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A Malta il tempo, a volte, sembra tornare indietro. Mercoledì sera, quando la giuria ha letto il verdetto, l'orologio si è fermato al 16 ottobre 2017, il giorno in cui un ordigno nascosto sotto il sedile di una Peugeot 108 a noleggio ha fatto esplodere in aria Daphne Caruana Galizia, mentre usciva di casa a Bidnija per una commissione qualunque. Nove anni, undici mesi e tre processi dopo, l'uomo che la Procura maltese indicava come il mandante di quell'omicidio, l'imprenditore Yorgen Fenech, è stato dichiarato non colpevole. Otto giurati su nove hanno votato per l'assoluzione, dopo otto ore di camera di consiglio. Un solo voto, capovolto, avrebbe cambiato la storia di un intero paese.


Non è la fine di un caso giudiziario: è la riapertura di una ferita che a Malta non si era mai davvero rimarginata. "Verdetto osceno", ha scritto sui social Matthew Caruana Galizia, il figlio maggiore della giornalista, quello che accorse tra i rottami della macchina e riconobbe il corpo di sua madre. Nelle sue parole, affidate a un post furioso e dolentissimo, c'è la sensazione di un lutto che si ripete: la sentenza, ha scritto, restituisce l'immagine di una donna fatta esplodere una seconda volta, questa volta dalle stesse istituzioni chiamate a fare giustizia.
Fuori dall'aula, mentre la famiglia parlava di mancanze istituzionali mai corrette, si consumava una scena speculare: gli amici e i sostenitori di Fenech che si abbracciavano, la piazza che si divideva di nuovo in due, come nell'autunno del 2019, quando le stesse strade portarono alle dimissioni del primo ministro Joseph Muscat. Il giorno dopo, La Valletta si è svegliata con manifestazioni spontanee, la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, che di quel dossier si è occupata per anni dai banchi dell'opposizione maltese, a promettere che nessun insabbiamento sarà tollerato, e il premier Robert Abela costretto a un confronto parlamentare d'urgenza, mentre si è rifiutato di commentare nel merito la decisione dei giurati.
Un mandante assolto, cinque mani già condannate
Il paradosso di questa storia è tutto qui: chi ha materialmente armato ed eseguito l'attentato è in carcere da anni. Vincent Muscat ha patteggiato quindici anni dopo aver collaborato con la giustizia; i fratelli George e Alfred Degiorgio sono stati condannati a quaranta anni; Jamie Vella e Robert Agius, gli uomini che secondo l'accusa procurarono l'esplosivo, sono stati condannati all'ergastolo appena un anno fa. Cinque colpevoli, un'esecuzione ricostruita nei minimi dettagli. E però, dopo tutto questo, l'omicidio resta ufficialmente senza un mandante: un delitto con le mani ma senza la testa.
L'accusa contava sulla testimonianza di Melvin Theuma, tassista e faccendiere che fece da tramite fra gli esecutori e Fenech, e che in cambio della sua collaborazione ottenne l'immunità. Theuma raccontò che fu proprio Fenech, nell'aprile del 2017, a chiedergli di organizzare l'omicidio, e che gli affidò trentamila euro come anticipo per i sicari, promettendone altri centoventimila a delitto compiuto. Nel luglio 2020, alla vigilia di una deposizione decisiva, Theuma fu trovato in casa sua con ferite da arma da taglio alla gola: gli inquirenti parlarono di tentato suicidio, a cui sopravvisse. Fenech, arrestato nel novembre 2019 mentre tentava di fuggire su uno yacht, ha sempre negato di essere il mandante, indicando invece Keith Schembri, l'ex capo di gabinetto di Muscat: durante il processo ha ammesso di essere stato al corrente del piano per uccidere la giornalista, sostenendo però di aver pagato Theuma per fermarlo, non per realizzarlo. È bastato che quel dubbio, insieme al peso della sua parentela e delle sue conoscenze nei palazzi del potere maltese, si insinuasse nella giuria.
Le inchieste che fecero tremare Malta
Per capire perché la morte di Daphne Caruana Galizia non sia mai stata soltanto un fatto di cronaca nera, bisogna tornare al 2008, quando questa giornalista già affermata — cresciuta professionalmente fra il Sunday Times e il Malta Independent, capace anche di dirigere una rivista di giardini e stile — decise di aprire un blog, Running Commentary. Fu lì che il suo giornalismo cambiò natura: non più solo cronaca e costume, ma scavo sistematico nei conflitti d'interesse, nel riciclaggio, nella vendita dei passaporti maltesi, nelle amicizie pericolose fra politica e affari. Il blog diventò, per i maltesi, la prima pagina da aprire al mattino e l'ultima da chiudere la sera. E cominciò a fare paura a chi indagava.
Nel 2016 le sue inchieste si intrecciarono con un terremoto globale: i Panama Papers, gli undici milioni di documenti riservati sulle società offshore che il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi mise a disposizione delle testate di tutto il mondo. Fu grazie a un lavoro di squadra con il figlio Matthew, che collaborava proprio con il Consorzio, che Daphne rivelò il coinvolgimento di due ministri del governo Muscat, Konrad Mizzi e Keith Schembri, in una rete di società a Panama. Ma fu l'anno successivo, il 2017, a segnare il punto di non ritorno: la giornalista scoprì che Egrant, un'altra società offshore, sarebbe stata intestata a Michelle Muscat, moglie del primo ministro. Un'accusa mai provata nei tribunali, ma che incendiò il paese, provocò elezioni anticipate e non fece che rafforzare l'ostilità nei suoi confronti.


