Sono le tre del mattino. Non dormo. Capita spesso che, dopo qualche ora di riposo, il sonno vada a farsi friggere. E resto con le occhi spalancati, nell’ora in cui, spietata, la vita ti presenta il conto. Chi sono? Chi sei? Dio? Mi affaccio alla finestra. “Loro” sono sempre là, fermi, in auto, i lampeggianti accesi. Fanno a turno: Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di finanza.

Mi sento in colpa, io al caldo, nel mio letto, loro giù, a soffrire il freddo per tutelare me. Ieri, Mercoledì delle Ceneri, i miei “pistoleros” si sono dovuti sorbire tre Messe, un funerale, la benedizione di una salma a casa, incontri vari. Fare la scorta a un prete non è semplice. Nel salutarli, alla fine della giornata, sorridendo, ho detto: «Mi dispiace, ragazzi. Vi capisco. Con me, o diventerete santi o perderete la fede».

Da quando, sabato scorso, è arrivata l’ultima lettera anonima che mi condanna a morte insieme a un giovane giornalista veneto e al Presidente del consiglio, Giorgia Meloni, il caro prefetto di Napoli, Michele Di Bari e il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza hanno ritenuto opportuno rafforzare le misure di sicurezza.

Ma chi è che vuole la morte di un prete? E perché? Santo non sono e nemmeno un eroe. Di coraggio ne ho quanto basta per non essere annoverato nel girone degli ignavi. Quante stupidaggini sono state scritte sul mio conto: «Prete anticamorra, prete antiroghi, prete ambientalista, prete anti…», la verità è che sono solo e semplicemente un prete.

Una delle lettere minatorie recapitata al parroco di Caivano padre Maurizio Patriciello. Oltre che don Patriciello, oggetto delle minacce sono la presidente del consiglio Giorgia Meloni e il giornalista Marco Cappellari, de L'Altipiano, autore di diversi articoli su don Patriciello
Una delle lettere minatorie recapitata al parroco di Caivano padre Maurizio Patriciello. Oltre che don Patriciello, oggetto delle minacce sono la presidente del consiglio Giorgia Meloni e il giornalista Marco Cappellari, de L'Altipiano, autore di diversi articoli su don Patriciello
Una delle lettere minatorie recapitate a Patriciello (ANSA)

Un povero prete. Dio mio, non avrei mai pensato che essere prete, oggi, in Italia, dovesse rasentare l’eroismo o l’incoscienza. Leggo e rileggo il Vangelo. Leggo e rileggo la vita dei santi.

Leggo e rileggo il mio animo perennemente inquieto. Mi sento fratello e amico di tutti. Fisso la grande croce in camera da letto, e, come sempre, inizio a scherzare con chi ha avuto il coraggio di montarci sopra: «Mi hai ingannato. Anche tu mi hai ingannato. Mi promettesti la pace e mi ritrovo perennemente inquieto. Casa presidiata, chiesa presidiata, tutto il giorno accompagnato da uomini con la pistola». Non ho mai voluta vederla, la pistola della mia scorta, nemmeno per scherzo. Il solo pensiero che per difendere me possa accadere qualcosa a loro mi fa impazzire.

Fratelli camorristi, fratelli che ci impaurite: perché? Eppure, ne sono certo, nel profondo del vostro cuore, mi volete bene. Pasquale, ti ricordi quando mi accompagnavi all’Altare? Se solo potessi venire a trovarti in carcere! E tu, Gigi? Ricordi i campi estivi con Adriano, Consuelo, Francesca? Che cosa è successo, poi? Come avete fatto a lasciarvi ammaliare dalla bugiarda sirena del male? Avete visto quanti amici abbiamo perso per strada? Quanti giovani morti ammazzati o di overdose? Le analisi sociologiche, psicologiche, economiche, politiche, sono importanti, ma non bastano. È il cuore dell’uomo che bisogna indagare.

È in quel guazzabuglio misterioso che occorre scendere. Tra i miei tanti peccati, quello dell’invidia, non l’ho confessato mai. Non so perché, ma da questo animale feroce non sono stato quasi mai morso. Una grazia, certamente. Eppure, oggi, mi ritrovo a “invidiare” quelli che si accontentano: di un ruolo, di una promozione, di una religione, di un rito.

Mercoledì scorso il prete ci ha cosparso di cenere il capo. Bene. E poi? Guardando l’assemblea ho pensato: siamo, dunque, un cimitero ambulante? E poi? E poi quella Parola più tagliente di una spada affilata. Dio, Cristo, la morte, la resurrezione, i poveri, gli ultimi, i deboli, i malati, i vecchi. Sento che la vita mi sfida. Sento che la fede mi sfida. Odio i privilegi.

Parlando a noi preti, un vescovo, un giorno, disse: «Siete i privilegiati di Dio». Non mi piacque.

Ci fu un tempo in cui desiderai diventare santo. Oggi non più. Oggi bramo raggiungere la mia vera umanità. Sono sempre più convinto, infatti, che santità e umanità sono, in qualche modo, sinonimi. Ai fratelli che hanno imboccato la via dell’infelicità per loro e per i loro figli, costringendo lo Stato a mettermi sotto scorta, voglio ribadire, ancora una volta, il bene che la nostra Chiesa e io stesso vi vogliamo. Sono il vostro parroco. Corresponsabile della vostra salvezza eterna. Appartengo a voi. Sono prete per voi.

La mia più grande sconfitta sarebbe innalzarmi al di sopra di voi, non solo su questo acino di pepe che chiamiamo terra, ma nell’eternità. Gli eroi non mi hanno mai fatto simpatia, così come i santi martiri. Provo repulsione per il sangue.

Amo la santità della mia mamma analfabeta, quella del panettiere, del professore universitario, del mio sacrista, o quella dello spazzino che, in questo momento, sta passando sotto casa.

Sant’Ignazio di Antiochia mi spaventa, mi piace intrattenermi, invece, con le tre “Teresa”, quella di Lisieux, di Avila, di Calcutta.

Dietro ogni martire, infatti, si nasconde un assassino con le mani insanguinate. Io non voglio “laurearmi” in eterno a vostro danno. Solo bramerei, se me lo permettete, aiutarvi a cadere nella luminosa e liberante trappola di Dio-Amore.