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C'è un'immagine che racconta, meglio di molti discorsi, il significato delle elezioni americane che si celebrano martedì 3 novembre. È quella di un uomo che vive in Vaticano, a migliaia di chilometri dal Paese in cui è nato, e che ha scelto di non rinunciare al proprio diritto di voto. Quell'uomo è papa Leone XIV. La Santa Sede ha confermato che il Pontefice, cittadino statunitense nato a Chicago, ha già inviato per posta la propria scheda elettorale per le elezioni di midterm, facendola recapitare a Chicago.
Non è soltanto una curiosità. È un gesto destinato a entrare nella storia: Leone XIV è il primo Papa noto ad aver partecipato a un'elezione politica democratica laica. Ma è soprattutto un messaggio che supera i confini della cronaca. «Il Santo Padre esprime la propria convinzione riguardo al diritto e al dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici», ha dichiarato la Sala stampa vaticana. Il Papa, ha precisato ancora il comunicato, ha esercitato il proprio diritto di voto anche durante gli anni trascorsi in Perù, ogni volta che ne ha avuto la possibilità.
È da questa scheda partita idealmente dall'altra parte dell'Atlantico che si può cominciare a guardare a un'America chiamata a una scelta tutt'altro che secondaria. Perché le elezioni di metà mandato, le cosiddette midterm elections, non eleggono il presidente, ma possono decidere quanto spazio avrà per governare nei due anni che gli restano alla Casa Bianca.


Il Congresso, il vero campo di battaglia
Gli americani sono chiamati a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Si vota inoltre per eleggere i governatori in 36 Stati e numerosi rappresentanti delle assemblee legislative locali. Non è dunque una consultazione circoscritta a Washington: il voto attraversa il Paese, dalle grandi metropoli alle comunità rurali, e coinvolge livelli diversi del potere politico.
La posta in gioco, tuttavia, è soprattutto il controllo del Congresso, il Parlamento federale che condivide con il presidente il potere legislativo e svolge una funzione decisiva di controllo sull'esecutivo. Oggi i repubblicani dispongono di una maggioranza risicata: 218 seggi contro 214 alla Camera, con due posti vacanti, e 53 contro 47 al Senato. Per conquistare il controllo di entrambe le Camere, secondo i calcoli di Reuters, ai democratici servono quattro seggi netti in più in ciascuna.


La differenza può sembrare minima, ma a Washington pochi seggi possono trasformarsi in un'enorme differenza politica. Se i democratici conquistassero la Camera, il presidente perderebbe il controllo dell'agenda parlamentare e della guida delle commissioni. Potrebbero aprirsi nuove indagini sull'amministrazione, sulle sue decisioni e sui rapporti di potere che ruotano intorno alla Casa Bianca. Il leader democratico Hakeem Jeffries potrebbe diventare speaker, la terza carica istituzionale degli Stati Uniti dopo il presidente e il vicepresidente.
Se invece i repubblicani riuscissero a conservare le maggioranze, Trump avrebbe maggiori possibilità di proseguire il proprio programma senza un'opposizione parlamentare in grado di bloccarne o rallentarne le iniziative.
Il referendum che Trump non può ignorare
Formalmente, il nome di Donald Trump non comparirà sulle schede. Politicamente, però, sarà lui il grande protagonista di queste elezioni. Le midterm sono tradizionalmente un giudizio sull'operato del presidente in carica: gli elettori esprimono il proprio consenso o la propria insofferenza verso la direzione impressa al Paese, premiando o punendo il partito che occupa la Casa Bianca.
La storia americana insegna che il partito del presidente tende spesso a perdere terreno nelle consultazioni di metà mandato. È successo a Barack Obama nel 2010, quando i repubblicani conquistarono 63 seggi alla Camera, e allo stesso Trump nel 2018, quando i democratici ne guadagnarono 40, sottraendo ai repubblicani la maggioranza. La posta in gioco, questa volta, è ancora più delicata: il voto arriva in una fase di forte polarizzazione e di crescente malessere sociale.


I numeri restituiscono un quadro difficile per il presidente. Nel sondaggio Reuters/Ipsos completato il 26 ottobre, il gradimento di Trump si attestava al 32%, un punto in più rispetto al minimo storico della settimana precedente. Alla domanda su quale partito vorrebbero vedere alla guida del Congresso, gli elettori registrati indicavano i democratici al 47% e i repubblicani al 36%. Considerando anche le preferenze degli indecisi, il vantaggio democratico si attestava a nove punti, 50% contro 41%.
Ma i sondaggi nazionali non assegnano i seggi: sono le singole sfide nei collegi e nei diversi Stati a determinare il risultato. I democratici appaiono in una posizione favorevole per riconquistare la Camera, mentre la partita per il Senato resta più complicata, anche per la diversa distribuzione geografica dei seggi in palio.


