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In alto a sinistra, Riccardo Zuccolotto, 11 anni, in una foto fornita dalla famiglia, e un bimbo che cammina nella neve
Ha 11 anni. Si chiama Riccardo. Ed è stato lasciato a piedi, nella neve, al gelo. Non per un atto di ribellione, non per una bravata, ma per un biglietto dell’autobus “sbagliato”. E già dirlo così fa male, perché trasforma un bambino in un problema tariffario. Se non fosse successo davvero, sembrerebbe una parabola distopica sul mondo che stiamo costruendo. E invece è cronaca italiana, provincia di Belluno, vigilia delle Olimpiadi invernali che Cortina ospita insieme a Milano mentre discettiamo dei valori dello sport, a cominciare da quello dell’inclusione.
Riccardo frequenta la prima media e spesso torna a casa con l’autobus della linea 30 Calalzo-Cortina. Martedì scorso, però, quel ritorno quotidiano si è trasformato in un incubo. Il suo biglietto da 2,50 euro, parte di un carnet, non era quello “olimpico” da 10 euro, maggiorato nel prezzo proprio per le Olimpiadi. L’autista gli ha chiesto di pagare la differenza e, davanti alla risposta di un undicenne che quei soldi non li aveva, lo ha fatto scendere dal mezzo. Fuori c’erano meno tre gradi, la strada piena di neve e ad un certo punto il sole è calato ed è sceso il buio. Riccardo si è incamminato da solo per sei chilometri ed è arrivato a casa, a Vodo di Cadore (Belluno), dopo due ore, in ipotermia, con le labbra viola e i vestiti zuppi. Con sé non aveva il cellulare e non ha potuto chiedere aiuto ai genitori. Per tornare a casa l’unica scelta era mettersi la strada sotto i piedi.
Non si tratta di un semplice disservizio o di un disguido. Qui siamo davanti a una scelta precisa da parte dell’autista che dopo il clamore della notizia è stato sospeso da “Dolomiti bus”, la società che si occupa del trasporto locale che ha avviato un’indagine interna. Anche la procura di Belluno ha aperto un’inchiesta per abbandono di minore, dopo la querela presentata dalla famiglia. Ma al di là dell’aspetto (da valutare) strettamente giuridico, questa vicenda parla di qualcosa di più profondo: di una società che rischia di perdere il senso delle proporzioni, che tutela i grandi eventi e dimentica i piccoli, che sa essere inflessibile con un ragazzino (che, peraltro, il biglietto ce l’aveva) ma indulgente con ben altre ingiustizie e furberie.
La nonna di Riccardo, Chiara Balbinot, avvocata di Padova, lo ha spiegato con parole semplici e disarmanti: «L’autista avrebbe potuto chiedergli quattro biglietti ordinari per arrivare alla cifra olimpica». Sarebbe bastato questo. Un gesto di buon senso. E aggiunge: «A parte quello che è successo a mio nipote, credo che sia assurdo che ai residenti non venga garantita la tariffa normale ma maggiorata per le Olimpiadi».
Una protesta che tocca un altro problema: regole e tariffe pensate senza tenere conto delle persone che vivono inquei territori ogni giorno, tanto più quando di mezzo ci sono dei bambini. Solo per chi ha l’abbonamento, infatti, la tariffa è rimasta invariata. Ma questo, per Riccardo, non ha fatto alcuna differenza.
A lui è stato chiesto di pagare dieci euro. Non li aveva. Non ha reagito, non ha protestato, non ha discusso. Ha fatto quello che fanno i bambini quando un adulto ordina: ha obbedito. E si è messo a camminare nel freddo.
Questa storia ci costringe a fermarci. Perché possiamo parlare di grandi eventi, di efficienza, di regole, di valori ma se poi un bambino di 11 anni viene lasciato solo nella neve, qualcosa si è rotto. Un bambino non si manda mai a piedi, al gelo, per un biglietto. Mai. Perché prima dei regolamenti e delle tariffe dovrebbe esserci sempre una cosa sola: l’umanità. E quella in questa storia è purtroppo mancata.




