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C'è un momento, in ogni guerra che si prolunga oltre ogni previsione, in cui la macchina bellica comincia a divorare non soltanto i corpi dei soldati ma anche le fondamenta dell'economia che la alimenta. Quel momento, per la Russia di Vladimir Putin, sembra essere arrivato. Non con un crollo improvviso, non con la brutalità di un collasso finanziario annunciato, ma con la silenziosa e inesorabile lentezza dei numeri che cambiano segno: prima la crescita dimezza, poi si azzera, poi si inverte. E i conti che non tornano diventano, giorno dopo giorno, più difficili da mascherare.
Oltre quattro anni dopo l'invasione su vasta scala dell'Ucraina, la Russia presenta al mondo un paradosso apparente: un'economia che tiene, i negozi non sono vuoti, i rubli circolano, i salari nei comparti legati alla difesa crescono, ma che sotto la superficie accumula tensioni strutturali di cui nessun ministero delle Finanze, per quanto compiacente verso il proprio leader, riesce più a tacere l'esistenza. La guerra in Ucraina, ha osservato Bloomberg, sta «esaurendo il denaro» di Putin, e i segnali di questa erosione silenziosa si moltiplicano.
Il bilancio della guerra: cifre che non hanno precedenti storici
Il numero che meglio fotografa lo stato delle cose è uno solo, e vale più di mille analisi: quest'anno quasi il 40 per cento del bilancio federale russo è destinato a difesa e sicurezza. Una quota che non ha precedenti in epoca moderna, superiore perfino a quanto l'Unione Sovietica destinava alla difesa nel 1940, alla vigilia dell'invasione nazista. Allora l'URSS si stava preparando alla guerra totale contro un nemico che aveva già conquistato mezza Europa. Oggi la Russia sostiene di non essere «in guerra», ma in una «operazione militare speciale». Il divario tra la parola e il numero è vertiginoso.
Secondo documenti visionati dal Financial Times, il ministero delle Finanze ha stimato che solo quest'anno potrebbero servire almeno 28 miliardi di dollari in più rispetto alle previsioni per finanziare il conflitto. Il risultato è un deficit che continua ad allargarsi: nei primi quattro mesi del 2026 il disavanzo è già superiore di oltre il 50 per cento rispetto all'obiettivo fissato per l'intero anno. Non è la fine del mondo, ma è la fine della finzione che la guerra si paghi da sola.
Bloomberg ha rivelato che nelle ultime settimane alcuni funzionari del ministero delle Finanze e della Banca centrale hanno portato a Putin l'allarme: l'attuale livello di spesa militare rischia di allargare il deficit oltre i livelli considerati sostenibili. Alcuni avrebbero persino osato suggerire riduzioni ai finanziamenti della difesa. Il presidente ha respinto l'ipotesi. Ma respingere una proposta non significa cancellare il problema.


PIL in contrazione, crescita dimezzata: i numeri che la propaganda non può ignorare
Nella primavera del 2026 è avvenuto qualcosa che la macchina propagandistica del Cremlino fatica a spiegare: il PIL russo ha registrato una contrazione dello 0,2 per cento nel primo trimestre, prima flessione in tre anni. È vero che la Banca centrale ha indicato nelle nevicate eccezionali di gennaio e febbraio una causa contingente del rallentamento nel settore edile. Ma le ragioni strutturali sono più profonde e più ostinate del meteo.
Le previsioni di crescita per l'intero 2026 sono state tagliate drasticamente: dall'1,3 per cento allo 0,4. Per il 2027 le stime sono state quasi dimezzate. Il Fondo Monetario Internazionale, che aveva leggermente rivisto al rialzo le proprie stime (all'1,1%), ha tenuto a precisare — attraverso la voce della sua direttrice generale Kristalina Georgieva — che questi dati non riflettono il reale deterioramento strutturale dell'economia russa. I prezzi più alti del petrolio offrono «un po' di respiro», ha spiegato Georgieva a Euronews, ma non bastano a compensare i danni più profondi al sistema produttivo.
