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Roberto Vannacci risponde al Financial Times sui suoi canali social, ironizzando con una lettera aperta, 2 settembre 2026. Instagram/Roberto Vannacci
Per capire quanto pesa oggi la Russia sulla politica italiana bisogna cominciare da una distinzione che nella stagione delle tifoserie dei veleni e delle polemiche viene spesso sacrificata: essere per una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina, essere filorussi, condividere alcune tesi del Cremlino ed essere manovrati dal Cremlino sono quattro cose diverse. Le prime tre possono essere documentate attraverso dichiarazioni, voti, rapporti politici. La quarta richiede prove. E allo stato attuale non esistono prove pubbliche che Roberto Vannacci o Matteo Salvini prendano ordini o finanziamenti da Mosca.
Questo non significa però che il problema non esista. Anzi. Il 2 settembre Antonio Tajani ha detto di non escludere tentativi della Federazione Russa di interferire nelle elezioni dei Paesi dell’Unione europea, Italia compresa, cercando di condizionare la volontà degli elettori. Stiamo parlando del ministro degli Esteri, il vertice della diplomazia italiana, ambasciata in Russia compresa. Il giorno seguente il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ricordato che il Cremlino da mesi conduce azioni ibride e provocazioni in Europa e che sarebbe «sbagliato e stupido» ignorarle. Non sono dichiarazioni di due oppositori del governo Meloni. Sono i ministri degli Esteri e della Difesa dello stesso esecutivo.
L’intelligence italiana del resto aveva già descritto il fenomeno in termini molto espliciti. Nella Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza che il governo ha inviato al Copasir la disinformazione russa viene indicata come la principale direttrice geopolitica dell’azione straniera di manipolazione delle informazioni e interferenza contro le istituzioni e le comunità occidentali, soprattutto attraverso media e social network. La stessa intelligence ha però precisato di non avere accertato sul territorio italiano episodi di sabotaggio violento attribuibili alla Russia. Anche qui: prudenza sui fatti, nessuna indulgenza sul rischio.
È in questo scenario che irrompe Roberto Vannacci. Il generale, che nel 2026 ha lasciato la Lega e fondato Futuro Nazionale, non è più un personaggio marginale: un sondaggio SWG di inizio settembre attribuisce al suo partito il 7,5 per cento, facendone la quarta forza politica italiana. Vannacci ha vissuto quasi due anni a Mosca e vi ha svolto l’incarico di addetto militare. Il Financial Times lo ha definito provocatoriamente il «cavallo di Troia» russo nella politica italiana. Lui ha respinto l’accusa, nega finanziamenti dal Cremlino, si fa i selfie con vodka e colbacco per buttarla sul ridere e sostiene di non avere rapporti con esponenti di vertice dell’apparato russo. Tajani, interrogato sull’etichetta usata dal quotidiano britannico, ha risposto correttamente: bisogna provare ciò che si afferma e si augura che sia falso.
Ma le posizioni politiche di Vannacci sono altrettanto pubbliche. Nel marzo scorso ha affermato che «arginare l’influenza del Cremlino non è nell’interesse nazionale», sostenendo che la Russia non può permettersi Stati antagonisti ai propri confini. Ha criticato l’abbandono del gas russo, giudicato dannoso per la competitività europea, e ripetutamente contestato la prosecuzione degli aiuti militari a Kiev. Nel 2024, da eurodeputato, votò contro una risoluzione sul proseguimento del sostegno finanziario e militare all’Ucraina, pur riconoscendo esplicitamente la legittimità della difesa ucraina dall’aggressione russa. Nel marzo 2026 ha ribadito: «Io non sono pro Putin», presentando invece la propria posizione come difesa degli interessi italiani ed europei. È una linea politica, non la prova di un legame occulto. Ma è una linea che su diversi punti coincide con obiettivi strategici evidenti di Mosca: indebolire le sanzioni, ridurre il sostegno occidentale a Kiev, ricostruire i rapporti energetici ed economici con l’Europa.
Prima di Vannacci, però, c’era già la Lega. Ed è qui che la storia diventa più lunga e complessa. Nel marzo 2017 Matteo Salvini firmò a Mosca un accordo politico con Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. Il testo prevedeva una durata di cinque anni e un rinnovo automatico. Un documento parlamentare ricorda che, secondo quelle clausole, il rinnovo scattò il 6 marzo 2022, pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina. La Lega nel 2024 ha però dichiarato che quell’intesa «non ha più valore» dopo l’aggressione russa e che non aveva prodotto iniziative comuni. È importante riportare entrambe le cose: l’accordo esisteva ed era stato concepito per rinnovarsi automaticamente; il partito sostiene di averlo politicamente considerato superato dalla guerra.
Poi c’è il capitolo Metropol, che proprio perché molto evocato merita di essere raccontato senza scorciatoie. Nel 2018 Gianluca Savoini, allora figura legata alla Lega e presidente dell’associazione LombardiaRussia, partecipò a Mosca a una trattativa con intermediari russi su un affare petrolifero che, secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbe dovuto generare finanziamenti per il partito. L’inchiesta per corruzione internazionale è stata archiviata nell’aprile 2023. Non furono trovate tracce di passaggi di denaro e non emersero elementi concreti che dimostrassero una partecipazione personale di Salvini alla trattativa. Sono due circostanze decisive, troppo spesso dimenticate quando il caso viene usato come prova definitiva di inesistenti certezze giudiziarie.
Resta la politica. Ed è quella che conta di più oggi. Nel luglio scorso Salvini è intervenuto in videocollegamento davanti agli imprenditori italiani riuniti a Mosca sostenendo che le sanzioni non hanno fermato la guerra, auspicando che non ne vengano varate molte altre e criticando la rinuncia europea al gas russo. Ha nello stesso tempo riconosciuto senza ambiguità che è stata la Russia ad aggredire l’Ucraina e ha negato qualsiasi condizionamento: «Zero rubli, zero dollari, zero euro, zero influenze». Il 2 settembre, dopo l’allarme di Tajani sulle interferenze elettorali, Salvini ha replicato dicendosi preoccupato da quella che definisce un’«ansia antirussa» europea.
La contraddizione attraversa dunque lo stesso centrodestra. Giorgia Meloni ha costruito in questi quattro anni una reputazione internazionale fondata sulla collocazione atlantica dell’Italia e sul sostegno all’Ucraina. Tajani ha progressivamente allontanato Forza Italia dall’antico rapporto privilegiato che Silvio Berlusconi aveva avuto con Putin (quando i tempi erano decisamente diversi). Crosetto considera concreta la minaccia ibrida russa. Salvini propone invece di ridimensionare le sanzioni e di riaprire, quando possibile, i rapporti economici con Mosca. Vannacci va ancora oltre, trasformando quella posizione in uno degli elementi identitari della nuova destra che vuole contendere voti proprio alla coalizione di Meloni.
Con Vannacci in crescita, Salvini deciso a contestare l’«ansia antirussa» e Meloni impegnata a difendere la credibilità atlantica conquistata in questi anni, Mosca rischia di diventare uno dei convitati di pietra delle prossime elezioni italiane. Anche senza essere sulla scheda, peserà sulla campagna elettorale.











