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L’estate purtroppo rigurgita di storie terribili di cronaca nera, che talvolta occupano le prime pagine per mancanza di notizie di “peso”. Storie di delitti efferati, che ci confrontano col peggio dell’umanità. Ma un caso particolarmente odioso è quello accaduto a Pieve di Camaiore, un paesino della Versilia. Un padre, il 63enne Piero Moriconi, uccide con il fucile da caccia il figlio, Mirko, 24 anni, perché omosessuale e, insieme a lui, la moglie Kety Andreoni, 52 anni, mamma del ragazzo. «Finalmente mi sono liberato di loro», ha detto il padre poco prima dell’arrivo dei carabinieri.


I post di Facebook del ragazzo ucciso rivelano qualcosa del retroscena del rapporto fortemente conflittuale tra il padre e il figlio: «Tu sei una disgrazia per la famiglia», «Meglio morto che un figlio gay». «Brutto pensare che tuo padre ti preferisca morto che gay», aveva postato Mirko già nel 2022. Sono questi i pensieri brutali ripetutamente espressi dal padre nei confronti del figlio. Che aveva trovato supporto e accettazione amorevole unicamente nella madre. Mirko aveva confidato anche agli amici che stava pensando di cambiare sesso.
È una storia che fa – e deve far – riflettere in profondità, perché non è un caso isolato. L’omotransfobia purtroppo esiste e non è raro sentire di storie di ragazzi e ragazze (e anche di persone ormai adulte) omosessuali rifiutati persino dalle proprie famiglie di origine: maltrattati, cacciati di casa, non ci si parla più. E infine casi estremi come quello di Mirko, ucciso dal padre. Un binomio già innaturale e disumano di suo – un padre che uccide la creatura che ha contribuito a generare – e che si carica di ulteriore disumanità perché dietro c’è il rifiuto, la mancata accettazione di un orientamento sessuale, uno stigma insuperabile verso una condizione difficile e già carica di sofferenza di suo.


Provo, come prete, a calarmi nei panni del ragazzo rifiutato dal padre perché gay. Conosco alcune storie simili. Significa impossibilità di stabilire un qualsiasi dialogo, perché in partenza si è letteralmente “visti” male. Significa essere privi delle proprie radici, del retroterra vitale di ogni essere umano: un genitore (più spesso il padre). Una sofferenza inflitta, per pregiudizi radicati, da chi ti dovrebbe garantirti invece fiducia, sostegno, al di là di tutto. Per un ragazzo, con tutte le fragilità che può vivere chi si ritrova in una condizione particolarmente difficile per il confronto con un’identità sessuale sfuggente, è un dolore profondo, che tocca le radici. Lancinante, devastante. «Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è starci seduto accanto e sapere che non lo potrai avere mai»: un post di Mirko che probabilmente si riferiva al padre. Un dolore che Mirko avvertiva ma al quale cercava di reagire: «La vita è stata dura con te, ma non ti sei mai arreso», scriveva parlando di sé. Coltivava sogni legati alla musica.


Una sofferenza che Mirko ha postato ripetutamente sui social. Chissà se c’era anche una dose di emarginazione sociale, quella di un piccolo paese dove tutti sanno di tutti. A ogni modo, Mirko dichiarava di avere nella madre, una infermiera, l’unico sostegno affettivo incondizionato: «La mia complice di vita, la mia migliore amica, la mia forza. Mia mamma», aveva scritto sui social. L’unica che, col suo cuore di madre, ha capito la cosa giusta da fare: accogliere quel figlio così com’è, non giudicarlo, proteggerlo per quel che possibile perché cammini fiducioso nella vita. Mi è tornata in mente l’affermazione di Giovanni Paolo I, Papa per 33 giorni nel 1978: «Dio è anche madre».
È una storia che ci fa toccare con mano quanto affermato in Amoris laetitia, l’esortazione apostolica di papa Francesco del 2016 sull’amore nella famiglia, a proposito della «situazione delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, esperienza non facile né per i genitori né per i figli» (n. 250). Bisognerebbe continuare però nella lettura di quel documento per cogliere l’unico atteggiamento giusto, umano e in sintonia con il Vangelo: «Perciò desideriamo anzitutto ribadire che ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza». Rispetto, dignità, accoglienza: parole da imprimere a fuoco nelle nostre coscienze.


Qualcuno si chiederà dove questo è scritto nel Vangelo. La risposta è che questo atteggiamento è scritto nella vita stessa e di Gesù. Nel suo modo di incontrare e avvicinare senza pregiudizio tante categorie di esclusi del suo tempo: lebbrosi, indemoniati, prostitute, adultere, ricconi che sfruttavano il prossimo, povere vedove, donne straniere… L’amore, per dire una parola che riassume il Vangelo, sa superare ogni discrimine e può anzi far rifiorire una vita “ai margini”.
Quello che, purtroppo, non è successo con Mirko.


