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Le sue sono storie al bivio, che lei racconta nel solo modo possibile: dando valore alla vita. Donatella Gimigliano è un nome che negli ultimi tempi risuona nel panorama sociale e mediatico. Il suo progetto, Women for Women Against Violence, format che dà voce alle donne che affrontano battaglie esistenziali, dal tumore al seno alla violenza di genere, diventato cinque anni fa un programma televisivo delle reti Rai, ha di recente ottenuto il prestigioso riconoscimento nella serata-evento organizzata dalla Fondazione Prometeus ETS, realtà d’eccellenza nella formazione e nella ricerca oncologica sotto la guida del professor Lucio Fortunato. Donatella si racconta a Famiglia Cristiana. Le sue lacrime sono come un grido sottile che abita ancora il periodo più nero della sua vita, ma lo abita con una forza trasformatrice che diventa luce per gli altri. «Sono passati dodici anni eppure io sono ancora lì, come tante donne che hanno avuto il mio problema».
Che tipo di problemi affrontano queste donne?
«Una su tutte è la tossicità economica. Tante donne vittime di violenza hanno problemi, se sopravvivono, a riprendere in mano la propria vita per problemi economici, così come tante donne che affrontano il tumore si devono fermare dal lavoro. La mia vita professionale, quando ho avuto la diagnosi, si è fermata per un anno e ho subito anche uno sfratto esecutivo. E poi c’è la ferita affettiva, in entrambi i casi. Le donne vittime di violenza sono colpite dall’uomo che dice di amarle e le donne che hanno il tumore prima, durante o dopo subiscono l’abbandono affettivo perché lui non regge al cambiamento fisico e psicologico. E questa è una statistica impietosa».
Come e quando nasce l’idea di Women for Women Against Violence?
«Dalla mia esperienza di cancro al seno, familiare. Ho ricevuto la diagnosi dopo aver perso già mia sorella. Era il 2012. Dopo di me si è ammalata mia mamma, che non è sopravvissuta e successivamente anche mia sorella più piccola, che per fortuna sta bene, ma ha avuto una recidiva. La fiammella si è accesa quando ho partecipato al cortometraggio Segni, come testimonial per il Policlinico Gemelli. Si parlava delle cicatrici che questa esperienza lascia nelle donne. Parallelamente mi occupavo anche di donne vittime di violenza: seguivo e seguo tuttora l’associazione Salvamamme».
Stiamo parlando dei due “killer” delle donne…
«Sì. Il tumore al seno nel 2024 ha ucciso 13.600 donne, mentre circa 120 all’anno muoiono per mano di un uomo. Tutto ruota intorno a quel mostro che si può trovare accanto a noi ma anche dentro di noi, che non è meno feroce del primo, forse più silenzioso. Il tumore al seno va a intaccare tutta una parte che riguarda la femminilità, la maternità e anche l’affettività».
Cosa l’ha spinta a trasformare questo progetto in un programma televisivo?
«Quando tocchi con mano, attraverso le storie, i problemi di queste donne non ti puoi voltare dall’altra parte e, così, abbiamo cercato di portarle alla luce, anche se non abbiamo del tutto risolto i loro problemi. È stata una montagna scalata a mani nude, considerato che non siamo un’associazione blasonata e non abbiamo cappelli politici. È veramente un progetto che nasce dal basso, e questo è un valore aggiunto. L’ultima edizione è andata in onda l’11 gennaio su Rai 1, in seconda serata, e intendiamo proseguire, quando non lo so, in genere in autunno. Siamo tanti vasi di terracotta costretti a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Una parte di quello che raccogliamo lo utilizziamo per le vittime. All’inizio facevamo donazioni ad altre associazioni, poi abbiamo deciso di aiutare singoli casi concreti. Questo non ci agevola a livello di detrazione fiscale ma di trasparenza. Non rendiamo pubbliche le cifre donate perché detestiamo chi va sui palchi con le fotografie, gigantesche, dell’assegno. Non è garbo: bisogna sempre rispettare la persona cui si sta facendo la donazione».
La violenza di genere è ancora un tabù per molti. Come riesce il progetto a rompere il silenzio e far emergere storie che altrimenti resterebbero nascoste?
«Abbiamo capito che il vissuto delle persone ha un indice di sensibilizzazione molto alto e va raccontato in tutte le sfaccettature. La violenza di genere non è solo il femminicidio, che noi non raccontiamo. Noi parliamo di donne che sono sopravvissute. Non si possono raccontare questi temi parlando esclusivamente dei morti, nella direzione della cronaca: credo che sia un limite. Nell’arco degli anni abbiamo affrontato vari tipi di violenza: psicologica, del body shaming, della sindrome del disturbo del comportamento alimentare, la problematica dei caregiver. Abbiamo raccontato più volte la storia di un orfano di femminicidio, che ormai reputo quasi un figlio, Nicolò Maja, sulla sedia a rotelle. Una storia toccante: il padre aveva ucciso la mamma e la sorella di 16 anni. Ricordo ancora il suo monologo “Come posso perdonarti papà”, che è stato liberatorio per lui, dove dice espressamente “sei un assassino e così verrai ricordato”. Esemplare la storia di Rosanna Banfi, che ha raccontato che quando ha iniziato a perdere i capelli, il compagno si è rasato pure lui per dare un senso di normalità ai figli. Un’altra storia, in direzione opposta, è stata quella di P., che ha avuto il tumore due volte e quando ha iniziato la terapia il compagno la tradiva. Qui c’è un riflesso anche della mia vita, perché il tradimento è successo anche a me. Nelle storie emerge la capacità di resilienza, la voglia di vivere, la rinascita, che è quello che trasferiamo al pubblico, oltre a stimolare la prevenzione al seno. Faremo una puntata interamente dedicata alle donne giovani, perché abbiamo 55mila diagnosi di tumore al seno all’anno e 11mila sono donne sotto i 40 anni. Un dato che ci deve preoccupare».
Ha dovuto mediare col linguaggio televisivo?
«Non ho l’approccio dello stupire con effetti speciali. Sono capo autore del progetto e le storie le scrivo io con le donne cercando di rimanere fedele al loro racconto. Escono fuori lezioni di vita talmente belle e autentiche che sarebbe un errore spettacolarizzarle. Una donna ci ha insegnato che incontrando la morte del tumore ha riscoperto la vita. Non c’è bisogno di un dettato autoriale su queste narrazioni».
Il vostro progetto sortisce una comunità concreta di sostegno?
«È il nostro tallone di Achille: quando avviene, avviene con grandissima difficoltà. Conquistiamo l’attenzione di aziende che ci sostengono, ma non c’è una comunità che ci aiuta in toto su quello che facciamo. Dobbiamo crescere. Abbiamo pensato anche a dei progetti alternativi per presentarci nei territori, come la mostra fotografica che abbiamo portato a Roma alla Nuvola di Fuksas. Continuiamo a girare l’Italia: siamo in trattativa per una mostra all’Università Statale di Milano».
Un sogno?
«Una fondazione e una maggior autonomia televisiva, con un orario di messa in onda migliore per arrivare a un pubblico più ampio. Ricordiamoci che non basta salvare la vita a una donna per averla effettivamente salvata: c’è tutto un percorso successivo che va attenzionato e raccontato».
Nella foto, Donatella Gimigliano tra Arianna Ciampoli e Beppe Convertini.




