PHOTO
In un esodo, quello degli sfollati del Polesine dopo l’alluvione del 1951, è maturata la vocazione, adulta, di Antonio Mazzi. Ma non è per questo che Exodus è nata, 40 anni fa, con questo nome, anche se l’esodo biblico c’entra e le alluvioni fanno sfollare anche qui. Don Antonio, che cosa trovò arrivando a Milano?
«Sono arrivato nel marzo del 1985, come direttore di un centro di formazione professionale attaccato al Parco Lambro. La città, fresca del trauma del terrorismo, viveva enormi contraddizioni: da una parte la Milano “da bere”, dall’altra quella dei disperati: camminando per il parco trovavo le siringhe usate conficcate nei tronchi degli alberi, un inferno. Non potevo stare a guardare».
Perché Exodus?
«Ero allergico alle strutture per i giovani, essendo stato troppo in collegio da bambino. Abbiamo iniziato camminando, all’avventura, e non ci siamo più fermati»«Ero stato troppo in collegio dai preti ed ero un po’ allergico alle strutture, amavo lo spirito scoutistico, lo sport, l’aria aperta. A un certo punto, pensando anche alla grande avventura biblica del popolo ebraico che si è liberato attraversando il deserto camminando, mi son detto che anch’io avrei voluto fare un esodo per portare camminando i disperati del Parco Lambro fuori dal deserto dell’eroina: non sapevo niente di droga allora, ma è nata così con una “carovana” per 12 ragazzi: un’avventura che ha determinato tutta la mia vita. Anche oggi che abbiamo una quarantina di strutture, ognuna deve fare un’esperienza di avventura: quest’anno per i 40 anni partiremo e faremo una “carovana” tutti insieme».
Che cos’è una “carovana”?
«Non Santiago di Compostela, ma un cammino in piccolo, partire con un gruppo di ragazzi, darsi un obiettivo educativo: aiutare disabili, camminare in montagna, fare esperienze sportive, cercando un significato attraverso le tappe, per dare senso alla vita. In questo modo abbiamo avvicinato ragazzi che mai sarebbero entrati in comunità. Siamo partiti così, per i primi tre anni facevamo solo carovane, stavamo in giro mesi, poi siamo diventati stanziali perché c’era un’esigenza di continuità».
Nel frattempo, a 95 anni ha imparato tutto sulla droga. L’eroina è tornata anche a Milano. Che differenza c’è rispetto ad allora? «Allora le droghe erano “semplici” e noi raccoglievamo trentenni, disperati, figli della strada. Poi sono arrivate le droghe sintetiche e oggi i drogati sono adolescenti, o addirittura 13 -14enni, figli della media borghesia. Dovremmo avere il coraggio di fare prevenzione prima, fin dall’età delle primarie, con grande intelligenza per non innescare curiosità».
Riuscirebbe a spiegare che cosa intende con “intelligenza”?
«Direi con l’intelligenza del genitore che sa parlare al figlio, dove parlare è dare peso alle parole, in una società immersa, tra social e altro, in chiacchiera vuota. La parola, il verbum, invece, è una cosa seria che crea relazione autentica. Non dobbiamo dimenticare che anche a scuola si va per imparare, prima di tutto il resto, il dominio della parola. Viviamo un tempo complesso, in cui essere genitori è diventato se possibile ancora più complicato. Noi ci immaginiamo l’educazione come un sistema di regole, ma l’esperienza mi dice che la vita è fatta soprattutto di eccezioni».
A proposito di regole, è vero che la posizione sul Lambro mette in difficoltà la sede storica?
«Finora ci siamo regolati come hanno fatto i contadini per 600 anni: il Lambro esce, sta fuori un giorno, poi rientra e noi puliamo i locali a pianterreno, dove non ci sono stanze e dove dunque non c’è pericolo per le persone. L’Autorità di bacino stabilisce che dovremmo predisporre paratie a protezione degli immobili e il Comune, proprietario degli edifici, cui l’Autorità di bacino è gerarchicamente superiore, ci chiede di provvedere: ma noi non abbiamo i tempi tecnici in vista delle prossime allerte. A questa sede siamo legati perché è l’inizio della nostra storia, pensiamo che la protezione delle persone venga prima di quella degli immobili, e noi qui ci occupiamo di persone. Per questo speriamo che si possa trovare una mediazione: poter riformulare le regole, intervenendo ad hoc, perché se la regola nazionale vale per tutti, nella vita ci sono anche le eccezioni e questa noi crediamo possa esserlo».
(Intervista uscita sul numero 14/25 di Famiglia Crisitiana in occasione dei 40 anni della prima carovana di Exodus)