Contemporaneamente Daphne stava ricostruendo la trama di 17 Black, una società con sede a Dubai riconducibile proprio a Yorgen Fenech, che dai suoi documenti risultava dover versare oltre un milione e mezzo di euro ad altre due società panamensi intestate a Mizzi e Schembri. Erano gli stessi uomini, gli stessi soldi, la stessa architettura offshore che tornano, sette anni dopo, al centro del processo per il suo omicidio. Quando fu uccisa, Caruana Galizia aveva quarantasette cause di diffamazione pendenti, quasi tutte intentate da esponenti o sostenitori del governo, e da meno di due settimane aveva denunciato alla polizia di aver ricevuto minacce. Nessuno le credette abbastanza.
Uno Stato che ha creato un clima di impunità
Nel 2021 un'inchiesta pubblica indipendente, voluta dalla stessa famiglia Caruana Galizia, arrivò a una conclusione durissima: pur non essendoci prove di un coinvolgimento diretto dello Stato nell'assassinio, lo Stato maltese doveva assumersi la responsabilità di aver generato, con le sue omissioni, un clima di impunità che rese possibile il delitto. È una frase che pesa più di una sentenza penale, perché non punta il dito su un singolo colpevole ma su un sistema: gerarchie di favori, protezioni incrociate, controlli che non funzionavano perché a qualcuno, in alto, conveniva che non funzionassero. L'assoluzione di Fenech, arrivata cinque anni dopo quel giudizio, ne è per molti maltesi la conferma più amara: il vertice della piramide resta, ancora una volta, senza nome.


Non è un caso che la giudice, nel pronunciare il verdetto, abbia comunque chiesto alla polizia nuove indagini sulle testimonianze emerse in aula, e che la Procura abbia ora due settimane di tempo per valutare un ricorso. Il processo, insomma, non è davvero concluso: è solo tornato, ancora una volta, a un punto di partenza.
Da vittima a simbolo del giornalismo d’inchiesta e della cittadinanza attiva: il riconoscimento di Libera
C'è un filo che lega questa storia giudiziaria, fatta di scatole offshore e giurie divise, a una storia più larga, quella della memoria. Don Luigi Ciotti e Libera hanno inserito Daphne Caruana Galizia tra i nomi da non dimenticare, le vittime innocenti delle mafie e della violenza organizzata a cui l'associazione dedica il proprio lavoro di custodia della memoria. Non un gesto simbolico isolato, ma il riconoscimento che il sistema di potere contro cui la giornalista maltese si è scontrata, riciclaggio, corruzione, reti finanziarie opache, compravendita di cittadinanza, appartiene alla stessa grammatica criminale che Libera contrasta in Italia da oltre trent'anni. Daphne diventava così, nella rete dei familiari delle vittime che Libera raccoglie ogni anno il 21 marzo, una sorella di tutte le persone uccise per aver detto la verità a un potere che non voleva fosse detta.
Sua sorella Corinne Vella, parte attiva di quella rete, ha raccontato che nei giorni immediatamente successivi all'omicidio la famiglia non ebbe il tempo per il lutto, perché fu subito chiaro che bisognava cominciare a lottare per la verità e per la giustizia, una lotta che dura ancora oggi. È la stessa fondazione intitolata a Daphne, costituita dai familiari, a portare avanti quella battaglia insieme al Daphne Project, il consorzio internazionale di testate, dal New York Times al Guardian fino a Le Monde, che dopo la sua morte ha deciso di completare le inchieste che lei non aveva fatto in tempo a pubblicare.
Un'assoluzione che non chiude nulla
Resta un'immagine, più di ogni sentenza: quella della sala del tribunale della Valletta, mercoledì sera, con Yorgen Fenech che usciva libero mentre fuori si radunava una folla incredula. Malta, hanno scritto i suoi stessi giornali in queste ore, si è risvegliata con gli stessi sentimenti del 2017: disgusto, rabbia, sfiducia. Ma stavolta senza nemmeno la consolazione di un nome su cui riversarli. Daphne Caruana Galizia aveva scritto, negli ultimi minuti della sua vita, che la situazione nel suo paese era disperata: un'ultima riga di un ultimo articolo che oggi, letta a ritroso, suona meno come un giudizio politico e più come una premonizione. La sua lotta, quella per sapere chi, davvero, volle la sua morte, resta aperta. E forse, dopo questo verdetto, più aperta di prima.







