I luoghi delle tragedie si riempiono di fiori e biglietti. Nel caso del femminicidio di Lorena Isceri, gettata da un cavalcavia dall’ex compagno Federico Vella il 3 settembre, difficilmente sarà l’A1 a raccogliere i messaggi di cordoglio – se non altro per ragioni logistiche. Molte espressioni di solidarietà saranno arrivate sotto la casa della vittima, a Firenze, ma nell’era digitale le persone hanno cercato anche luoghi online dove “radunarsi”, e li hanno trovati per lo più nelle pagine online dei giornali, più “adatte” a esprimere rabbia e superiorità morale che vicinanza. Qui la gente lascia messaggi rivolti ai morti – anche Vella infatti si è ucciso.

Tanti dedicano una parola a Isceri, tantissimi augurano l’inferno al suo uccisore e spiegano a un pubblico non meglio identificato che amore e possesso non coesistono mai. Qualche utente più cerebrale invita gli altri a non parlare invano con i defunti, ma c’è poco da fare: internet è ormai uno dei surrogati di comunità rimasti, di fronte a vicende così violente. Un luogo in cui partecipare a un dolore.

Solo che i modi per stare davanti al male assomigliano sempre più ai titoli clickbait di quegli stessi giornali: domande morbose sui dettagli del delitto, insinuazioni sul passato e giudizi perentori. Sarebbe facile cancellare dai social le frasi più taglienti, che colpevolizzano lei o diagnosticano disturbi ossessivi a lui, ma c’è un lavoro più profondo da fare. Questo chiacchiericcio inquietante e malevolo è il segno che, mentre s’invoca la (sacrosanta) educazione sessuo-affettiva nelle scuole, anche gli adulti possono essere pericolosi. Noi adulti. D’altronde Federico Vella aveva 36 anni, ed è tra i più giovani colpevoli di femminicidio del 2026.

In pedagogia si parla di “educabilità degli adulti”, che significa “recuperabilità” di chi pensa che l’amore possa includere un femminicidio, ma anche semplicemente formazione continua dentro alle famiglie, al lavoro, nelle agenzie educative attrici della quotidianità di tutti, dai comuni alle chiese. Se c’è speranza che degli uomini tra i trenta e i novant’anni abbandonino l’ideale del possesso, è proprio qui.

Il fatto è che i contesti di apprendimento, per gli adulti come per i bambini, sono sempre comunitari. C’è un tema di solitudine e individualismo, nelle città dove si intrattengono quasi solo le relazioni necessarie alle transazioni commerciali. Dunque servono luoghi per le comunità di adulti, dove raccogliersi e ripensarsi collettivamente, e imparare strategie e compensazioni, riconoscere i segnali, vegliare su sé stessi: la violenza ci riguarda dall’interno.

Cosa accadrà ora a Rifredi? E a Squinzano? E nella palestra in cui andavano ad allenarsi vittima e carnefice, e nel posto di lavoro di ciascuno dei due?

Sono queste le prime comunità che dovranno, con il tempo, guardarsi dentro; la drammatica vicenda le tocca oggi intimamente, perché è nella loro geografia che sono mancati anticorpi, senza colpa di nessuno ma con responsabilità di tutti.

Certo, il femminicidio di Isceri è purtroppo una storia tra tante, e così ogni altro gruppo di adulti deve interrogarsi, su internet o altrove, sulle sue carenze e sui suoi eccessi. Anche le istituzioni che non entrano direttamente nella cronaca sono convocate a pensare l’alternativa. Con l’onestà di chi si fa carico del male accaduto e di quello ahinoi ancora possibile, ognuno ha ora una città da curare e ogni luogo sarà buono per radunarsi. In memoria, e per il futuro.