«L'infanzia è stata cancellata». È nero su bianco nel rapporto che la Commissione indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite ha reso pubblico il 23 giugno 2026, intitolato L'essenza dell'infanzia è stata distrutta: il deliberato attacco di Israele contro i bambini palestinesi nel Territorio Palestinese Occupato dal 7 ottobre 2023. Con questa formula, glaciale e amministrativa, le Nazioni Unite certificano quello che ormai il mondo intero ha imparato a nominare senza reticenze: un genocidio. Non una guerra. Non un conflitto. Genocidio.

In venti mesi e mezzo, dall'insorgenza del 7 ottobre 2023, le forze di difesa israeliane (Idf) hanno ucciso più di 21 mila bambini palestinesi nella Striscia di Gaza. Il numero arriva dalle autorità sanitarie palestinesi ed è riconosciuto come attendibile dalle stesse Nazioni Unite. Ferito altri 44.143. Non sono statistiche neutre: dietro questi numeri c'è una strategia.

Secondo la Commissione presieduta dal giurista indiano Srinivasan Muralidhar, gli attacchi deliberati ai minori rientrano in un disegno più ampio, quello di «distruggere la continuità biologica e l'esistenza futura del gruppo palestinese». Si tratta, insomma, di quello che la Convenzione sul genocidio del 1948 definisce come genocidio: l'uccisione sistematica di un popolo.

Gli artefici di questo massacro operano da una posizione di quasi totale impunità. La tregua del 10 ottobre 2025 non ha interrotto la violenza; l'ha semplicemente trasformata. Il rapporto documenta che «anche dopo il cessate-il-fuoco, i bambini palestinesi continuano ad essere uccisi». Con la precisione tipica del linguaggio giuridico internazionale, gli investigatori Onu hanno catalogato le modalità di questa strage: gli Idf sparano ai minori con armi di precisione e droni durante gli attacchi ai complessi residenziali, alle scuole, ai campi profughi sovraffollati. Hanno preso di mira le reparti di maternità e neonatologia, provocando così un aumento di aborti spontanei e malformazioni genitali che minerebbe la stessa capacità di riproduzione biologica della popolazione palestinese.

A questo si aggiungono le torture. Nel rapporto si legge che in Cisgiordania e a Gaza, bambini e adolescenti sono stati «arrestati, torturati e maltrattati» nei centri di detenzione israeliani, dove hanno patito «episodi di violenza sessuale e di genere». Chi non muore per le armi perisce per la carestia. Il blocco israeliano, mantenuto costantemente, ha fatto sì che Gaza diventasse una trappola senza uscita, dove i bambini muoiono di denutrizione, dove il collasso dei servizi sanitari espone i minori a malattie endemiche, dove l'assenza di acqua pulita è diventata essa stessa un'arma. Chi sopravvive a questo inferno non è salvato: si trova ad affrontare «una vita di disabilità», ormai «una realtà demografica determinante» tra i minori di Gaza.

La risposta di Gerusalemme è stata immediata e prevedibile. Le autorità israeliane hanno definito il rapporto una «farsa calunniosa», accusando gli investigatori Onu di ignorare «le brutali tattiche di Hamas», di non considerare come i palestinesi utilizzerebbero i bambini come «scudi umani». È una narrazione che si ripete puntualmente dopo ogni condanna internazionale: il vittimismo dello Stato più forte di fronte ai testimoni della propria violenza.

Nel rapporto della scorsa settembre, la stessa Commissione aveva già certificato che Israele aveva commesso quattro dei cinque atti genocidari sanciti dalla Convenzione: l'uccisione sistematica, la lesione grave dell'integrità fisica e mentale, l'imposizione di condizioni volte alla distruzione totale o parziale, le misure per impedire le nascite.

Quello che i documenti delle Nazioni Unite non riescono a catturare pienamente è la dimensione del collasso morale, il fatto che un'intera generazione palestinese è stata deliberatamente aggredita nella sua infanzia, nella sua capacità di sognare, di crescere, di diventare. «La distruzione della loro salute, della loro istruzione e del loro sviluppo è irreversibile», avverte Muralidhar. Le ferite non guariranno con le medicine. I traumi non si rimarginano con il tempo. Questo è quello che il mondo ha scelto di non fermare.