Prima della guerra, la crescita potenziale della Russia era stimata attorno all'1,6 per cento. Oggi si sta collocando, nel migliore dei casi, attorno all'1 per cento. Una perdita permanente di capacità produttiva, non un semplice rallentamento congiunturale.
L'economia a due velocità: cannoni e burro non si fanno insieme
L'analisi di The Bell, uno dei media economici russi più affidabili, mette in luce un fenomeno che gli economisti conoscono bene: l'economia russa si sta spaccando in due metà che vivono in realtà parallele. Da un lato le aziende che lavorano per lo Stato, intasate di commesse militari garantite, con salari in crescita e ordini assicurati. Dall'altro il resto del settore privato, stretto tra tassi d'interesse stratosferici, vicini al 15 per cento, ha rilevato il FMI, carenza di manodopera e consumi in calo.
La spesa militare supera ormai il 7 per cento del PIL, rispetto al 3,6 per cento del 2021. Secondo i dati dell'ISPI, le entrate da petrolio e gas, che prima della guerra costituivano oltre il 40 per cento delle entrate statali, erano scese a meno del 25 per cento a settembre 2025. A gennaio 2026 si erano quasi dimezzate rispetto all'anno prima, scendendo a circa 400 miliardi di rubli, pari a poco più di quattro miliardi di euro. Meno idrocarburi, più cannoni. Un'equazione che nel breve periodo regge, ma che nel medio termine erode le fondamenta del modello russo.
Il ministro delle Finanze Anton Siluanov rivendica che i redditi reali della popolazione siano aumentati di oltre il 24 per cento negli ultimi tre anni. Vero, almeno per chi lavora nell'industria della difesa o ha un contratto pubblico. Ma i ritardi nei pagamenti degli stipendi sono quasi raddoppiati rispetto a un anno fa, e una quota crescente di questi mancati pagamenti riguarda contratti pubblici: un segnale inequivocabile che la macchina statale inizia a mostrare tensioni di liquidità.


La propaganda e il mito della fortezza economica
Da Mosca, la narrazione è sempre la stessa: le sanzioni occidentali hanno fallito, l'economia russa è immune, l'Occidente si è sparato sui piedi. Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, la «Davos russa», come viene definita, è l'appuntamento annuale in cui il Cremlino esibisce questa resilienza. Ma alla quinta edizione «di guerra», quest'anno, la scenografia si è incrinata: uno sciame di droni ucraini si è abbattuto sulla città proprio in concomitanza con l'apertura del forum, costringendo alla chiusura temporanea dell'aeroporto. Gli ospiti sono arrivati alla cerimonia inaugurale sotto una coltre di fumo denso.
Il contrasto è potente: lo Spief vuole comunicare normalizzazione e attrattività internazionale, ma la guerra resta il fattore che condiziona ogni cosa — sicurezza, infrastrutture, credibilità del modello russo. La narrativa della fortezza economica impenetrabile si scontra con numeri sempre meno governabili.
L'idea che le sanzioni abbiano «fallito» perché la Russia non è stata isolata non regge a un esame approfondito. Mosca ha certamente diversificato i propri partner commerciali, pivot verso Cina, India, Iran, e ha costruito rotte alternative per il commercio. Ma il sistema economico che ne è emerso resta strutturalmente fragile: crescita rallentata, inflazione persistente, tassi alti, dipendenza da energia e spesa militare. La Von der Leyen lo ha rilevato con dati precisi: i ricavi energetici russi sono calati di circa il 40 per cento all'inizio del 2026, centinaia di navi sono state colpite dalle sanzioni, e i controlli sulle esportazioni stanno privando l'industria della difesa di tecnologie e componenti critici.
Il petrolio, ultima assicurazione sulla vita del Cremlino
C'è un fattore che, più di ogni altro, ha permesso a Putin di rinviare la resa dei conti: il prezzo del petrolio. Ogni volta che il greggio sale, il Cremlino compra tempo. Secondo Bloomberg, a maggio 2026 le spedizioni di greggio russo all'estero hanno raggiunto i livelli più elevati dall'inizio dell'invasione: paradossalmente, i continui attacchi ucraini alle raffinerie hanno convinto i russi che conviene esportare il petrolio grezzo piuttosto che raffinarlo in casa. La chiusura dello Stretto di Hormuz e le tensioni mediorientali hanno offerto un sollievo inatteso alle casse di Mosca.
