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Si torna a scuola. Dopo la tragedia di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, con le salme dei sei ragazzi italiani morti nell’incendio rientrate in patria, c’è da sostenere famiglie e compagni di classe nell’elaborazione del lutto. Tra i ragazzi coinvolti ci sono anche alcuni studenti della terza D del Liceo Virgilio di Milano, tutti sedicenni, in vacanza con amici. Una task force di psicologi dell’emergenza entrerà nell’istituto per affiancare studenti, docenti e famiglie nel difficile lavoro di elaborazione del trauma. Tra gli psicologi anche Ivan Giacomel, vicepresidente di SIPEm Sos Lombardia e coordinatore del Gruppo di Lavoro "Psicologia dell'Emergenza - Guerra e Crisi umanitarie" dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, che ci spiega perché, in questi casi, è fondamentale che il supporto psicologico arrivi subito, insieme agli altri soccorsi.
«Il trauma», dice, «non è solo ciò che accade, ma ciò che può fissarsi dentro le persone se non viene accolto per tempo. Al Centro ustioni del Niguarda sono ricoverati quattro studenti della terza D, oltre ad altri ragazzi provenienti da diverse scuole. Parallelamente, noi entreremo a scuola subito dopo le festività: saremo quattro psicologi, pronti a lavorare sia in gruppo sia, se necessario, in modo più riservato con i ragazzi più fragili. Come SIPEm operiamo sul luogo dell’evento, quello che chiamiamo “il cantiere”, ma anche sul piano psicologico, per evitare che il dolore si cristallizzi e diventi un disturbo post traumatico da stress. Alcuni colleghi sono stati inviati immediatamente in Svizzera. Il nostro intervento è stato attivato dalla Protezione Civile lombarda, con cui collaboriamo stabilmente. Insieme alla dottoressa Erica Fioravanzo, coordino il tavolo di psicologia dell’emergenza “guerre e crisi umanitarie”, che riunisce le principali realtà professionali del territorio».
Quando una tragedia così colpisce una comunità scolastica, qual è il primo bisogno emotivo che emerge tra i compagni di classe?
«I bisogni sono due: capire e dare un senso. L’essere umano non tollera il vuoto cognitivo. Sapere che cosa è successo, come e perché, serve a non perdersi nell’angoscia. Quando le risposte mancano, emergono rabbia, ricerca del colpevole, bisogno di attribuire responsabilità. Come psicologi dell’emergenza non entriamo nel giudizio: quello spetta ad altri. Noi ci occupiamo delle reazioni emotive delle vittime e dei compagni di classe. Il passaggio successivo è fondamentale: sentirsi ascoltati e non soli. La morte e la solitudine sono tra le paure più profonde dell’essere umano. Quando una comunità si stringe, offre una possibilità in più. Il nostro compito è aiutare a riconoscerla e a non disperderla».
Che valore ha intervenire all’interno di una comunità, coinvolgendo insieme studenti, insegnanti e famiglie?
«Il nostro ruolo non è quello dello psicologo “tradizionale”, ma dello psicologo dell’emergenza. L’obiettivo clinico è prevenire il trauma. Ci occupiamo delle vittime dirette e indirette: alcuni avranno incubi, altri paura, altri ancora eviteranno tutto ciò che richiama il fuoco o le situazioni di affollamento. Molte reazioni rientrano spontaneamente, ma circa il 15 per cento delle persone rischia di sviluppare un disturbo post traumatico da stress se non viene aiutato subito. Per questo l’intervento precoce è decisivo: non per cancellare il dolore, ma per impedirgli di diventare una ferita permanente».
Quali segnali dovrebbero saper riconoscere adulti e insegnanti nei giorni successivi?
«I sintomi si muovono su tre grandi aree. L’intrusione: pensieri, immagini, ricordi che irrompono sotto forma di incubi o flashback. L’evitamento: il tentativo di stare lontani da tutto ciò che richiama l’evento, non solo il fuoco, ma anche ambulanze, sirene, luoghi affollati. E poi l’iperattivazione: insonnia, irritabilità, nervosismo, uno stato di allerta costante. Nelle prime settimane queste reazioni sono normali. Il segnale d’allarme arriva quando non diminuiscono nel tempo. È lì che bisogna chiedere aiuto».
Come si evita il rischio di “andare avanti troppo in fretta” o, al contrario, di restare bloccati nel trauma?
«Parlandone. Può sembrare ovvio, ma non lo è. In molte famiglie il dolore diventa un tabù. Eppure, se non trova parole, troverà altre vie: fobie, ansia, sintomi fisici. Il dolore va tirato fuori, anche se fa male. La nostra cultura fatica a confrontarsi con la morte, che è naturale quanto inevitabile. Freud lo aveva già intuito, e Ida Bauer, una delle sue prime pazienti, diceva: “Se la sofferenza vi ha resi cattivi, l’avete sprecata”. È una frase dura, che può essere accolta solo dopo le prime fasi del lutto. Anche Elisabeth Kübler-Ross, psichiatra svizzera, ha mostrato come il dolore abbia tempi e passaggi che non possono essere saltati».
Che ruolo hanno gli insegnanti in questo percorso?
«Fondamentale. Avremo un incontro anche con loro, perché sono adulti di riferimento. Tutti noi ricordiamo i nostri insegnanti anche a distanza di anni. In questo momento il loro ruolo umano ed educativo è decisivo. Il dolore non si può evitare, ma si può lavorare sulla resilienza. Nel modo in cui gli insegnanti staranno accanto ai ragazzi si giocherà una parte importante della possibilità di attraversare questa vicenda senza esserne travolti».
Cosa significa davvero “stare accanto” ai ragazzi?
«Significa soprattutto saper ascoltare. Nessuna parola può cambiare ciò che è accaduto, e alcune possono ferire. Essere presenti, disponibili, tornare: è questa la vera terapia adesso. Ascolto attivo vuol dire dare valore a ogni emozione: rabbia, senso di colpa, vergogna, anche quando sembrano illogiche. Aiutiamo i ragazzi a capire che non stanno impazzendo: ciò che provano è umano. Queste esperienze, nell’adolescenza, incidono sull’identità futura. Il nostro compito è entrare nel dolore con loro e attraversarlo insieme. Questo è ciò che serve ora».




