Da due mesi Amin, Ullah, Safi e Waseem, tre afghani e un pachistano, tra i 19 e e 29 anni, si spaccavano la schiena per raccogliere fragole nella piana di Sibari sulla costa ionica calabrese. Ma da allora non vedevano un centesimo e quindi non potevano mandare nulla alle loro famiglie lontane. «Da mangiare sì, la casa sì, ma i soldi no», ha raccontato Taj Mohammad Alamyar, un altro pachistano che lavorava con loro. Così hanno fatto quello che di solito chi si trova nelle loro condizioni non fa mai: si sono ribellati, rifiutandosi di andare a lavorare fino a quando non avessero avuto un contratto regolare e di non vivere più stipati in dieci in un appartamento. Intollerabile per i due caporali che li sfruttavano, pretendendo comunque 5 euro per il trasporto nei campi sui 35 euro del loro compenso pattuito a parole. Li hanno minacciati con coltelli e pistole. Ma quelli niente. Allora gli hanno dato appuntamento in una stazione di benzina. Nemmeno lì si sono fatti convincere. E a quel punto la benzina gliel’hanno lanciata addosso, gli hanno dato fuoco con un accendino e hanno fatto forza sulle portiere per non farli uscire . Fine delle discussioni. Anzi, no. Perché Taj è riuscito a sfondare a testate il portellone posteriore e a salvarsi.

Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil
Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil

Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil

«Ora lo abbiamo portato al sicuro, da amici, assieme a un altro bracciante che si trovava nella stessa situazione», racconta Giovanni Mininni, segretario generale della Flai-Cgil, branca del sindacato che tutela i lavoratori agricoli. Taj, il sopravvissuto, ha parlato di una «grande mafia del Pakistan», ma su questo punto bisogna essere chiari.

Non esiste nel nostro territorio una mafia simile paragonabile alle nostre organizzazioni criminali. Esiste piuttosto, come spiega Mininni, un sistema ben ramificato per reclutare manodopera destinata a essere sfruttata in Italia già nei Paesi d’origine. «Ci sono delle agenzie che fanno firmare dei contratti per lavorare in Italia che si rivelano poi fasulli. È una vera e propria tratta di esseri umani ed è per questo che in molti processi noi abbiamo chiesto e ottenuto che fosse applicato l’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione, quello che tutela le persone vittime di tratta appunto, e che fino a qualche anno fa veniva usato praticamente solo per le donne che venivano avviate alla prostituzione. Così anche questi lavoratori sfruttati possono ottenere una protezione immediata e un percorso di inserimento sociale».

Il 35enne afghano, Mohammad Taj Alamyar, rimasto gravemente ustionato ma vivo nel tragico rogo del minivan avvenuto lunedì scorso nell'area di servizio di Amendolara, costato la vita a quattro persone, 4 giugno 2026
Il 35enne afghano, Mohammad Taj Alamyar, rimasto gravemente ustionato ma vivo nel tragico rogo del minivan avvenuto lunedì scorso nell'area di servizio di Amendolara, costato la vita a quattro persone, 4 giugno 2026

Il 35enne afghano, Mohammad Taj Alamyar, rimasto gravemente ustionato ma vivo nel tragico rogo del minivan avvenuto lunedì scorso nell'area di servizio di Amendolara, costato la vita a quattro persone, 4 giugno 2026

(ANSA)

Sono quindi molto spesso dei connazionali delle vittime, com’è accaduto anche ad Amendolara, a trasformarsi nei loro aguzzini. «Queste persone arrivano da noi senza saper parlare la nostra lingua e ignorando le nostre leggi. Per cui per loro il caporale è uno che risolve i problemi, che ti trova casa e lavoro. La nostra più grande fatica è spiegare che non è così, che le paghe e gli orari di lavoro italiani sono molto diversi: è difficile conquistare la loro fiducia, all’inizio molti difendono i loro caporali».

Mattia Ferrari interviene sul caporalato in Calabria e la difesa dei migranti. occorre salvarli in mare e accoglierli e integrarli sulla terra ferma

Don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea human saving commenta i tragici fatti di Amendolara e dice: "C'è bisogno di una cultura dell'accoglienza diffusa". Nell'immagine di copertina don Mattia Ferrari,il comandante della Mare Jonio, Filippo Peralta, il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia e la presidente di Mediterranea Saving Humans, Laura Marmorale.

Ma la battaglia più dura è quella da combattere contro le imprese. Perché i caporali sono solo un anello di una catena che porta a chi quei prodotti agricoli raccolti per due lire li rivende poi a caro prezzo nei mercati, nei supermercati e nei ristoranti. «La nostra legge sul caporalato è la più avanzata al mondo e non passa giorno senza che le forze dell’ordine non compiano arresti che dimostrano sempre più un dato: lo sfruttamento spesso non avviene tramite il caporalato ma direttamente dal datore di lavoro. E non riguarda solo il settore agricolo: si va dall’edilizia, alla moda, alle badanti e anche ai rider. La procura di Milano sta applicando la legge 199/2016 pensata soprattutto per il settore agricolo per le piattaforme che sfruttano i rider. Quindi, ripeto, il vero problema non sono i caporali: a monte dello sfruttamento ci sono imprese gestite da italiani».

Un alto mito da sfatare è che il caporalato sia un fenomeno limitato al Sud arretrato e che riguardi solo immigrati. «In molte aree interne del nostro Paese, anche al Nord, non ci sono centri per l’impiego, non ci sono strutture associazionistiche e il lavoro agricolo spesso è l’unica possibilità. Così ancora oggi abbiamo migliaia di uomini e donne italiane che la sera vanno nel bar della piazza del loro paese, parlano con un caporale e il giorno dopo vanno a lavorare nei campi e nei boschi».

Il cantiere per il nuovo consolato americano in piazzale D’Accursio, Milano 31 Maggio 2026. ANSA/MATTEO CORNER
Il cantiere per il nuovo consolato americano in piazzale D’Accursio, Milano 31 Maggio 2026. ANSA/MATTEO CORNER
Il cantiere per il nuovo consolato americano in piazzale D’Accursio, Milano 31 Maggio 2026. ANSA/MATTEO CORNER (ANSA)

I caporali quindi non sono solo i feroci assassini di Amendolara. La schiavitù si nasconde tra i pregiati vigneti delle Langhe e nelle terre del Prosecco, nei fertili campi romagnoli e nei frutteti trentini. E pure tra i grattacieli milanesi, come dimostra la vicenda del manager turco arrestato per lo sfruttamento degli operai nel cantiere del nuovo consolato americano. Intanto a Villanova, dove i quattro sfortunati braccianti vivevano, nessuno sa dire nulla di loro. Si sa solo che quando la sera tornavano dai campi sfiniti regalavano un po’ di fragole ai bambini del paese.