Se un disastro come quello di Crans-Montana dello scorso gennaio si verificasse in Italia, il nostro Servizio sanitario nazionale con ogni probabilità non chiederebbe il pagamento diretto alle famiglie dei feriti. Il tema è diventato rilevante dopo che alcune famiglie di italiani feriti nel rogo hanno ricevuto dall’ospedale di Sion (nel Canton Vallese) fatture per cure emergenziali, con importi da 18mila a 73mila euro per brevi ricoveri, scatenando una certa indignazione. Le autorità svizzere hanno poi chiarito che si è trattato di un “errore” amministrativo, con la nota che “la fattura non dovrà essere pagata”.

Adriano Leli, presidente di FARE (Federazione delle Associazioni Regionali Economi e Provveditori della Sanità) e direttore generale dell’Azienda ospedaliera OIRM-Sant’Anna di Torino.
Adriano Leli, presidente di FARE (Federazione delle Associazioni Regionali Economi e Provveditori della Sanità) e direttore generale dell’Azienda ospedaliera OIRM-Sant’Anna di Torino.

Adriano Leli, presidente di FARE (Federazione delle Associazioni Regionali Economi e Provveditori della Sanità) e direttore generale dell’Azienda ospedaliera OIRM-Sant’Anna di Torino.

A parti invertite la prassi, coma ha spiegato a Famiglia Cristiana Adriano Leli, presidente di FARE (Federazione delle Associazioni Regionali Economi e Provveditori della Sanità) e direttore generale dell’Azienda ospedaliera OIRM-Sant’Anna di Torino, è diversa: prima si attiverebbero i meccanismi di rimborso tra sistemi sanitari o tra assicurazioni, e solo in seconda battuta si valuterebbe un’eventuale richiesta al cittadino.

Il caso emerso negli ultimi giorni in Svizzera ha riacceso il dibattito su come funzionino davvero i rapporti economico-amministrativi tra sistemi sanitari europei ed extraeuropei. In Italia, ricorda Leli, i cittadini dell’Unione europea sono coperti da accordi bilaterali e da meccanismi di compensazione tra Stati, mentre per i cittadini extra-Ue, come gli svizzeri o gli americani, entra in gioco di norma un sistema assicurativo, con il SSN che chiede il rimborso alle compagnie.

La regola per i cittadini Ue

«Ci sono accordi bilaterali con tutti gli Stati che appartengono all’Unione Europea, quindi tutti i cittadini sono coperti dai servizi sanitari gratuiti e universalistici dei singoli Stati», spiega Leli. «Dal punto di vista amministrativo», aggiunge, «la partita non si chiude sul singolo paziente: sono i servizi sanitari nazionali a compensarsi tra loro per i costi sostenuti».

In altre parole, se un cittadino europeo riceve cure emergenziali in Italia, il sistema è costruito per far sì che il conto venga regolato tra istituzioni e non scaricato sulla persona curata. È una logica di solidarietà amministrativa che vale anche per le prestazioni urgenti, nel quadro delle norme europee sulla mobilità sanitaria.

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L’arrivo da Zurigo in elicottero di Elsa, la giovane ustionata nell'incendio di capodanno a Crans Montana, trasferita al Cto di Torino, (ANSA)

Il caso dei cittadini non Ue

Diverso il discorso per chi non appartiene all’Unione europea. «Quando si tratta di un cittadino fuori Ue, spesso la copertura segue un meccanismo diverso, assicurativo, e quindi è impegno del Servizio sanitario nazionale italiano a chiedere rimborsi alle loro assicurazioni», osserva Leli. Questo passaggio è decisivo perché sposta il baricentro dal paziente al sistema di copertura. In presenza di assicurazione, il rapporto economico viene gestito tra soggetti istituzionali o assicurativi; se invece non c’è copertura, si può arrivare al recupero diretto dei costi, ma non è la prassi per i cittadini europei assistiti in base ai meccanismi comunitari.

A parti invertite?

Alla domanda se l’Italia avrebbe potuto comportarsi come gli ospedali svizzeri nel caso di Crans-Montana, Leli è netto: «Lo Stato italiano avrebbe chiesto i costi in prima battuta alle eventuali assicurazioni, poi in seconda battuta obiettivamente ai cittadini direttamente, però in questo caso tutti i cittadini svizzeri sono coperti da assicurazioni e quindi il caso di richiedere direttamente alle famiglie tali costi non credo sia realistico».

Il punto, dunque, non è soltanto giuridico o amministrativo, ma anche politico e culturale. Nel nostro sistema, insiste il presidente di FARE, la gratuità e l’universalismo del Servizio sanitario nazionale restano un pilastro costituzionale da difendere, proprio perché il costo delle cure è già sostenuto collettivamente.

Quanto conta la copertura

Leli ricorda anche che l’ordine di grandezza delle spese dipende dalla complessità delle prestazioni, ma sottolinea un principio di fondo: per i cittadini dell’Unione europea il rimborso avviene fra Stati, non sulle famiglie. Per questo, afferma, il fatto di appartenere all’Unione europea rappresenta anche una garanzia concreta sul piano dell’accesso alle cure e della tutela economica.