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Ci sono libri che ci leggono dentro mentre li leggiamo. L’Odissea, l’antico poema epico sul tortuoso ritorno a casa di Ulisse dopo la guerra di Troia, è uno di questi. Alessandro D’Avenia, autore di romanzi di successo nonché docente al Collegio San Carlo di Milano, ha vissuto quest’esperienza con una sua classe di prima liceo, in piena didattica a distanza: «Mi chiedevo: riusciremo anche così a ricreare attorno al testo l’empatia che si genera con i banchi a ferro di cavallo per riprodurre l’oralità originaria del palazzo omerico quando il poeta cantava e le persone ascoltavano attorno al fuoco dopo il banchetto?». Era il marzo 2020, il mondo, l’Italia e quella classe si scoprivano in balia delle onde della pandemia, senza la certezza dell’approdo.
«Da anni leggo in classe a voce alta tutta l’Odissea, io mi tengo la parte del narratore, i ragazzi si dividono i personaggi», racconta ora D’Avenia, a margine della sua ultima fatica letteraria Resisti, cuore (Mondadori), un libro in cui hanno toccato terra tre ritorni per il mare della vita in uno: quello di Ulisse, quello dello scrittore-insegnante e quello della sua classe. «L’Odissea funziona tra noi come una sorta di catalizzatore di ciò che è nascosto nel cuore di ciascuno, agisce come ricerca della verità profonda: l’arte di essere mortali – Omero chiama gli uomini mortali –, sottotitolo del mio libro, non è qualcosa di esterno a noi da raggiungere attraverso sforzi, ma un graduale venire alla luce. Ho giocato con le pagine a scoprire cose di me che magari non avrei voluto vedere e mettere nero su bianco, non avevo messo in conto dall’inizio di espormi tanto».
Lo scrittore-insegnante ammette che la ricerca era partita prima con L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita: «La fragilità è una condizione che tutti dobbiamo riconoscere in noi stessi, l’arte di essere mortali è di più: è l’origine della fragilità ed è il tema profondo con cui Ulisse fa i conti quando lo vediamo in lacrime nella “prigione dorata” di Calipso: benché viva in un’isola bellissima che lo rende immortale, non vede la luce perché si sente separato dal proprio destino. Era la stessa cosa che accadeva a me mentre cercavo la mia Itaca».
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