Il costo della vita, l'immigrazione e la guerra
Dietro le percentuali ci sono le preoccupazioni quotidiane degli americani. La prima è il costo della vita. Affitti, spesa alimentare, carburante e bollette sono diventati il metro con cui una parte consistente dell'elettorato misura la distanza tra le promesse politiche e la realtà. Nel sondaggio Reuters/Ipsos, il 73% degli intervistati riteneva che il costo della vita stesse andando nella direzione sbagliata. È un dato che racconta un disagio profondo, capace di attraversare anche l'elettorato che nel 2024 aveva sostenuto Trump.
C'è poi l'immigrazione, uno dei pilastri della campagna del presidente e uno dei terreni più divisivi del dibattito nazionale. Le politiche di espulsione e il rafforzamento dei controlli hanno alimentato consenso in una parte del Paese, ma anche proteste e timori per gli effetti sulle famiglie e sulle comunità di origine latinoamericana. Proprio tra gli elettori latinos, una componente decisiva della coalizione che aveva contribuito alla vittoria repubblicana nel 2024, Reuters rileva segnali di un possibile ritorno verso i democratici.
A complicare il quadro c'è la politica estera. Le conseguenze economiche della guerra con l'Iran, in particolare l'aumento dei prezzi della benzina, sono entrate nel dibattito elettorale e hanno reso ancora più difficile per la Casa Bianca rivendicare risultati sul fronte del benessere economico. In un Paese dove la politica estera e quella interna sono sempre più intrecciate, anche le scelte internazionali del presidente finiscono per essere giudicate davanti alle urne.


La scheda del Papa: come funziona il voto per posta
Il voto di Leone XIV ha riportato l'attenzione su una modalità di partecipazione che negli Stati Uniti è molto più articolata di quanto si possa immaginare. Il voto per corrispondenza, chiamato mail-in voting o absentee voting, non segue infatti un'unica disciplina nazionale. Ogni Stato stabilisce le proprie regole: in alcuni è possibile richiedere una scheda senza dover fornire una motivazione, in altri occorre dimostrare di avere un impedimento, mentre alcuni prevedono l'invio automatico della scheda agli elettori.
Il principio è semplice. L'elettore deve anzitutto essere registrato e verificare presso l'ufficio elettorale competente se può votare per posta. Quando previsto, presenta una richiesta entro i termini stabiliti. Ricevuta la scheda, la compila indicando le proprie preferenze, seguendo le istruzioni, e la inserisce nella busta di restituzione. In molti Stati è richiesta una firma, che viene verificata dagli uffici elettorali. La busta può essere rispedita per posta, consegnata direttamente all'ufficio competente oppure depositata in un'apposita urna elettorale, se prevista. Le modalità e le scadenze cambiano da Stato a Stato: per essere conteggiato, il voto deve rispettare le regole locali.
Nel caso del Papa, la procedura è quella prevista dall'Illinois per i cittadini americani residenti all'estero. Leone XIV risulta ancora registrato come elettore nella contea di Will, nell'area metropolitana di Chicago, con il proprio nome civile, Robert Francis Prevost. La richiesta della scheda sarebbe stata presentata il 3 ottobre. La normativa statunitense tutela infatti il diritto di voto dei cittadini che vivono fuori dal Paese, così come quello dei militari e dei loro familiari, attraverso procedure specifiche.
Non è un sistema improvvisato: l'elettore può verificare lo stato della propria richiesta e, in molti casi, seguire il percorso della scheda fino alla ricezione da parte dell'autorità competente. Le buste vengono sottoposte a controlli per verificare l'identità e l'ammissibilità del voto. La segretezza delle preferenze è tutelata: gli uffici registrano se una persona ha votato, non per chi abbia espresso la propria scelta. Il voto per posta, dunque, non significa votare senza controlli, ma partecipare attraverso un canale diverso da quello del seggio.


La democrazia si misura anche nella partecipazione
Il gesto di Leone XIV assume un significato particolare proprio perché arriva da un uomo che oggi rappresenta una comunità religiosa universale, ma che non ha rinunciato alla propria cittadinanza. Il Papa non ha indicato candidati, non ha rivelato le proprie preferenze e non ha trasformato la sua scheda in un endorsement politico. Ha semplicemente votato.
È una distinzione importante, soprattutto in un'America dove il confronto politico si è fatto spesso radicale e dove il sospetto verso le istituzioni elettorali è diventato parte del conflitto. Le autorità dei singoli Stati, che amministrano le elezioni, si preparano anche quest'anno a fronteggiare disinformazione, contestazioni e possibili ricorsi.
Reuters stima che oltre cento milioni di persone potrebbero partecipare a questa tornata elettorale, mentre la spesa per gli annunci politici ha già superato i 3,8 miliardi di dollari. Una mobilitazione imponente, ma non scontata: alle elezioni di metà mandato l'affluenza è tradizionalmente inferiore a quella delle presidenziali.


Alla fine, la domanda che gli americani si troveranno davanti non sarà soltanto se confermare o ridimensionare il potere di Trump. Sarà anche quale direzione imprimere al Paese, quale equilibrio costruire tra Casa Bianca e Congresso, quale idea di società far prevalere. Martedì, in milioni di seggi e attraverso migliaia di schede spedite da lontano, gli Stati Uniti saranno chiamati a misurarsi con questa scelta.
La scheda del Papa è già partita. Per tutti gli altri, la risposta arriverà dalle urne. E da quello che gli americani decideranno di fare della propria democrazia.









