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Alle 6 di pomeriggio del 24 giugno, si sono susseguiti due terremoti in Venezuela, di 7.2 e 7.5 della scala Richter. La prima scossa ha avuto come epicentro la città di San Felipe, a circa 260 chilometri a est di Caracas, la seconda, è stata localizzata nell’area cittadina di Valencia. Ma la regione più coinvolta dal disastro è La Guaira. La zona si trova fra due faglie, quella caraibica e quella sudamericana. Sino a ora si contano 235 morti e più di 4300 feriti ma i numeri sono destinati ad aumentare perché ci sono zone che attendono ancora i soccorsi. Il quotidiano El Impulso attiva una piattaforma per la registrazione dei dispersi, che allo stato attuale risultano essere quasi 50mila.
Ci sono parti di Caracas interamente crollate, come nel municipio di Chacao, uno dei cinque comuni che compongono il distretto metropolitano della capitale venezuelana, che rappresenta il motore economico e finanziario. «Subito dopo le violente scosse, sono scesa per strada a vedere come fosse la situazione. La zona di Chacao è totalmente desolata, i danni strutturali sono gravi; ci sono parti del municipio che sono senza luce, senza servizi e che sono impraticabili per la pericolosità», dice Valentina Rivas, giornalista del periodico El Estímulo.


«Per strada c’è grande incertezza, la gente non sa cosa fare, siamo tutti sotto shock perché non abbiamo mai sperimentato un terremoto di questa portata. Chi ha vissuto il terremoto del 1960 forse sì, ma questo è stato di gran lunga più forte ed è durato molto tempo perché sono stati due terremoti collegati. In alcune zone, come Altamira, che è il cuore pulsante di Chacao, c’è il caos totale perché non ci sono mezzi adatti per tirare le persone dalle macerie. Le autorità stanno chiedendo carburante per alimentare i gruppi elettrogeni e per permettere quindi ai soccorritori di lavorare, oltre agli strumenti per poter rompere il cemento, il legno, per poter rompere materiali diversi e creare gallerie per entrare negli edifici. È davvero un disastro, il Venezuela non era preparato per due terremoti così devastanti», continua.
In questo momento, nelle aree interessate dai crolli si sta lavorando grazie al passaparola e alle catene umane: c’è chi cerca un martello e la voce si diffonde per far arrivare un martello, chi vuole un contenitore, chi chiede un oggetto appuntito per fare leva e tentare di trovare una timida apertura. Si cercano ingegneri civili, persone specializzate che sanno come utilizzare gli strumenti di soccorso, da quelli più leggeri alle gru mobili. Gli ospedali sono al collasso e le cliniche sono stracolme di feriti.
«Non so se riesco a parlare perché siamo senza luce e quindi senza rete, so che saprai comprendere, posso solo dirti che ci sono tanti, ma tanti dispersi ancora sotto le macerie e spero che i soccorsi riusciranno ad arrivare prima che sia troppo tardi. La situazione del paese è critica, soprattutto nella Guaira», dice la sorella Yanny Ballesteros appartenente all’ordine delle Misioneras Inmaculada Concepción.
La Caritas venezuelana, che fa capo alla Conferenza Episcopale Venezuelana (CEV) ha attivato immediatamente una rete di aiuti per offrire assistenza nelle zone colpite: «Non siete soli, la Chiesa cammina al vostro fianco. In questi momenti, quando la terra stessa sembra destabilizzarsi al di sotto dei nostri piedi, la Chiesa è chiamata a essere presenza, consolazione e azione concreta», fa sapere l’organismo pastorale. Nelle aree maggiormente interessate dai due sismi la Caritas opera come servizio logistico per la distribuzione dell’acqua potabile, alimenti e farmaci essenziali, oltre che per il reperimento di risorse economiche attraverso donazioni sia interne sia esterne al paese.


«Molte delle nostre chiese, case parrocchiali e scuole hanno subìto danni strutturali, ma in questo momento la priorità sono le persone, ecco perché ho invitato tutte le parrocchie, le Caritas parrocchiali e i movimenti apostolici ad attivare la propria rete di solidarietà per rispondere all’emergenza e ai bisogni che si presentano nelle comunità», ha riferito Monsignor Raúl Biord Castillo, arcivescovo di Caracas dal 2024.
Subito dopo le violente scosse Monsignor Castillo si è messo in viaggio per visitare le parrocchie della sua diocesi, per dare conforto ai vescovi, ai sacerdoti e per aiutare le persone. Ma anche per dare una mano pratica nel rimuovere oggetti pericolanti e mettere in sicurezza altri. «Questo è il momento dell’unione, è il momento quindi di mettere al margine le differenze e di prestare aiuto alle vittime, ma soprattutto è il momento della ricostruzione di un tessuto sociale che apra gli orizzonti al futuro e poi della ricostruzione degli edifici», aggiunge l’arcivescovo.











