Il frinire forsennato delle cicale insinuava un senso di pace assurdo. Tutt’attorno, in aperta campagna, sotto un sole che bruciava, lamiere insanguinate incastrate fin nei rami degli ulivi, rottami, lamenti, urla. La fatica dei soccorritori per aprire varchi, l’ansia dei parenti che arrivavano alla spicciolata, le urla di chi chiedeva a noi: «Ho fatto il giro degli ospedali, dov’è mio figlio?». Poi, dopo ore di ricerca affannosa, il silenzio spettrale della sera con i teli gialli a coprire i corpi e la campagna punteggiata dalle bare, portate vie velocemente verso l’obitorio di Bari.

Dieci anni dopo, Andria si è fermata davanti a quella ferita. Il 12 luglio 2016, sulla linea ferroviaria tra Andria e Corato, due treni si scontrarono frontalmente su un tratto a binario unico: morirono 23 persone, altre 51 rimasero ferite. Oggi, nel decimo anniversario della tragedia, in Puglia è arrivato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per rendere omaggio alle vittime e incontrare i familiari. Alle 11.05, l’ora esatta dello schianto, sono risuonate ventitré rintocchi di campana seguiti dalla lettura di tutti i nomi delle vittime.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ad Andria per i dieci anni della strage, davanti alla statua scultorea dal titolo 'La Comunità' del maestro Cosimo Giuliano che rappresenta la forza che emerge quando le persone si stringono le une alle altre di fronte al dolore
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ad Andria per i dieci anni della strage, davanti alla statua scultorea dal titolo 'La Comunità' del maestro Cosimo Giuliano che rappresenta la forza che emerge quando le persone si stringono le une alle altre di fronte al dolore

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ad Andria per i dieci anni della strage, davanti alla statua scultorea dal titolo 'La Comunità' del maestro Cosimo Giuliano che rappresenta la forza che emerge quando le persone si stringono le une alle altre di fronte al dolore

(ANSA)

Quel giorno ero ad Andria per seguire quella che nel giro di poche ore si sarebbe rivelata una delle tragedie ferroviarie più gravi della storia recente non solo italiana ma europea. Ricordo il viaggio verso la Puglia, il caldo, le prime informazioni ancora frammentarie che arrivavano dalle agenzie e dalle televisioni: due convogli si erano scontrati nelle campagne tra Andria e Corato, una tratta percorsa ogni giorno da studenti, lavoratori, pendolari e, nel periodo estivo, anche da molti turisti. Chi andava a lavorare, chi dalla nonna, chi a trovare il fidanzato, chi al mare.

Ricordo le code dei familiari davanti all’istituto di Medicina legale di Bari dove erano state portate le vittime. Ricordo ancora gli occhi delle persone chiamate a riconoscere i propri cari che si preparavano ad entrare in obitorio. Ricordo le voci di rabbia di chi chiedeva risposte davanti a una domanda che attraversava tutti: come era potuto accadere, nel 2016, un disastro simile?

Il dolore delle famiglie, la rabbia di una comunità

Ricordo una ragazza biondissima che davanti a noi cronisti ripeteva soltanto: «Auguri, papi». Suo padre, Enrico Castellano, era arrivato da Torino per festeggiare con lei il suo onomastico. Era salito su quel treno per raggiungerla. Non arrivò mai. Ricordo la rabbia composta e insieme incontenibile di chi chiedeva una cosa semplice: giustizia. Non vendetta.

«Non meritiamo di morire così», disse allora la figlia di Enrico. Era una frase che riassumeva il sentimento di molti. Perché dietro quella tragedia non c’erano soltanto 23 persone morte e 51 ferite. C’era la domanda più dolorosa: poteva essere evitata?

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha salutato con strette di mano i famigliari delle vittime e i superstiti della strage ferroviaria del 12 luglio 2016 sulla tratta Andria-Corato in cui morirono 23 persone e ne rimasero ferite altre 51. Il parente di una vittima ha salutato in lacrime il Capo dello Stato. La cerimonia si è svolta nel piazzale antistante la stazione ferroviaria di Andria
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha salutato con strette di mano i famigliari delle vittime e i superstiti della strage ferroviaria del 12 luglio 2016 sulla tratta Andria-Corato in cui morirono 23 persone e ne rimasero ferite altre 51. Il parente di una vittima ha salutato in lacrime il Capo dello Stato. La cerimonia si è svolta nel piazzale antistante la stazione ferroviaria di Andria

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha salutato con strette di mano i famigliari delle vittime e i superstiti della strage ferroviaria del 12 luglio 2016 sulla tratta Andria-Corato in cui morirono 23 persone e ne rimasero ferite altre 51. Il parente di una vittima ha salutato in lacrime il Capo dello Stato. La cerimonia si è svolta nel piazzale antistante la stazione ferroviaria di Andria

(ANSA)

