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Avrebbe raggiunto tra un mese esatto, il 4 febbraio, il traguardo dei cento anni Paolo Pesce, nome di battaglia da partigiano “Pietra”. Si è spento venerdì, 2 gennaio nella sua casa di Pietra Ligure uno degli ultimi testimoni della Resistenza. Ce lo ha comunicato il figlio Marco Pesce, che lo ha assistito amorevolmente sino alla fine e che lo aveva aiutato negli ultimi anni a tenere viva la memoria di quel periodo storico e del suo ruolo nella Resistenza ligure. Lo avevamo intervistato lo scorso aprile in occasione degli 80 anni dalla Liberazione dal Nazifascismo. «La copia di Famiglia Cristiana con l’articolo l'ha accompagnato fino agli ultimi giorni e la mostrava orgoglioso a quelli che ancora lo venivano a trovare», ci ha scritto il figlio Marco. Riproponiamo, qui di seguito, il servizio pubblicato sul numero 18 del 2025 del nostro settimanale.
Paolo Pesce sta per raggiungere il traguardo dei 100 anni, il tempo gli ha tolto parte della vista e dell’udito e lo costringe a letto, ma la mente è lucida e continua a dedicare energie a quello che ha fatto fin dall’indomani della Liberazione: trasmettere gli ideali della Resistenza per cui ha combattuto e tener viva la memoria dei compagni caduti.
«Pochi giorni fa», racconta il figlio Marco, che ha risposto all’appello di Famiglia Cristiana per segnalare la storia di suo padre, uno dei pochissimi partigiani ancora in vita, «papà ha incontrato i bambini di una scuola primaria via Zoom. Mi ero fatto mandare le domande in anticipo così che le potessi ingrandire e lui le potesse leggere. E mentre i bambini parlavano senza che lui però potesse sentirli bene, io gli indicavo sul foglio la domanda e lui rispondeva. Per i bambini, ma anche per lui, è stato davvero emozionante».
La lotta e la memoria
Paolo Pesce aveva solo 17 anni quando, all’indomani dell’Armistizio, ha conosciuto Angelo Gin Bevilacqua, operaio dell’Ilva, ex assessore comunista di Savona, mandato al confino dal regime per le sue posizioni antifasciste e tra i promotori degli scioperi dopo la deposizione di Mussolini per porre fine alla guerra. Bevilacqua invitava i giovani a unirsi alle brigate partigiane, parlava del sogno di un’Italia libera, di un’Europa in cui tutti potessero essere fratelli. Il cuore di Paolo Pesce si infiammò di speranza e decise di entrare in clandestinità nella Brigata Manin, distaccamento Rebagliati, operante nella zona di Rialto e Calice Ligure, nel Savonese. Nome di battaglia: Pietra, che i compagni gli avevano dato in virtù del fatto che veniva da Pietra Ligure.


Ha imbracciato il fucile, ha combattuto, soprattutto contro la brigata nera “San Marco”, ma non ha mai infierito sugli avversari. «In loro vedeva sempre comunque degli uomini», spiega il figlio, «e quando un giorno discussero per decidere le sorti di un gruppo di fascisti catturati, si oppose all’idea di fucilarli, malgrado avesse visto di persona quanto erano stati feroci nel razziare le case dei contadini infermi, anche la sua».
Il ricordo più vivo di Paolo Pesce è quello del giorno della Liberazione. È lui stesso a rievocarlo: «Il 24 aprile ricevemmo l’ordine di scendere dai monti e andare in città, a Savona. Non sapevamo che la Liberazione era imminente ed eravamo pronti a combattere. Ci furono scontri a fuoco per le strade con i nazifascisti che ancora non si erano arresi, e rischiai di essere colpito da una pallottola. Poi le scaramucce finirono e fu il momento di fare festa. Una gioia però funestata dai volti delle donne che ci venivano incontro per sapere da noi se i loro figli o compagni che erano saliti sui monti a combattere erano ancora vivi. E per loro, quello fu il giorno del lutto. Ci alloggiarono nell’hotel più lussuoso di Savona: abituato a dormire all’addiaccio, in quel materasso morbido mi sentivo sprofondare e per addormentarmi mi sdraiai sul pavimento».
La Resistenza nei suoi occhi
Nel Dopoguerra Paolo Pesce è diventato un infermiere, ha avuto due figli, Nadia, scomparsa da poco, e Marco, allevati «a pane e Resistenza», ha ricevuto molte onorificenze in virtù del suo impegno nella lotta partigiana e ancora oggi è presidente onorario dell’Anpi di Pietra Ligure (di cui era stato a lungo segretario e presidente). In qualità di membro del direttivo provinciale ebbe modo di interagire più volte anche con Sandro Pertini, che ricorda come un politico intelligente e schietto.
Negli ultimi anni però l’orgoglio di aver fatto la storia è offuscato dai segnali che arrivano dalla politica e dalla società. «Troppa aggressività, poca democrazia». E ricorda con rimpianto quando, sotto le tende, al lume di candela, discutevano tutti insieme per prendere una decisione, sognando un mondo libero e senza guerre.



