Da ragazzo ho trasportato parecchi coetanei sulla canna della mia bicicletta. Talvolta anche sul portapacchi, e nei momenti di particolare euforia persino in entrambe le postazioni contemporaneamente. Non ricordo che nessuno indossasse il casco. Ricordo invece ginocchia sbucciate, frenate improbabili e una fiducia nella buona sorte che soltanto i ragazzi possono permettersi.

Sbagliavo, naturalmente. Ma sbagliavo proprio perché ero un ragazzo.

Quando a mettere un bambino sulla canna della bicicletta è suo padre, la faccenda cambia. Non perché ai padri sia proibita la leggerezza, ma perché si presume che conoscano il peso delle conseguenze. In caso di caduta, chi pedala può cavarsela con un livido; chi è appollaiato sul tubo, senza appoggi né protezioni, rischia di essere scaraventato a terra o contro il manubrio o addirittura rimanere schiacciato dal telaio. Se è gracile come è gracile un bambino è pericolosissimo. Si obietterà che un padre ci pensa lui a provvedere alla sicurezza di suo figlio ed è più o meno quello che dicevano i genitori che negli anni ‘70 mettevano il proprio pargolo sul sedile davanti, magari in braccio alla madre, senza cintura, senza seggiolino e senza niente. Del resto l’insicurezza non è un ricordo di una stagione passata e superata dal progresso. Un paio di estati fa mentre guidavo sulla SS Trapani-Palermo ho visto coi miei occhi, sulla strada sterrata che scorreva parallelamente, un genitore sullo scooter, senza casco ovviamente, che teneva con una mano il manubrio e con l’altra un neonato sotto braccio, come fosse un’anguria o un sacco di patate.

Lo so, l’immagine di chi porta qualcuno sulla canna è romantica. Odora di estati perdute, piazze di paese e biciclette senza cambio. Nella canzone Agnese, Ivan Graziani sistemava addirittura la sua bella sul manubrio, affidando all’equilibrio e all’amore ciò che oggi affideremmo a un seggiolino omologato. Ma le canzoni, fortunatamente, non devono rispettare il Codice della strada. I genitori sì.

A Castelfranco Veneto un padre è stato multato perché portava il figlio sulla canna della bicicletta. Secondo la ricostruzione del Comune, i vigili gli avrebbero chiesto per tre volte di farlo scendere. Soltanto dopo il terzo rifiuto sarebbe arrivata la sanzione, una trentina di euro. Il padre ha protestato sui social, parlando di vergogna, di centri estivi costosi e di agenti impegnati a occuparsi delle cose sbagliate. Avrebbe persino aggiunto: «Lo rifarei».

Ed è proprio quel “lo rifarei” a dare ragione ai vigili.

Forse, davanti a una disponibilità diversa, sarebbe bastato il richiamo. Ma quando un adulto viene avvertito di un pericolo e rivendica il diritto di continuare a correrlo sulla pelle di un bambino, la multa smette di essere ottusa burocrazia e diventa l’ultimo argomento rimasto a disposizione del buon senso.

Naturalmente è subito arrivato il benaltrismo, il grande solvente nazionale di ogni responsabilità. Ci sono ben altri problemi, ha scritto il papà inferocito sui social. Ci sono i furti, gli spacciatori, le strade pericolose, le automobili che corrono. Tutto vero. Ma la sicurezza non è una classifica in cui ci si occupa del secondo pericolo soltanto dopo avere sconfitto il primo.

Nossignore: i problemi di sicurezza sono anche questi.

Un bambino seduto sulla canna di una bicicletta che attraversa una piazza pavimentata di sanpietrini non è il più grave dei problemi italiani. Ma può diventare, nel giro di un secondo, il più grave dei problemi di suo padre. I vigili non hanno punito una cartolina romantica. Hanno cercato di impedire che si trasformasse in una fotografia al pronto soccorso.

Diventare adulti significa anche questo: conservare il ricordo delle imprudenze commesse da ragazzi, senza pretendere che siano i propri figli a pagarne il prezzo.