Il dolore delle famiglie, il silenzio dell’attesa

Nei giorni successivi incontrai superstiti e familiari. Ognuno portava il proprio frammento di quella mattina. C’erano persone che si erano salvate per caso, per una coincidenza di pochi minuti, per un posto cambiato all’ultimo momento. Come Arcangela, che avrebbe dovuto salire sulla prima carrozza e invece si trovò sulla terza. «È come se fossi nata una seconda volta», raccontò dal letto dell’ospedale. C’era Giuseppina che aveva visto il marito Matteo intrappolato tra le lamiere e aveva iniziato a tirarlo fuori recitando il Padre Nostro e l’Ave Maria. Una scena che ancora oggi resta impressa: la fede che diventa forza concreta dentro l’orrore. C’era Samuele, sette anni appena, sopravvissuto perché la nonna Donata gli aveva fatto scudo con il proprio corpo. Il bambino non sapeva ancora che quella persona che lo aveva protetto non sarebbe più tornata a casa. E c’erano i ragazzi. Quelli delle fiaccolate ad Andria, quelli che davanti alle bare dicevano di non voler trasformare il dolore in odio.

I soccorritori al lavoro dopo lo scontro tra i treni il 12 luglio 2016
I soccorritori al lavoro dopo lo scontro tra i treni il 12 luglio 2016

I soccorritori al lavoro dopo lo scontro tra i treni il 12 luglio 2016

(ANSA)

Dieci anni dopo: la verità giudiziaria

Oggi, a dieci anni di distanza, manca l’ultimo grado di giudizio – il prossimo 7 ottobre in Cassazione – per l’epilogo giudiziario della vicenda. La Corte d’Appello di Bari lo scorso autunno ha confermato, in appello, due condanne e quattordici assoluzioni. Sei anni e tre mesi di reclusione per il capostazione di Andria Vito Piccarreta e sei anni e nove mesi per il capotreno Nicola Lorizzo. Confermata anche l’assoluzione della società Ferrotramviaria e dei dirigenti coinvolti nel procedimento. La sentenza ha seguito l’impostazione già emersa in primo grado: la tragedia fu ricondotta principalmente a un errore umano nella gestione della circolazione ferroviaria, mentre non è stata riconosciuta una responsabilità penale per i mancati investimenti sulla sicurezza contestati dalla Procura.

Il processo aveva al centro quel sistema di gestione del traffico ferroviario basato sul cosiddetto blocco telefonico, nel quale i capistazione comunicavano tra loro l’autorizzazione alla partenza dei convogli. Un sistema considerato dalla Procura di Trani non adeguato agli standard di sicurezza moderni. Quel giorno, alle 10.45, arrivò l’autorizzazione alla partenza del treno proveniente da Corato. Alle 11 partì da Andria il convoglio diretto nella direzione opposta. I due treni si trovarono sullo stesso binario. L’impatto fu inevitabile. Dopo la tragedia la linea è stata completamente trasformata: il traffico ferroviario è ripreso soltanto nel 2023 con il raddoppio dei binari e nuovi sistemi di sicurezza automatizzati.

La ferita, però, è ancora aperta per chi ha perso un familiare. «Ne abbiamo passate più noi che i processi piccolini», ha detto Giuseppe Bianchino, papà di Alessandra, una delle vittime, a margine della cerimonia di Andria, «abbiamo cambiato aule in continuazione, abbiamo cambiato continuamente giudici, siamo stati sbalzati da una parte all'altra, abbiamo fatto persino le udienze in un teatro: vergognoso. Non ci aspettiamo niente di più all'udienza del 7 ottobre in Cassazione, è stato raccapricciante un processo del genere, così pesante, così oneroso con 23 vittime e con 51 feriti e noi trattati così».

Una ferita che riguarda tutti

Tornando con la memoria a quei giorni penso soprattutto ai volti. Perché le tragedie spesso vengono raccontate attraverso i numeri: 23 morti, 51 feriti, due treni, un processo lungo anni. Ma dietro quei numeri c’erano, e ci sono, persone, famiglie, vite. La domanda che rimane, dieci anni dopo, non è soltanto chi abbia avuto una responsabilità penale. È anche quale lezione abbiamo imparato. Ogni infrastruttura non è fatta soltanto di binari, cemento e tecnologia. È fatta di persone affidate alla responsabilità di altre persone.

«Piazze, targhe, statue, insegne dedicate alle vittime non colmano 10 anni di assenza. Non restituiscono volti e abbracci. Perché 23 persone non muoiono per fatalità, muoiono per responsabilità. Precise», ha detto la sindaca di Andria, Giovanna Bruno, durante la cerimonia alla presenza di Mattarella.

E il ricordo, di nuovo, va a quei giorni, alle file interminabili negli ospedali di Andria e Trani, Terlizzi e Bisceglie, dov’erano stati portati i feriti, per donare il sangue. Tanti erano ragazzi. «Sono parenti nostri, quelli», dicevano a noi cronisti. Non lo dimenticherò mai.