Sono stati celebrati domenica 29 giugno, nella Pieve di Camaiore, i funerali di Kety Andreoni, 51 anni, e del figlio Mirko Moriconi, 24 anni, uccisi il 26 giugno dal marito della donna e padre del ragazzo. Una tragedia che ha sconvolto la Versilia e che, durante la celebrazione, ha lasciato spazio non soltanto al dolore, ma anche a una profonda riflessione sul valore dell'ascolto, della vicinanza e della responsabilità verso chi soffre.

DOLORE CHE NON TROVA SPIEGAZIONI

«Dove sei?»: è la domanda che Dio rivolge ad Adamo dopo la caduta e che don Silvio Righi ha scelto come filo conduttore della sua omelia per i funerali di Mirko e della madre Kety. Una domanda antica, che attraversa questa tragedia e interpella la coscienza di un'intera comunità.

Ci sono dolori davanti ai quali anche le parole sembrano perdere forza. «Ogni spiegazione appare monca, insufficiente», dice il parroco. Rimangono «il silenzio, la preghiera e il desiderio di affidare a Dio ciò che il cuore umano fatica perfino a nominare». Perché davanti a un male così grande non esistono risposte capaci di colmare il vuoto. Esiste, però, una domanda che inquieta il cuore di chi resta: che cosa possiamo fare perché nessuno affronti da solo la propria sofferenza? Per don Silvio questa domanda non può trasformarsi in un processo contro se stessi, né nella ricerca affannosa di spiegazioni, ma può diventare un invito a guardarsi intorno con occhi nuovi. «Come comunità cristiana siamo chiamati a custodire le nostre famiglie», scrive nell'omelia. Non significa entrare nell'intimità delle case, ma costruire relazioni nelle quali «nessuno si senta abbandonato», dove chi attraversa una crisi trovi persone capaci di ascoltare senza giudicare, accompagnare senza sostituirsi e incoraggiare senza imporre.

E poi quelle parole, pronunciate rivolgendosi direttamente a Mirko: «Non eri tu quello sbagliato», per richiamare la responsabilità dell’intera comunità.

RICCARDO DALLE LUCHE
RICCARDO DALLE LUCHE
I funerali di Mirko Moriconi e della madre Kety Andreoni, Camaiore, 29 Giugno 2026. ANSA/RICCARDO DALLE LUCHE (ANSA)

IL CORAGGIO DI FARSI AVANTI

Quando lo raggiungiamo telefonicamente, torna proprio su questo punto. Più che sulle domande che resteranno senza risposta, preferisce soffermarsi su ciò che la comunità dovrebbe fare: «Bisogna avere il coraggio di farsi avanti», dice. «A volte, per paura di invadere la privacy delle persone, preferiamo non intervenire. Poi, quando accade una tragedia, ce ne pentiamo». E aggiunge: «È meglio rischiare una porta in faccia che voltarsi dall'altra parte».

Per il sacerdote, il primo antidoto al male è l'ascolto. Perché è proprio quando il dialogo si interrompe, spiega, che la solitudine rischia di diventare un abisso. «Quando si smette di ascoltare, quando ci si chiude nel rancore o nella disperazione, il cuore rischia di diventare terreno fertile per il male». Da qui l'invito, durante i funerali, a non avere paura di chiedere aiuto e, soprattutto, di offrirlo. Perché «chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma di responsabilità», e tendere la mano a chi attraversa un momento difficile è «una delle forme più alte della carità cristiana». È un invito a riscoprire il senso più autentico dell'essere Chiesa: non un luogo che offre risposte a tutto, ma una casa in cui nessuno debba sentirsi solo.

UNA DOMANDA RIVOLTA A TUTTI

L'omelia di don Silvio non cerca di spiegare una tragedia che forse spiegazioni non ne avrà mai. Cerca piuttosto di trasformare il dolore in una domanda rivolta a tutti: quale comunità vogliamo essere? Una comunità che arriva dopo, o una comunità capace di accorgersi, ascoltare e tendere la mano prima che sia troppo tardi?