«È veramente finito l’olocausto di Rom e Sinti? Qualcuno ha mai chiesto scusa ai Rom e Sinti? Non mi pare».

È amara la conclusione di Gennaro Spinelli, musicista e presidente dell’Ucri (Unione comunità Romanés Italia), la più grande organizzazione, nel nostro Paese, che si occupa di cultura romanì. Nel Giorno della memoria ricorda quanti – una stima tra i 500 mila e il milione e mezzo – sono stati sterminati durante le persecuzioni naziste. «Non sappiamo con precisione quanti», spiega, «perché 500 mila sono stati registrati nei campi di concentramento, ma la maggior parte è stata uccisa durante i rastrellamenti». Privati di tutto, a cominciare dalla requisizione delle case, uccisi per strada, seppelliti in fosse comuni o campagne, hanno subito un destino atroce. «Eppure a Norimberga non siamo stati convocati come vittime e a noi non hanno restituito nulla di quanto ci avevano tolto».

Perché un genocidio che continua?

«Perché il nostro è un olocausto ancora dimenticato. E, anzi, qui pregiudizi che hanno portato all’emanazione di leggi che volevano sterminare completamente la nostra etnia, continuano a perpetuarsi. Un recente sondaggio Swg rileva che in Italia oltre l’82 per cento delle persone prova sentimenti negativi nei confronti di rom e sinti. Persone che non conoscono la nostra cultura, la nostra arte, i nostri usi e costumi. Si basano sulle persone che vedono chiedere l’elemosina ai semafori che peraltro, nella maggioranza dei casi, non sono di etnia rom, giudicano da ciò che leggono sui social network, parlano del degrado dei campi».

Fatti che però esistono.

«La maggioranza dei rom e sinti vive in appartamenti. Siamo migliaia e migliaia e, per fortuna, siamo, per la maggior parte, incensurati, abbiamo un lavoro, viviamo nelle case. Ma si giudica dai cosiddetti campi “nomadi”, che poi, se dal dopoguerra, quando furono creati, a oggi sono ancora lì, tanto nomadi non sono. È come se, guardando i senza dimora che sono attorno a san Pietro si concludesse che la cultura dei romani è quella di dormire per strada».

Come combattere il pregiudizio?

«Con le armi che abbiamo a disposizione: l’arte, la cultura, la lingua, le tradizioni, le usanze, i costumi. Diffondendo tutto ciò si va a distruggere un preconcetto enorme che è quello del “io sapevo dei Rom”, “mia nonna mi ha detto”, “si chiamo zingari”. Ma nessuno si è interfacciato con noi. Tra l’altro spesso voi ci incontrate come professori universitari, medici, ingegneri, panettieri, meccanici, ma non lo sapete perché, per evitare il pregiudizio nei nostri confronti e la discriminazione a scuola dei figli, tanti preferiscono tacere la propria etnia».

Perché non bisogna usare la parola “zingaro”?

«Perché non lo siamo. Gli altri ci hanno chiamati così, ma non ci definiamo in questo modo e non abbiamo neppure una parola nella nostra lingua per dirlo. Noi siamo Rom e Sinti, una minoranza etnica che, però, non è riconosciuta come minoranza etnica e storico-linguistica. Tutti parlano di noi, senza sapere di noi. Della nostra lingua transnazionale parlata da 20 milioni di persone al mondo, che ha ancora parole in sanscrito, non sa della nostra provenienza dall’India per fuggire alle lingue, non perché amavamo il nomadismo. Dell’arrivo in Europa, attraverso l’Egitto, la Mesopotamia, la Grecia, di come ci siamo sempre inseriti nelle società in cui andavamo. In In Italia siamo attorno ai 180mila, meno del 4 per cento vive nei campi. E a proposito di questo vorrei sottolineare l’inadeguatezza dei progetti, per esempio, quello sulla scolarizzazione nei campi che, a fronte di decine di migliaia di euro investite ha un ritorno dello zerovirgola. Qualcosa non funziona».

Qual è stata la sua maggiore soddisfazione?

«Suonare da solista alla Scala di Milano. È stata la mia medaglia d’oro alle olimpiadi. Ho pensato a quei professori, al conservatorio, che proprio perché rom, mi dicevano che non sarei mai arrivato da nessuna parte. Oggi suono nei maggiori palcoscenici mondiali. Penso ai tanti pregiudizi che mi hanno accompagnato nel mio percorso scolastico e al conservatorio e alle parole di mio padre: “Devi essere eccezionale per essere considerato bravo perché noi partiamo con l’handicap del pregiudizio”. Ce l’ho messa tutta per imparare il più possibile e ora le soddisfazioni stanno arrivando».

Oltre alla lingua cosa vi unisce come etnia?

«Il Samudaripé, lo sterminio, il genocidio. Purtroppo non siamo stati invitati a Norimberga per denunciare i nostri carnefici dopo l’Olocausto. La nostra memoria è stata soffocata. E non parliamo solo dei rom e sinti, ma anche dei testimoni di Geova, dei disabili, delle comunità Lgbt, degli afrodiscendenti, i perseguitati politici. A scuola avevamo il capitolo della Seconda guerra mondiale, che era un bel capitolone, me lo ricordo, e poi c’era il paragrafo della memoria della Shoah, che vuol dire genocidio in ebraico. E poi c’era il trafiletto, letteralmente una riga che diceva “e c’erano anche i rom, allora dicevano gli zingari, offensivamente, i disabili, ecc. ecc.”. Pensate quanti milioni di persone erano quegli eccettera eccetera».