Ma per riequilibrare davvero i conti pubblici, il greggio dovrebbe rimanere stabilmente sopra i 100 dollari al barile per un periodo prolungato. Uno scenario che nessun analista serio considera probabile. E nel frattempo gli attacchi ucraini con droni a lungo raggio continuano a colpire hub petroliferi, raffinerie e petroliere della «flotta ombra» che trasporta greggio in elusione delle sanzioni: un rischio fisico diretto che pesa ora sui conti pubblici russi in modo sempre più visibile.


La crisi silenziosa: demografia, cervelli in fuga, isolamento tecnologico
Dietro i numeri del PIL e del deficit si nasconde una crisi ancora più profonda e difficile da rimediare: quella demografica e di capitale umano. La guerra ha sottratto alla popolazione attiva centinaia di migliaia di uomini, morti, feriti, arruolati o fuggiti all'estero. Il FMI ha identificato nella perdita di una parte consistente della popolazione giovane uno dei fattori di indebolimento strutturale a lungo termine più gravi.
Le sanzioni tecnologiche stanno inoltre producendo effetti sempre più visibili nel settore energetico: il mancato rinnovo tecnologico degli impianti petroliferi e del gas è diventato, nelle parole della stessa Georgieva, «un problema serio». Non si tratta di un danno immediato, ma di un'erosione progressiva della capacità produttiva futura. Chi non può acquistare le tecnologie necessarie per mantenere ed espandere i propri pozzi petroliferi oggi, domani produrrà meno greggio. Ed è su quel greggio che tutta l'equazione finanziaria del Cremlino si regge.
La perdita di peso e prestigio internazionale della Russia ha poi conseguenze concrete sul tessuto economico: meno opportunità di scambio, meno investimenti esteri, meno accesso a mercati e a saperi. Un impoverimento relativo che si accumula silenziosamente, anno dopo anno.
Quanto può reggere? La domanda che nessuno a Mosca vuole pronunciare
La vera domanda non è se la Russia possa permettersi la guerra oggi. Può ancora farlo, ricorrendo a riserve accumulate, a nuovo debito, a nuove imposte. La domanda è per quanto tempo possa farlo senza erodere il consenso delle élite che sostengono Putin e senza comprimere ulteriormente il resto dell'economia. Finora il Cremlino ha risolto il problema rinviandolo: quando il ministero delle Finanze chiede tagli alla difesa, gli viene replicato di trovare risparmi altrove; quando il deficit cresce, si ricorre a nuove entrate straordinarie. Ma ogni anno che passa, il margine di manovra si assottiglia.
I tagli di spesa che si rendono necessari ricadono soprattutto sui bilanci regionali, quelli che sostengono servizi pubblici locali, infrastrutture e una parte dei pagamenti alle famiglie dei combattenti. Il loro deficit aggregato è previsto in ulteriore aumento nel 2026, dopo livelli già elevati nel 2025. Un'economia «ibrida» militarizzata, come l'ha definita più di un analista, che deve finanziare la guerra emettendo sussidi artificiali e debito, esponendosi a un rischio di collasso che si fa meno improbabile a ogni esercizio di bilancio.
C'è un'immagine che forse descrive meglio di qualsiasi grafico la condizione dell'economia russa in questo quinto anno di guerra: un uomo che cammina su un ghiaccio che sa essere sottile, ma continua ad avanzare perché fermarsi significa ammettere di avere sbagliato strada. Putin continua ad avanzare. Il ghiaccio continua ad assottigliarsi. E intorno, il silenzio di chi osserva, a Mosca come a Kyiv, a Bruxelles come a Washington, si fa ogni giorno più carico di attesa.












