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Alma Coda Cap, vedova Borsotti, classe 1923, era una giovane maestra elementare quando, il 2 giugno 1946, si recò al seggio per il referendum. La raggiungiamo nella sua casa di Domodossola, luogo simbolo della Resistenza, dove per l’occasione, oltre a due dei suoi tre figli, ci raggiunge Maurizio De Paoli, già vicedirettore di Famiglia Cristiana, che di Domodossola è stato anche sindaco, e che fu allievo, per i primi tre anni delle elementari, della maestra Alma. Fedele lettrice del nostro giornale, è ancora lucidissima e, sul filo dei suoi ricordi, facciamo un viaggio nel tempo partendo dai tumultuosi anni che precedettero la nascita della Repubblica.


«Ero figlia unica, mio padre era un ferroviere e, durante la mia infanzia, ci siamo spostati diverse volte prima di approdare a Domodossola. Durante la guerra io studiavo a Torino, vivevo in un collegio e, dopo il diploma magistrale, stavo frequentando il Magistero. Quando l’8 dicembre 1942 Torino subì un pesante bombardamento, fu colpita anche la stazione di Porta Nuova: il nostro collegio era proprio lì di fronte. Ricordo le fiamme, la distruzione. Per giorni i collegamenti ferroviari rimasero bloccati e, quando finalmente potei tornare a casa, mio padre mi disse: “Meglio un asino vivo che un dottore morto”. Così lasciai l’università e iniziai a insegnare nelle scuole di montagna intorno a Domodossola. Andavo al lavoro in bicicletta e non era raro sentire gli spari degli scontri a fuoco tra partigiani e tedeschi». Un’accanita Resistenza che portò alla Repubblica dell’Ossola: quaranta giorni di libertà a cui parteciparono personaggi di spicco come Umberto Terracini e il fratello di Alcide De Gasperi. «Eravamo entusiasti per la ritrovata libertà, ma sapevamo che non sarebbe durata a lungo e la resa del 23 ottobre 1944, grazie anche alla mediazione del parroco, non comportò nessuna tragica conseguenza per la popolazione». Poi arrivò la Liberazione, quella vera, del 25 aprile, e un anno dopo il referendum.


«Quel 2 giugno, la mattina raggiunsi in bicicletta il seggio elettorale. Il tempo era bello ed ero molto emozionata. Ne avevo parlato con i miei genitori e con le amiche ma non sapevo bene come si sarebbe svolto il voto. L’emozione aumentò quando mi ritrovai nella cabina elettorale. Sentivo di fare una cosa importante ma aveva quel tipo di ansia tipico delle verifiche a scuola. La scheda era grande e mi sentivo un po’ impacciata nel ripiegarla nel modo giusto, come si faceva con le cartine stradali». Si sa che il voto è segreto, ma dopo tanti anni ci arrischiamo a chiederle per chi avesse votato. «Monarchia», confessa Alma. «Non l’avevo mai detto a nessuno. Ma fu una sorta di voto fatto per amore. Quello che pochi giorni dopo divenne mio marito, Ettore, era stato un tenente dell’Aviazione e mi disse che lui non voleva infrangere il giuramento fatto nel momento in cui era entrato nel Regio Esercito». I domesi scelsero la Repubblica con un netto 64,8% di voti, in controtendenza rispetto al resto del Piemonte che si espresse invece a maggioranza monarchica. «Mi sono commossa vedendo al cinegiornale Umberto II che partiva in esilio. A Torino avevo avuto modo di conoscerlo quando venne a trovare una mia amica dopo il ricovero all’ospedale. Ma nessun rimpianto per la monarchia. Da quel giorno io sono sempre andata a votare», dice con orgoglio Alma mostrando la sua tessera elettorale. «Però c’è una cosa che mi fa ancora arrabbiare: che dopo 80 anni le elezioni si facciano ancora nelle scuole».




