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«Siamo diventati duri, violenti, pronti a giudicare tutto e tutti. Max Weber, all’inizio del ventesimo secolo diceva l’Occidente è ormai disincantato nel senso che non è più capace di cantare. Allora, di fronte a tutto questo male non basta più denunciare quello che non funziona, ma occorre proporre terapie, risposte alternative, cammini». C’è bisogno, come dice il titolo dell’ultimo libro del cardinale di Ajaccio, Francois Bustillo, della «necessità di riparare». Pubblicato prima in Francia, dove ha avuto un larghissimo successo di pubblico, e appena tradotto in italiano per la San Paolo, il testo parte dalla constatazione di quanto i social siano divenuti una sorta di “tribunale”.
Cardinale, perché siamo finiti a usare il web in questo modo?
«I social hanno una missione bella che è quella di costruire spazi e relazioni. In certi ambienti, però, soprattutto in Occidente, ognuno ha cominciato a usarli per dire la propria opinione. Ci pronunciamo su tutto e su tutti. In questo modo credo che abbiamo creato una mentalità da giudici più che da filosofi. Invece di cercare le risposte, di riflettere, noi giudichiamo e condanniamo senza avere gli elementi e gli argomenti per farlo. Diventiamo, così, una società dura, intransigente e violenta. Questo denuncio nel mio libro».
Perché siamo così violenti?
«Perché siamo una società che soffre. La nostra società ha bisogno di trovare un gps etico e morale. Abbiamo perso alcuni principi, e alcuni valori sono rimasti un po’ alla periferia della nostra vita personale e sociale. Per questo, lo dico per la Francia ma non solo, serve recuperare e riparare una società che è stata danneggiata. Quando si ripara vuol dire che c’è ancora speranza».
Sui social c’è una sorta di “rivincita degli analfabeti”. Meno si ha competenza su una questione più ci si lancia in giudizi. È così?
«Coi social tutti si sentono in diritto di parlare senza riflettere. Nelle discussioni ci sono più emozioni, che ragione e profondità. Non ci si chiede mai se le nostre opinioni su un settore che non conosciamo siano utili o no. Se è davvero necessario pronunciarsi su tutto».
È da qui che nasce la violenza?
«Sono accelerati dei processi che ci sono sempre stati. Pensiamo ad Adamo che passa dal ringraziare il Signore per Eva all’accusarla per la mela. Oppure nella settimana santa si passa dall’Osanna della domenica delle palme alla crocifissione. Nei social c’è questo movimento tragico del passare dall’ammirazione all’accusa. Si cambiano repentinamente emozioni e, se non c’è una struttura intellettuale e spirituale solida dentro, ecco noi seguiamo i movimenti».
Come si esce da questa trappola e la Chiesa che contributo può dare?
«Sono convinto che se non ci sono principi etici e spirituali si può cadere facilmente in questo modo di fare. La Chiesa può aiutare a uscire da questo aspetto un po’ barbaro e far avanzare verso una società evangelizzate e civilizzata. Basta leggere il Vangelo dove troviamo dei principi eccezionali per tutta la società: non giudicare, non condannare, amare, perdonare. Questa non è poesia, ma sono principi fondamentali per la vita comune. Oggi la la fraternità vive un’erosione, è rimasta un po’ come una reliquia di qualche secolo fa, quindi è importante riscoprirla e lavorare per guarire il fratricidio delle origini, altrimenti rimaniamo primati».
Lei ha scritto il libro prima dell’enciclica Magnifica Humatisa. Ci sono però dei temi che ritroviamo anche nelle parole di papa Leone.
«Sì, la comunicazione, la fraternità, il perdono. Questa società che vorrebbe fare a meno di Dio. In Francia, dopo il maggio del 1968, si inneggiava a una libertà senza Dio e senza padroni. Oggi, 60 anni dopo, siamo migliori? Una società senza Dio funziona meglio? Allora senza manipolare o imporre e senza arroganza, dobbiamo proporre i nostri valori e i nostri principi».
In Francia c’è un ritorno a questa necessità di Dio. Lo abbiamo visto anche nel recente viaggio di Leone in Spagna. È d’accordo?
«Ci sono segni molto forti. Abbiamo tantissimi battesimi di adulti. Noi vescovi francesi non abbiamo preparato una strategia, una tattica, una politica per recuperare queste persone. Sono loro stesse che bussano alla porta e vengono. Questa è una cosa nuova per noi ed è una responsabilità per vivere il Vangelo».
In questa società di frastuono e velocità lei parla del silenzio e del distacco come forma di resistenza. In che senso?
«Viviamo in una società dove c’è molta precipitazione e reazione emotiva su tutto e su tutti. La tradizione monastica ci insegna, invece, a non avere fretta di dare giudizi che magari non sono molto obiettivi. Prendiamoci del tempo. Anche se la società ci chiede reazioni istantanee, frenetiche, dobbiamo imparare ad ammirare, a sostare. Sono stato a Barcellona per l’inagurazione della Torre di Gesù Cristo alla Sagrada Familia. Ecco, lì la bellezza ci ha parlato. Oggi viviamo in un ‘epoca dove c’è un deficit di gratuità, di libertà, di bellezza, di cultura. Ci sono il mondo della politica, quello dell’economia, l’avere, il sapere, il possedere che ci parlano, ma l’essere umano non è curato. Forse la Chiesa, su questo, ha una parola bella da dire alla nostra società».
Anche la Chiesa è tentata dalla velocità, dal produrre un documento dietro l’altro, dal correre.
«Anche la Chiesa deve guarire. Siamo in cammino. Dobbiamo pensare alla notte di Pasqua, dove abbiamo l’alfa e l’omega. Il principio e la fine. C’è un concetto lineare del tempo, non ciclico. Questo significa che abbiamo un tempo da vivere e la Chiesa deve offrire alla società un ritmo diverso, un tempo diverso, una vita diversa. Non dobbiamo avere fretta nelle celebrazioni, nella preghiera. Nessuno ci corre dietro. Dobbiamo resistere alla società che ci spinge alla fretta altrimenti perdiamo la gioia, la salute. E non basta dirlo, bisogna anche essere più umani contro questa tentazione a robotizzarci, ad avere una concezione meccanica della vita e non organica. Rispettiamo il tempo».
Prima diceva che il perdono non è poesia. Cos’è allora?
«Il perdono è un cantiere per l’essere umano. Non basta dire ti perdono. Sono parole, magari c’è l’intenzione, ma per perdonare tu devi essere pacificato totalmente. Il perdono esige anche il tempo per assolvere il male, il dolore e poi ritrovare la pace. Quindi il perdono, secondo me, è una bella cosa che la Chiesa può offrire alla società, perché a volte siamo senza pietà. Quando all’inizio della messa diciamo: “Signore pietà”, non diciamo una cosa banale. Ognuno arriva dalla sua vita professionale, personale, familiare e chiede perdono, chiede una purificazione. Questa dimensione della purificazione, del perdono, ci permette di liberarci. Per questo nel libro parlo del perdono come di una liberazione. Non significa dire che va tutto bene, che il male non è stato fatto. Significa invece liberarsi da un legame che è negativo, che mi distrugge, e distrugge anche la relazione con l’altro».



