. Mi sono dimenticato della besciamella per il panettone gastronomico di Natale? Pazienza, è più importante che anche la cassiera del supermercato dove vorrei andare a comprarla possa fare il pranzo di Natale in famiglia».
Non si può fare di più? In Germania, per esempio, la domenica è sacra. Non si potrebbe tornare alla situazione precedente alle liberalizzazioni del 2011?
«No, al momento non è fattibile. In molti centri commerciali, ad esempio, intorno al supermercato vero e proprio gravitano tanti altri negozi che soffrirebbero troppo in caso di chiusura domenicale. E poi dobbiamo tenere conto che la maggior parte degli italiani trova molto comodo poter fare la spesa al di fuori dell’orario di lavoro settimanale».
Per favorire le chiusure occorre una legge nazionale, magari prevedendo delle differenze regionali o nelle zone turistiche?
«No, sarebbe troppo complicato e rischierebbe di penalizzare alcuni operatori a scapito di altri. La transizione, se deve esserci, deve essere graduale e spero che ci si arrivi non tramite una legge, ma grazie alla libera iniziativa degli imprenditori».
Ma è vero che si fa sempre più fatica a trovare giovani disposti a lavorare nel vostro settore?
«Il problema non è solo alla domenica. Facciamo fatica a trovare candidati disponibili a lavorare ad esempio nell’ittico, nella gastronomia, nella frutta e verdura perché i ritmi a volte sono esasperati e i turni pesanti. Da questo punto di vista, spero che la tecnologia possa intervenire sempre più per ridurre la ripetitività dei lavori e lasciare più tempo al personale per parlare con i clienti. Tutte le ricerche dicono che i clienti apprezzano moltissimo quando hanno di fronte qualcuno che sa spiegare il taglio di un bovino, la stagionatura di un formaggio, la differenza tra un salmone d’allevamento e un altro o la disponibilità di un prodotto senza glutine. Di sicuro fare il, come si dice oggi, personal shopper, è molto più appagante che sistemare della merce sugli scaffali».
Certo. Però anche la migliore personal shopper, se lavora di domenica mentre il marito e il figlio stanno a casa e lei non li vede mai e in più è pure pagata poco, è poco motivata a spiegare a un cliente la differenza di stagionatura tra due formaggi…
«È così, ed è per questo che penso sia giusto valorizzare di più il lavoro domenicale, con una turnazione migliore e incentivi economici. La tendenza generale delle dinamiche lavorative, in tutti i settori, è quella di una riduzione degli orari e dei giorni di lavoro. Anche da noi c’è stata una forte enfasi da un lato sui negozi aperti 24 ore su 24, e dell’altro sugli ipermercati generalisti di grandissime dimensioni. Ora possiamo dire che entrambi questi modelli non hanno funzionato. Il cliente preferisce i punti vendita di medie dimensioni, ma vuole poter essere libero di poter fare la spesa anche la domenica».