Sconcerto, dolore: sono le reazioni di Monica Mei, milanese, che conosceva molto bene la famiglia Gianturco perita nell’incidente sull’ultraleggero in Perù, e che aveva condiviso con loro e altre famiglie di amici una cena poco prima che partissero per il viaggio da cui non sono più tornati.

«Con mio marito abbiamo conosciuto la famiglia Gianturco ormai 22 anni fa a Courmayeur, dove anche noi abbiamo una casa. Un'amicizia che si è allargata ad altre famiglie, man mano che sono arrivati i figli, che frequentavano insieme la scuola di sci. Il nostro era un gruppo molto unito: oltre a ritrovarci d'inverno in montagna, con Capodanni e feste di Carnevale al rifugio del CAI sul Monte Bianco, ci incontravamo anche nei weekend tra Milano e Monza, a casa dell'uno o dell'altro. Ricordo in particolare la festa a sorpresa che organizzammo per Cristina per festeggiare i suoi 50 anni. Loro avevano anche una villa a Minorca e, due anni fa, ci siamo ritrovati tutti lì durante l'estate, affittando case vicine alla loro. L'ultima volta che ci siamo visti è stata poche settimane fa e non riesco a togliermeli dagli occhi. Non sembra vero che non ci siano più». Appena arrivata la notizia, il gruppo di famiglie si è subito cercato per trovare conforto l'uno nell'altro e ha pubblicato un necrologio collettivo sul Corriere della Sera, ricordando con affetto e dolore i Gianturco.

«L'unica cosa che, in parte, ci consola è che siano scomparsi tutti insieme: Paolo, Cristina e i figli Matteo, che si era laureato in Economia a Bergamo, e Pietro, che aveva appena sostenuto la maturità e si sarebbe iscritto all'università. E che ovunque siano sono rimasti uniti».

Restano a piangerli la sorella di Cristina, i cugini e gli anziani genitori.

I Gianturco erano grandi viaggiatori, sapevano come muoversi e non erano certo degli sprovveduti. «Davvero bisogna capire cosa sia successo, anche se in certi luoghi gli standard di sicurezza non sono elevati, così come la manutenzione degli aerei, e il fatto che si decolli in qualsiasi condizione climatica. Paolo, però, avrà pensato che, se ci fossero state delle criticità, i primi a non voler decollare sarebbero stati i piloti, anch'essi purtroppo morti nell'incidente».

Un' immagine di Paolo Gianturco, il partner di Deloitte, morto nell'icidente con la moglie Cristina e i figli Matteo e Pietro (ANSA)

Una delle possibili cause ipotizzate è il forte vento, di cui abbiamo trovato un riscontro diretto nella testimonianza di un'altra viaggiatrice milanese, Manuela Pesce, che era in Perù con la figlia ed è appena rientrata a casa.

«A Nazca non abbiamo scelto di fare l'escursione con l'ultraleggero perché avevamo avuto il sentore che non fosse molto affidabile. Mentre a Haucachina abbiamo fatto un tour sulle dune del deserto con una dune buggy che correva a velocità folle senza che ci fosse la visibilità necessari per scorgere se in direzione contraria dall'altra parte delle dune arrivassero altri veicoli. Era divertente, e il guidatore sembrava esperto, ma a mio avviso pericolosissimo. Il giorno del rientro, lo stesso in cui si è verificata la tragedia, il vento era davvero forte. Anche il nostro volo di linea da Cusco a Lima ha accumulato un forte ritardo»

E se per Manuela, come per tanti altri viaggiatori che scelgono il Perù come destinazione, resterà il ricordo di un viaggio bellissimo, rimane per loro e per tutti noi la conferma che, a volte, è solo il caso a determinare il proprio destino e a fare la differenza tra la vita e la morte.