PHOTO
Sacko Bakari, 35 anni, originario del Mali, è morto all’alba del 9 maggio nelle strade della Città vecchia di Taranto massacrato da una bay gang
Vittima due volte. Di una ferocia che fa impressione e, forse, anche dell’indifferenza. Sacko Bakari, 35 anni, originario del Mali, è morto all’alba del 9 maggio nelle strade della Città vecchia di Taranto, colpito tre volte, una al torace e due all’addome, dopo essere stato inseguito e aggredito da un gruppo di ragazzi in piazza Fontana. Per il suo omicidio, aggravato da futili motivi, sono stati disposti i fermi di quattro minorenni e di un maggiorenne. Un quindicenne ha confessato e indicato agli investigatori l’arma del delitto.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Bakari sarebbe stato accerchiato mentre era in bicicletta. Riuscito inizialmente a sfuggire al branco, sarebbe stato raggiunto poco dopo e colpito mortalmente. Ma a sconvolgere, oltre alla ferocia dell’aggressione, è anche l’indifferenza che l’ha accompagnata negli ultimi istanti di vita: sanguinante, il giovane sarebbe entrato in un bar chiedendo aiuto, senza però trovare soccorso immediato.
Una vita costruita lontano da casa
Quella mattina Bakari era uscito di casa come faceva ogni giorno. Da poco lavorava come bracciante agricolo a Massafra, distante mezz’ora di auto. La sua routine era semplice: raggiungere la stazione, lasciare la bicicletta vicino alla fermata e prendere il pullman per andare nei campi. Prima di proseguire, però, si era fermato in piazza Fontana. Una sosta insolita, forse per un caffè o per qualche minuto di pausa. È lì che la sua vita si è spezzata.
Bakari era arrivato in Italia per lavorare. Dopo un primo periodo a Torino, nel 2022 si era trasferito a Taranto per raggiungere il fratello, che in seguito si è spostato in Spagna. Viveva in un appartamento condiviso con altri lavoratori e amici, una sistemazione necessaria per dividere le spese e riuscire a mantenersi. Chi lo conosceva lo descrive come un uomo tranquillo, riservato, rispettoso, che non cercava problemi. Aveva alle spalle una famiglia numerosa: tre sorelle e tre fratelli, oggi devastati dal dolore. Il 24 gennaio scorso era tornato in Mali per riabbracciare i suoi affetti. Lì aveva due mogli, entrambe oggi in attesa di un figlio. Un legame mai spezzato nonostante gli anni trascorsi lontano da casa e il peso della distanza.
Il dolore della famiglia
«Avete tolto la vita a mio fratello, mio fratello maggiore. Avete tolto un padre, un marito, un fratello senza motivo», ha detto Souleymane Sacko, arrivato ieri a Taranto dopo un lungo viaggio dalla Spagna, «la mia famiglia è in lacrime e con il cuore spezzato. Non dimenticherò mai questo dolore, e quello che hanno fatto». Ad accoglierlo all’aeroporto di Bari è stata Caterina Contegiacomo, volontaria tarantina di Mediterranea Saving Humans, che per prima ha dovuto comunicare la notizia agli amici e ai coinquilini di Bakari. «Non volevano crederci», ha raccontato, «mi ripetevano che era andato a lavoro, che non era lui, che c’era un errore. Siamo ancora tutti sotto choc perché Bakari era un ragazzo d’oro, silenzioso, gentile».
La denuncia della Chiesa
La pista seguita fin da subito dagli investigatori è stata quella di una baby gang che agisce nella Città vecchia, un quartiere dove il disagio sociale continua a rappresentare una ferita aperta. La Chiesa locale da anni prova a contrastare marginalità e violenza con progetti educativi e di inclusione, ma il tessuto sociale resta fragile. «A noi la vergogna sul volto, direbbe la Scrittura. È quello che provo in questo momento come parroco di Taranto vecchia. Un senso di profonda sconfitta, di impotenza… muore due volte questa giovane vittima. La prima per la futilità armata dal razzismo, la seconda per mano di chi giustifica e non invoca la vera giustizia», ha detto ad Avvenire don Emanuele Ferro, parroco di San Cataldo e delle chiese della Città vecchia.
Anche l’arcivescovo di Taranto, Ciro Miniero, è intervenuto richiamando la necessità di investire nella prevenzione e nell’educazione: «La violenza nasce dalla povertà educativa e sociale, dalla marginalizzazione delle persone. È nella prevenzione che dobbiamo investire sforzi e risorse: una società istruita, coesa, pacificata è una società più sicura».
L’indifferenza che ferisce
Parole dure, quelle di don Ferro, che chiamano in causa non soltanto gli autori materiali del delitto, ma anche un clima di disumanizzazione che lentamente anestetizza le coscienze. Perché la morte di Bakari non può essere archiviata come un episodio di cronaca nera. Dentro questa vicenda ci sono il razzismo strisciante, la cultura dello scarto, la violenza che cresce dove mancano educazione, lavoro e speranza. E c’è soprattutto una domanda inquietante: come si arriva a colpire un uomo inerme e a lasciarlo solo mentre chiede aiuto? L’indifferenza è forse la ferita più difficile da rimarginare. È quella che trasforma il dolore dell’altro in un fatto distante, che abitua a voltarsi dall’altra parte, che rende normale ciò che normale non è. La ferocia di chi aggredisce nasce spesso molto prima del gesto estremo: nasce nelle parole d’odio tollerate, negli stereotipi ripetuti, nelle umiliazioni quotidiane, negli sguardi che fanno sentire stranieri e indesiderati. Bakari era un uomo che lavorava, pagava il prezzo di una vita lontana dalla sua terra per garantire un futuro alla propria famiglia. Ridurlo a un bersaglio, fino a spegnerne la vita, racconta una deriva che interpella l’intera società.
La risposta della città
In queste ore, però, accanto allo sgomento emerge anche la volontà di reagire. Giovedì alle 17.30, in piazza Fontana, si terrà un presidio promosso da Libera Taranto, dalla comunità africana di Taranto, da Mediterranea Saving Humans e dall’associazione Babele. Un momento pubblico per chiedere giustizia e dire no alla violenza e al razzismo. «In tantissimi ci stanno scrivendo per partecipare al presidio», spiega Enzo Pilò, tra gli organizzatori, «e questo ci fa credere che ci sarà un’ampia partecipazione. La storia di Bakari è quella di tanti ragazzi che in Italia vivono, lavorano, pagano le tasse. Purtroppo le aggressioni non sono una novità».
La comunità maliana della città ionica intanto continua a chiedere giustizia per un uomo che aveva attraversato deserti e frontiere inseguendo una vita dignitosa e che ora non vedrà nascere i suoi figli. «Nessuno merita di morire così», dice Dembele Fallaye. Ed è difficile non riconoscere, nelle sue parole, una verità che riguarda tutti.





