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Moltissime le imbarcazioni partite dalle coste nordafricane in contemporanea all'emergere del ciclone Harry. ANSA/CECILIA FERRARA
Negli ultimi giorni sono emersi nuovi elementi e nuove voci raccolte dai Refugees in Libia e Tunisia che segnalano come la situazione dei dispersi nel Mar Mediterraneo sia estremamente critica. Dura la denuncia da parte del presidente di Mediterranea Saving Humans, Laura Marmorale: «Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Sono almeno 380 le persone che risultano disperse nel mediterraneo dal 24 gennaio. L’allerta raggruppa una serie di imbarcazioni, otto, partite separatamente dalle sponde di Sfax, costa orientale della Tunisia. La loro partenza verso l’Europa è avvenuta in contemporanea allo scoppiare dell’emergenza legata al ciclone Harry, che ha reso le condizioni del mare impraticabili per una traversata di questo tipo: onde di oltre 7 metri e raffiche di vento che raramente si sono registrate nel Mediterraneo.
Le testimonianze di Refugees forniscono una panoramica completa dell’emergenza vissuta in questo periodo. Dal 15 gennaio sono aumentate pressioni da parte dei militari tunisini negli accampamenti degli uliveti intorno alla città di Sfax e, di conseguenza, è stata allentata la stretta dei controlli sulle spiagge. Questo ha aperto le porte dei vari convogli a inseguire il sogno del vecchio continente.
Ma il tratto di costa che va da Sfax a Mahdia è diventato un perimetro di sogni infranti. Si stima che un singolo trafficante, noto come Mohamed “Mauritania”, abbia coordinato la partenza di cinque convogli, ciascuno con a bordo oltre 50 persone. I numeri della tragedia si snodano lungo i chilometri della costa: tra il km 19 e quello 21 sono salpate dieci imbarcazioni, altre sette dal km 30. Di queste solo una ha raggiunto Lampedusa. A bordo c’era il sopravvissuto Ramadan Konte.
Delle altre imbarcazioni non resta traccia, se non nelle denunce di chi resta. Mentre decine di corpi vengono recuperati dalle autorità maltesi e dalle navi civili, la portata di quanto accaduto sembra superare di gran lunga le scarne versioni ufficiali. In questo vuoto di comunicazione e soccorsi, il Mediterraneo centrale si conferma la rotta della morte, dove il silenzio delle istituzioni italiane e maltesi risuona più forte del rumore delle onde che hanno inghiottito centinaia di vite.





